Venerdì 6 novembre sul Corriere della Sera è apparsa una lettera scritta dal Dott. Harari, Direttore dell'Unità di Pneumologia dell'Ospedale San Giuseppe di Milano, dal titolo: "Io, medico e la febbre di mia figlia". In questa lettera il Dott. Harari racconta come ha vissuto da genitore i giorni di febbre della figlia di due anni e mezzo in un'Italia colpita dal terrore del virus H1N1. Inizialmente, il pneumologo fa una breve cronaca della sua vita professionale quotidiana ("[...]vado in ospedale, non facciamo che rispondere alle domande di chiarimento dei nostri pazienti con problemi respiratori sul vaccino per l’influenza H1N1 [...]", "Ci telefoniamo tra colleghi: tu quanti casi hai visto? Come sono andati? Ma hai messo in isolamento il malato? Per quanti giorni? I dubbi e le domande sono molti più delle certezze che le diverse indicazioni operative regionali e ministeriali vorrebbero trasmettere."), per poi passare alla sfera privata ("Torno a casa, è venerdì sera, mia figlia ha sempre 39 e la febbre non scende.","Comincio a rompere il velo del silenzio con mia moglie e accenno alla possibilità che sia la nuova influenza, ho qualche esitazione nel nominarla, quasi che evocarne il fantasma possa farla materializzare; 25 anni di medicina e tutto il mio illuminismo scientifico si stanno sbriciolando nel giro di poche ore.", "È domenica, Anna ha ancora 39, nascondendomi in bagno mando un sms alla mia amica pediatra, «la bambina ha ancora la febbre, la porterei in ospedale a farle dare un’occhiata»") ed, infine, concludere con una risoluzione positiva ("Tutto bene, acqua e zucchero, qualche consiglio e un po’ di pazienza e tutto passerà.", "Anna finalmente si sfebbra. Domani è lunedì, si torna in ospedale, il caos dell’influenza mi aspetta ma almeno mia figlia sta bene.").
Premesso che siamo tutti più sollevati nell'apprendere dal principale quotidiano italiano che la bambina del Dott. Harari non ha più la febbre, la domanda che mi sorge spontanea è: visto che viene messa nella rubrica speciale sull'influenza, cos'è questa lettera? E' una lettera scientifica? E' una lettera romantica? E' una lettera utile a qualcuno? In un clima di crescente isteria collettiva in cui non si capisce più chi muoia di cosa ma l'importante è trovare una relazione con l'influenza A, il Dott. Harari pensa bene di raccontarci come un medico si riscopra anche papà apprensivo. Pensiero carino e delicato, ci mancherebbe, ma, con tutto il rispetto, chi se ne importa? Io non conosco il Dott. Harari ma quello che mi risulta difficile credere è che un professionista come lui non consideri l'idea che in periodi critici forse converrebbe dare apporti razionali più che rendere pubblica la propria componente irrazionale. Che un medico, specialista in pneumologia, cioè colui che - giustamente - viene visto come punto di riferimento dalla maggior parte delle persone e da cui tutti si aspettano risposte più chiare e precise della media scriva lettere come questa mi sembra quantomeno bizzarro. Cosa si deduce dalla sua missiva? Notizie sull'andamento dei contagi? Sul come comportarsi? Su come curarsi? Nulla di tutto ciò. Da questo spaccato di vita privata emergono due informazioni: la prima è che i medici italiani cercano di tranquillizzare le persone ma alla fine anche loro non è che sappiano bene cosa fare; la seconda è che lui stesso, medico, è terrorizzato dall'Influenza A. Confortante vero?
Nessuno mette in discussione che l'aver paura di qualcosa sia una reazione più che legittima ed umana, né tantomeno è in discussione il fatto che una laurea in medicina non basti a preservare da tali paure, quello che però trovo difficile da accettare è che un uomo di scienza decida di condividere con il mondo questo suo travaglio interiore proprio in questi giorni sensibili. Più che onestà intellettuale a me sembra benzina sul fuoco e un addetto ai lavori queste cose dovrebbe capirle. Chissà cosa avranno pensato di questa lettera le migliaia di medici suoi colleghi che ogni giorno scelgono di tranquillizzare con la razionalità le persone terrorizzate non dall'influenza ma dall'informazione? Grazie al cielo, questi medici non sentono il bisogno di scrivere lettere al più importante quotidiano italiano per raccontare che i propri figli hanno la febbre, che si nascondono in bagno per spedire sms al pediatra e - capolavoro - "25 anni di medicina e tutto il mio illuminismo scientifico si stanno sbriciolando nel giro di poche ore". Ma cosa c'entra il metodo scientifico con l'apprensione che un padre può provare per la propria figlia? E' una cosa così anormale essere preoccupati? O forse un medico pensa che apprendere un metodo che da qualche secolo viene usato per testare ipotesi ed interpretare i fenomeni naturali trasformi istantaneamente le persone in macchine? Ma chi può pensare una stupidaggine del genere?
Una lettera di questo tipo, con questo clima, serve solo ad una cosa: spingere molte persone, che medico non sono, a sentire giustificata e corroborata la propria paura ("Se ha paura un medico vuol dire che ho ragione a preoccuparmi anch'io!"). A mio parere, in questo periodo chi si occupa di scienza dovrebbe offrire chiarezza che non vuol dire certezze ma buon senso e precisione nel presentare i dati. Solo osservando i numeri si può seguire l'evoluzione di un fenomeno e, eventualmente, rilevarne anomale deviazioni. Tutto il resto è dare un contributo all'ignoranza, la degna anticamera della paura.
(Articolo in versione integrale: http://www.corriere.it/salute/speciali/2009/influenza-a/notizie/medico-figlia-malata-influenza-a_26d54790-ca9a-11de-89f9-00144f02aabc.shtml)
domenica 8 novembre 2009
sabato 17 ottobre 2009
Il falco di carta
Immaginate una fionda. Ruotatela di novanta gradi in modo che sia parallela al terreno così che l'elastico possa tendersi avvicinandosi al suolo e schizzare poi verso il cielo. Ora espandetene le dimensioni fino a farla diventare grande decine di metri ed al posto dei sassi al suo interno fate prendere comodamente posto a... cinque o sei persone. Questa mega-fionda esiste da un po' di tempo a Singapore ed è un'attrazione molto popolare. Ogni sera, in una bella zona di locali e ristorantini, centinaia di persone amano farsi sparare a decine di metri di altezza per poi ripiombare urlando verso il suolo, rimbalzare, tornare in alto e via così per un po'. In sè la cosa fa abbastanza effetto perché le persone arrivano davvero molto in alto e l'elastico le spinge poi con pari forza a terra. L'estremo cinismo dei progettisti ha poi munito i sedili di microfoni e videocamere puntate sui visi dei fiondati in modo che da terra tutti possano vedere e sentire la cronaca della paura in tempo reale.
Qualche sera fa, passando lì sotto ho pensato che faccio veramente fatica a capire alcune cose. Una tra queste è perché piaccia tanto alle persone mettersi in una condizione di terrore. Di solito a questo punto salta sempre su qualcuno che ti dice "E' la bellezza dell'emozione forte! Non ami l'emozione forte? No? Cacasotto." Scusate la sintesi ma il messaggio è sempre lo stesso. Seduto sotto la fionda, dunque, pensavo: lasciamo un attimo da parte la (presunta) nobiltà delle emozioni forti e, soprattutto, lasciamo da parte questa (presunta) idea che tutti stiamo parlando della stessa cosa, il fatto evidente è che ogni sera un sacco di gente da tutto il mondo, anziché godersi il bel posto, decide deliberatamente di sottoporsi a questa tortura che permette a tutti di vedere come si deforma la tua faccia in volo mentre strilli come posseduto dal demonio. Ora, dato che non siamo ancora in grado di costruire macchine perfette, prevedere che qualcuno verrà sparato direttamente in Malesia non è veggenza ma solo una questione di tempo, ma la vera domanda è: notando la rottura dell'elastico e l'allontanamento progressivo dalla crosta terrestre pensare che per tutto questo hai anche comprato un biglietto non ti fa sentire un po' stupido?
Questo mi ha portato a riflettere sugli sport considerati "estremi". In televisione qui va molto il format del solito gruppo di stunts americani giovanissimi che probabilmente ha passato metà della vita ad allenarsi e l'altra metà a bere la bistecca con la cannuccia immobilizzati in un letto di ospedale. Fanno salti mortali in moto, volano con le bmx, si lanciano dalle montagne con paracadute-fazzoletto, sciano buttandosi nei crepacci e poi alla fine rilasciano serie dichiarazioni del tipo "ehi, non bevo mai un'aranciata calda!". Probabilmente gli psicologi ci vanno a nozze con questi bizzarri comportamenti e devo dire che anche a me affascinano. Pensare che molta gente è disposta a spendere soldi per aumentare la probabilità di farsi seriamente del male lo trovo esilarante. Mi diverte la seriosità che ammanta la follia.
Se fossero degli squilibrati che la mattina bevono latte e lamette da barba allora una sensazione di umana comprensione la proverei ma quando li vedi, salutisti e romantici, spiegarti la sensazione di libertà che si prova nel buttarsi da un ponte legati ad un elastico, è più forte di me: mi viene da ridere. "Ma è volare!" ti dicono. No è cadere da un ponte. Un sasso, un tostapane o un pollo arrosto farebbero la stessa fine del tuo corpo che - nato mammifero e non uccello - si arrende alla forza di gravità. La visione distorta della realtà diventa poi evidente quando ti parlano del modello animale che vorrebbero emulare: la potenza del volo del falco, l'eleganza del volo del gabbiano, la maestosità del volo dell'aquila... Mai nessuno che citi il barbagianni. Men che meno la lumaca, il lombrico, l'ornitorinco o il paguro. Per la mucca sono d'accordo: è giusto non prenderla come esempio. Ma tutti gli altri animali? Forse non si sentono liberi strisciando, sbavando e scavando? Questo dimostra senza possibilità d'appello che la tesi è pretestuosa ed inconsistente e che il genere umano è davvero interessante.
Qualche sera fa, passando lì sotto ho pensato che faccio veramente fatica a capire alcune cose. Una tra queste è perché piaccia tanto alle persone mettersi in una condizione di terrore. Di solito a questo punto salta sempre su qualcuno che ti dice "E' la bellezza dell'emozione forte! Non ami l'emozione forte? No? Cacasotto." Scusate la sintesi ma il messaggio è sempre lo stesso. Seduto sotto la fionda, dunque, pensavo: lasciamo un attimo da parte la (presunta) nobiltà delle emozioni forti e, soprattutto, lasciamo da parte questa (presunta) idea che tutti stiamo parlando della stessa cosa, il fatto evidente è che ogni sera un sacco di gente da tutto il mondo, anziché godersi il bel posto, decide deliberatamente di sottoporsi a questa tortura che permette a tutti di vedere come si deforma la tua faccia in volo mentre strilli come posseduto dal demonio. Ora, dato che non siamo ancora in grado di costruire macchine perfette, prevedere che qualcuno verrà sparato direttamente in Malesia non è veggenza ma solo una questione di tempo, ma la vera domanda è: notando la rottura dell'elastico e l'allontanamento progressivo dalla crosta terrestre pensare che per tutto questo hai anche comprato un biglietto non ti fa sentire un po' stupido?
Questo mi ha portato a riflettere sugli sport considerati "estremi". In televisione qui va molto il format del solito gruppo di stunts americani giovanissimi che probabilmente ha passato metà della vita ad allenarsi e l'altra metà a bere la bistecca con la cannuccia immobilizzati in un letto di ospedale. Fanno salti mortali in moto, volano con le bmx, si lanciano dalle montagne con paracadute-fazzoletto, sciano buttandosi nei crepacci e poi alla fine rilasciano serie dichiarazioni del tipo "ehi, non bevo mai un'aranciata calda!". Probabilmente gli psicologi ci vanno a nozze con questi bizzarri comportamenti e devo dire che anche a me affascinano. Pensare che molta gente è disposta a spendere soldi per aumentare la probabilità di farsi seriamente del male lo trovo esilarante. Mi diverte la seriosità che ammanta la follia.
Se fossero degli squilibrati che la mattina bevono latte e lamette da barba allora una sensazione di umana comprensione la proverei ma quando li vedi, salutisti e romantici, spiegarti la sensazione di libertà che si prova nel buttarsi da un ponte legati ad un elastico, è più forte di me: mi viene da ridere. "Ma è volare!" ti dicono. No è cadere da un ponte. Un sasso, un tostapane o un pollo arrosto farebbero la stessa fine del tuo corpo che - nato mammifero e non uccello - si arrende alla forza di gravità. La visione distorta della realtà diventa poi evidente quando ti parlano del modello animale che vorrebbero emulare: la potenza del volo del falco, l'eleganza del volo del gabbiano, la maestosità del volo dell'aquila... Mai nessuno che citi il barbagianni. Men che meno la lumaca, il lombrico, l'ornitorinco o il paguro. Per la mucca sono d'accordo: è giusto non prenderla come esempio. Ma tutti gli altri animali? Forse non si sentono liberi strisciando, sbavando e scavando? Questo dimostra senza possibilità d'appello che la tesi è pretestuosa ed inconsistente e che il genere umano è davvero interessante.
lunedì 21 settembre 2009
La forte influenza dell'influenza: l'interessante virus H1N1
E' notizia di questi giorni che molti stati hanno acquistato milioni di dosi di vaccino anti-influenzale per contrastare l'esplosione della nuova pandemia di H1N1. Come ormai tutti sanno l'H1N1 o influenza suina o Messicana è un virus considerato "nuovo" per il nostro sistema immunitario perché contiene due geni tipicamente presenti nell'infuenza dei suini asiatici ed europei più alcuni geni di influenza aviaria ed umana. Questo virus è descritto come particolarmente aggressivo e virulento e non passa settimana senza qualche aggiornamento su diffusione della malattia e possibili contromisure in caso di esplosione dei contagi.
Io sono un amante dei numeri non perché mi piacciano di per sè ma perché spesso nascondono significati che, una volta esposti, fanno piazza pulita di clamori mediatici, superstizioni e della più grande forma di controllo che l'uomo abbia mai creato: la trasmissione della paura. Di fronte a questa annunciata catastrofe, dunque, prima mi sono posto qualche domanda e poi ho cercato i numeri.
La prima domanda è stata: quale incidenza di mortalità presenta la nuova influenza? Dal sito dell'Organizzazione Mondiale della Sanità ho scaricato qualche dato e ho fatto un banalissimo calcolo. Qui sotto trovate la tabella con le percentuali di morte sul totale dei casi registrati fino al 6 settembre 2009 divisi per regione geografica:

La seconda domanda è stata: questa incidenza è preoccupante o no? Per rispondere ho fatto un confronto con le normali influenze stagionali. In media le influenze stagionali colpiscono dai 3 ai 5 milioni di persone con un numero di morti compreso tra le 250.000 e le 500.000 unità per anno in tutto il mondo (fonte OMS), generalmente nelle classi di età più anziane e tra persone già indebolite da altre malattie. L'influenza H1N1 è considerata più aggressiva perché la fascia d'età in cui si concentra la maggioranza dei decessi si è abbassata da <65 anni a <50, detto questo ho rappresentato qui sotto la sua incidenza in termini di morti confrontata con le influenze stagionali:

La terza domanda è stata: chi colpisce la nuova influenza? La risposta a questa domanda è davvero interessante: non si sa. Provate voi stessi a fare qualche ricerca e noterete come sia praticamente impossibile trovare la minima statistica sull'incidenza di mortalità in rapporto alle condizioni pregresse di salute dei soggetti che hanno contratto il virus. L'unica cosa che so è che in Italia, fino ad oggi, ci sono stati due casi di morte: uno era un leucemico e dell'altro si è in attesa di autopsia per stabilire l'eventuale presenza di una polmonite pregressa. Nel frattempo i titoli dei giornali già sentenziavano "Virus A. Un altro morto". Per ciò che riguarda invece l'informazione ufficiale ho trovato solo una frase nel "Pandemic (H1N1) 2009 briefing note 9" dell'OMS dello scorso 28 Agosto in cui si rileva a riguardo della mortalità riscontrata che "Although the reasons are not fully understood, possible explanations include lower standards of living and poor overall health status, including a high prevalence of conditions such as asthma, diabetes and hypertension". In sostanza si rileva che muoiono di più le persone che vivono in condizioni di povertà e già malate. Una scoperta davvero sorprendente, non c'è che dire. Tuttavia ammettono nello stesso rapporto che nel mondo "The overwhelming majority of patients continue to experience mild illness".
A questo punto vi proporrei un gioco. Una cosa semplice semplice giusto per dare una misura alle cose. Supponiamo di voler dare una dimensione al pericolo, di voler quantificare ciò che anche la nostra parte razionale definirebbe allarmante. Per esempio, se qualcuno vi dicesse che l'influenza nel tempo che impiegate a leggere questa frase ha già infettato dieci persone, vi proccupereste?
Se qualcuno vi dicesse che un terzo della popolazione mondiale ha contratto questa influenza, vi preoccupereste?
Se qualcuno vi dicesse che questa influenza in un solo anno ha fatto un milione e seicentomila morti, vi preoccupereste?
Io risponderei affermativamente a tutte le domande ma qual è il problema? Che questa malattia esiste davvero ma non si chiama "influenza". Si chiama Tubercolosi. E sapete come si trasmette la Tubercolosi? Come un'influenza. Ma dite la verità: avete mai sentito parlare qualche politico o qualche giornale di emergenza imminente, catastrofe e fine dell'umanità? Io no.
Quindi adesso abbiamo una misura di ciò che è allarmante. La Tubercolosi è allarmante e, per milioni di persone, è anche letale. Ma se adesso dicessi: immaginate una malattia che ogni anno nel mondo non uccide un milione e mezzo di persone ma ne uccide dieci volte di più, una malattia che nel 2015 ucciderà 20 milioni di persone equamente divise tra uomini e donne, una malattia che rappresenta il 30% del totale delle morti nel mondo. Può esistere un qualcosa di così catastrofico che uccide più di qualunque virus, bacillo, parassita, cancro o quello che vi pare? Bè se esistesse sarebbe qualcosa di cui non se ne conoscono le cause sennò qualcuno avrebbe già fatto qualcosa, giusto? Sbagliato. Questa mattanza che uccide ogni singolo anno tante persone quante ne ha uccise la prima guerra mondiale si conosce perfettamente e viene classificata con il termine di "Malattie cardiovascolari" e le cause sono perfettamente note: dieta, sedentarietà, tabacco. Avete mai letto sui giornali che uccide di più uno stile di vita comunemente accettato di qualunque altra malattia? Io no.
Dove voglio arrivare? Voglio arrivare al concetto di buon senso, cioè una soglia che permetta a tutti di percepire allarmante un fenomeno che lo sia davvero ed agire responsabilmente di conseguenza. Al contrario, la tendenza generale di governi ed organi d'informazione non mi pare sia questa visto che l'informazione fornita non è completa e non è chiara. Trattare un potenziale problema come fosse un reale problema è già discutibile ma arrivare ad agire in via preventiva vaccinando le persone contro quella che fino ad ora non è altro che un'eventualità mi sembra davvero eccessivo. Io voglio essere vaccinato contro una malattia non contro un'eventualità. Mettiamola così: se degli esperti di tornado venissero a casa vostra dicendovi che, nonostante NON vi sia un pericolo imminente, nonostante NON via sia certezza del rischio e, soprattutto, nonostante NON via sia alcuno strumento che stia rilevando l'arrivo di un tornado, sarebbe bene che, "in via del tutto preventiva", puntellaste casa vostra con il rischio di farla crollare all'istante, accettereste o no?
E qui arriviamo al punto: i vaccini non sono esenti da rischi e per questo dovrebbero sempre rispettare una regola aurea di rapporto costi/benefici. Se il rischio di una malattia non è elevato o, peggio, non è dimostrato, il vaccino non dovrebbe essere usato. Diversamente si rischia di cadere nella situazione in cui la cura può diventare più pericolosa della malattia. Il primo ottobre 1976 gli Stati Uniti iniziarono una vaccinazione di massa che interessò 46 milioni di persone contro una supposta letale influenza suina. Il risultato fu che la supposta letalità restò una supposizione ma circa 4000 persone contrassero, per colpa del vaccino e non dell'influenza, una sindrome neurologica - la Guillain-Barré syndrome (GBS) - che porta a paralisi progressiva parziale o totale. Sia ben chiaro, non sto escludendo la possibilità che il virus H1N1 possa mutare diventando realmente pericoloso. Così come non posso escludere che camminando su un marciapiede si possa essere colpiti in testa da un vaso di gerani. Ma una cosa è la percezione del rischio reale e ben altra cosa è la percezione del rischio ipotetico. Perché devo espormi ad un rischio reale se ho di fronte, oggi, solo un rischio ipotetico? In altre parole, chi di voi per evitare l'ipotetico vaso di gerani, si chiuderebbe preventivamente in casa per sempre? Come dice il rapporto dell'OMS "Close monitoring of viruses by a WHO network of laboratories shows that viruses from all outbreaks remain virtually identical. Studies have detected no signs that the virus has mutated to a more virulent or lethal form". E questa, nonostante i giornali, è, ad oggi, la realtà dei fatti.
La situazione cambierà? Il virus muterà diventando pericoloso? Aumenteranno i morti? Rispondiamo usando il buon senso:
1. Aumentando i casi di contagio aumenteranno presumibilmente anche i morti;
2. Abbassandosi le temperature aumenteranno i casi di contagio, le malattie da raffreddamento e probabilmente anche i morti;
3. I virus influenzali mutano non perché siano "cattivi" ma perché in milioni e milioni di anni di evoluzione sono diventati abilissimi nel farlo. E' possibile che, infettando milioni di persone nel mondo e subendo una potente pressione selettiva dovuta all'uso continuo di anti-virali, si creino delle varianti più resistenti e pericolose;
4. Sui grandi numeri, aumentando il numero degli infetti è atteso che un certo numero di morti sia attribuibile al solo virus e non a malattie pregresse complicate dalla presenza del virus.
Queste 4 risposte sono applicabili a tutti i virus influenzali di ogni anno, di ogni periodo storico e di ogni regione geografica. Solo quando i numeri - e non i giornali - mi diranno che c'è una deviazione anomala dal comune andamento inizierò a pormi il problema. Ora no.
Un'ultima cosa: sapete perché mi sono deciso solo oggi a pubblicare un post sull'influenza? Perché l'ho avuta la settimana scorsa. Dopo tre giorni con un po' di tosse, mal di testa e qualche linea di febbre sono guarito stando un po' a letto, bevendo molto e riposando. Che novità per un'influenza, vero?
Io sono un amante dei numeri non perché mi piacciano di per sè ma perché spesso nascondono significati che, una volta esposti, fanno piazza pulita di clamori mediatici, superstizioni e della più grande forma di controllo che l'uomo abbia mai creato: la trasmissione della paura. Di fronte a questa annunciata catastrofe, dunque, prima mi sono posto qualche domanda e poi ho cercato i numeri.
La prima domanda è stata: quale incidenza di mortalità presenta la nuova influenza? Dal sito dell'Organizzazione Mondiale della Sanità ho scaricato qualche dato e ho fatto un banalissimo calcolo. Qui sotto trovate la tabella con le percentuali di morte sul totale dei casi registrati fino al 6 settembre 2009 divisi per regione geografica:

La seconda domanda è stata: questa incidenza è preoccupante o no? Per rispondere ho fatto un confronto con le normali influenze stagionali. In media le influenze stagionali colpiscono dai 3 ai 5 milioni di persone con un numero di morti compreso tra le 250.000 e le 500.000 unità per anno in tutto il mondo (fonte OMS), generalmente nelle classi di età più anziane e tra persone già indebolite da altre malattie. L'influenza H1N1 è considerata più aggressiva perché la fascia d'età in cui si concentra la maggioranza dei decessi si è abbassata da <65 anni a <50, detto questo ho rappresentato qui sotto la sua incidenza in termini di morti confrontata con le influenze stagionali:

La terza domanda è stata: chi colpisce la nuova influenza? La risposta a questa domanda è davvero interessante: non si sa. Provate voi stessi a fare qualche ricerca e noterete come sia praticamente impossibile trovare la minima statistica sull'incidenza di mortalità in rapporto alle condizioni pregresse di salute dei soggetti che hanno contratto il virus. L'unica cosa che so è che in Italia, fino ad oggi, ci sono stati due casi di morte: uno era un leucemico e dell'altro si è in attesa di autopsia per stabilire l'eventuale presenza di una polmonite pregressa. Nel frattempo i titoli dei giornali già sentenziavano "Virus A. Un altro morto". Per ciò che riguarda invece l'informazione ufficiale ho trovato solo una frase nel "Pandemic (H1N1) 2009 briefing note 9" dell'OMS dello scorso 28 Agosto in cui si rileva a riguardo della mortalità riscontrata che "Although the reasons are not fully understood, possible explanations include lower standards of living and poor overall health status, including a high prevalence of conditions such as asthma, diabetes and hypertension". In sostanza si rileva che muoiono di più le persone che vivono in condizioni di povertà e già malate. Una scoperta davvero sorprendente, non c'è che dire. Tuttavia ammettono nello stesso rapporto che nel mondo "The overwhelming majority of patients continue to experience mild illness".
A questo punto vi proporrei un gioco. Una cosa semplice semplice giusto per dare una misura alle cose. Supponiamo di voler dare una dimensione al pericolo, di voler quantificare ciò che anche la nostra parte razionale definirebbe allarmante. Per esempio, se qualcuno vi dicesse che l'influenza nel tempo che impiegate a leggere questa frase ha già infettato dieci persone, vi proccupereste?
Se qualcuno vi dicesse che un terzo della popolazione mondiale ha contratto questa influenza, vi preoccupereste?
Se qualcuno vi dicesse che questa influenza in un solo anno ha fatto un milione e seicentomila morti, vi preoccupereste?
Io risponderei affermativamente a tutte le domande ma qual è il problema? Che questa malattia esiste davvero ma non si chiama "influenza". Si chiama Tubercolosi. E sapete come si trasmette la Tubercolosi? Come un'influenza. Ma dite la verità: avete mai sentito parlare qualche politico o qualche giornale di emergenza imminente, catastrofe e fine dell'umanità? Io no.
Quindi adesso abbiamo una misura di ciò che è allarmante. La Tubercolosi è allarmante e, per milioni di persone, è anche letale. Ma se adesso dicessi: immaginate una malattia che ogni anno nel mondo non uccide un milione e mezzo di persone ma ne uccide dieci volte di più, una malattia che nel 2015 ucciderà 20 milioni di persone equamente divise tra uomini e donne, una malattia che rappresenta il 30% del totale delle morti nel mondo. Può esistere un qualcosa di così catastrofico che uccide più di qualunque virus, bacillo, parassita, cancro o quello che vi pare? Bè se esistesse sarebbe qualcosa di cui non se ne conoscono le cause sennò qualcuno avrebbe già fatto qualcosa, giusto? Sbagliato. Questa mattanza che uccide ogni singolo anno tante persone quante ne ha uccise la prima guerra mondiale si conosce perfettamente e viene classificata con il termine di "Malattie cardiovascolari" e le cause sono perfettamente note: dieta, sedentarietà, tabacco. Avete mai letto sui giornali che uccide di più uno stile di vita comunemente accettato di qualunque altra malattia? Io no.
Dove voglio arrivare? Voglio arrivare al concetto di buon senso, cioè una soglia che permetta a tutti di percepire allarmante un fenomeno che lo sia davvero ed agire responsabilmente di conseguenza. Al contrario, la tendenza generale di governi ed organi d'informazione non mi pare sia questa visto che l'informazione fornita non è completa e non è chiara. Trattare un potenziale problema come fosse un reale problema è già discutibile ma arrivare ad agire in via preventiva vaccinando le persone contro quella che fino ad ora non è altro che un'eventualità mi sembra davvero eccessivo. Io voglio essere vaccinato contro una malattia non contro un'eventualità. Mettiamola così: se degli esperti di tornado venissero a casa vostra dicendovi che, nonostante NON vi sia un pericolo imminente, nonostante NON via sia certezza del rischio e, soprattutto, nonostante NON via sia alcuno strumento che stia rilevando l'arrivo di un tornado, sarebbe bene che, "in via del tutto preventiva", puntellaste casa vostra con il rischio di farla crollare all'istante, accettereste o no?
E qui arriviamo al punto: i vaccini non sono esenti da rischi e per questo dovrebbero sempre rispettare una regola aurea di rapporto costi/benefici. Se il rischio di una malattia non è elevato o, peggio, non è dimostrato, il vaccino non dovrebbe essere usato. Diversamente si rischia di cadere nella situazione in cui la cura può diventare più pericolosa della malattia. Il primo ottobre 1976 gli Stati Uniti iniziarono una vaccinazione di massa che interessò 46 milioni di persone contro una supposta letale influenza suina. Il risultato fu che la supposta letalità restò una supposizione ma circa 4000 persone contrassero, per colpa del vaccino e non dell'influenza, una sindrome neurologica - la Guillain-Barré syndrome (GBS) - che porta a paralisi progressiva parziale o totale. Sia ben chiaro, non sto escludendo la possibilità che il virus H1N1 possa mutare diventando realmente pericoloso. Così come non posso escludere che camminando su un marciapiede si possa essere colpiti in testa da un vaso di gerani. Ma una cosa è la percezione del rischio reale e ben altra cosa è la percezione del rischio ipotetico. Perché devo espormi ad un rischio reale se ho di fronte, oggi, solo un rischio ipotetico? In altre parole, chi di voi per evitare l'ipotetico vaso di gerani, si chiuderebbe preventivamente in casa per sempre? Come dice il rapporto dell'OMS "Close monitoring of viruses by a WHO network of laboratories shows that viruses from all outbreaks remain virtually identical. Studies have detected no signs that the virus has mutated to a more virulent or lethal form". E questa, nonostante i giornali, è, ad oggi, la realtà dei fatti.
La situazione cambierà? Il virus muterà diventando pericoloso? Aumenteranno i morti? Rispondiamo usando il buon senso:
1. Aumentando i casi di contagio aumenteranno presumibilmente anche i morti;
2. Abbassandosi le temperature aumenteranno i casi di contagio, le malattie da raffreddamento e probabilmente anche i morti;
3. I virus influenzali mutano non perché siano "cattivi" ma perché in milioni e milioni di anni di evoluzione sono diventati abilissimi nel farlo. E' possibile che, infettando milioni di persone nel mondo e subendo una potente pressione selettiva dovuta all'uso continuo di anti-virali, si creino delle varianti più resistenti e pericolose;
4. Sui grandi numeri, aumentando il numero degli infetti è atteso che un certo numero di morti sia attribuibile al solo virus e non a malattie pregresse complicate dalla presenza del virus.
Queste 4 risposte sono applicabili a tutti i virus influenzali di ogni anno, di ogni periodo storico e di ogni regione geografica. Solo quando i numeri - e non i giornali - mi diranno che c'è una deviazione anomala dal comune andamento inizierò a pormi il problema. Ora no.
Un'ultima cosa: sapete perché mi sono deciso solo oggi a pubblicare un post sull'influenza? Perché l'ho avuta la settimana scorsa. Dopo tre giorni con un po' di tosse, mal di testa e qualche linea di febbre sono guarito stando un po' a letto, bevendo molto e riposando. Che novità per un'influenza, vero?
martedì 8 settembre 2009
Scritto originale in due parti che risponde a modo suo alla piattezza del fenomeno mediatico. Parte 2: cioè quella del "Ciò che sarà"
Lui nemmeno lo voleva fare. Seduto alla scrivania di fronte alla grande finestra del suo ufficio, guardava la lampada con le bolle arancioni che risalivano silenziose dal basso verso l'alto e pensava che alla fine, se fosse stato zitto qualche settimana fa, se non avesse buttato lì l'idea della bara davanti al palco e del concerto d'addio, tutta questa responsabilità non l'avrebbe nemmeno sfiorato. Certo, tutti quei soldi non gli dispiacevano, però... E poi come cantante nemmeno gli piaceva. Gli sembrava matto e tutti quei passetti, gli urletti, i sospiretti... Ma così stavano le cose. Il diligente Frank Spano, dopo un'onorata carriera dietro le quinte era stato nominato responsabile della nuova campagna discografica post-mortem dell'immortale Re del Pop. Interessante no? Da vivo non era mai riuscito a sopportarlo ed ora, ora che il "mito" era passato a miglior vita doveva curarne immagine e diritti. E cosa cavolo si può inventare su un morto? La stessa domanda l'aveva rivolta ai responsabili dell'etichetta ma la risposta fu una fragorosa, grassa ed irrispettosa risata. Povero Frank. Trattandolo come un bambino che deve ancora imparare la lezione gli avevano spiegato che i morti possono essere più redditizi dei vivi. Ci si può fare un sacco di soldi e "sai perché mio caro Frank?". Pelato e grasso, quell'animale di Bob gli aveva spiegato che i morti fanno comodo perché "non rompono le palle e, soprattutto, piacciono al pubblico". In effetti, ragionava Frank, non aveva mai visto nulla di simile. Il giudizio di molti su Michael Jackson vivo si muoveva in un range che andava dall'eccentricità alla pedofilia. Ma ora, ora che nessuno poteva più sbizzarrirsi nello scrivere nuove pagine di eccessi e manie sembrava che tutto fosse cambiato. Da giorni passavano sul marciapiede lì sotto masse di adolescenti, ventenni e trentenni che indossavano un guanto bianco. Dalle finestre e dalle radio era un continuo di Beat it e Billie Jean come se non fossero mai esistite prima e i critici musicali lo coccolavano celebrando la scomparsa del più "incredibile", "indimenticabile" ed "unico genio del pop di tutti i tempi". "E adesso che ti prende Frankie? Con l'età stai diventando filosofo? Che ti frega di tutto questo? I morti fanno fare un sacco di soldi, Frankie. Guarda bene. Guarda come funziona il gioco. La gente ha bisogno di peccatori vivi e santi morti. Solo così può crocifiggere e far risorgere. Il nostro compito è solo quello di darle quello che vuole. Un modo rapido per sentirsi severa ma giusta, misericordiosa ed infinitamente buona, partecipe e coinvolta. E tutto questo senza alzarsi dal divano, senza dover poggiare la birra gelata e, soprattutto, senza smettere di guardarci mentre li prendiamo per il culo. Hai capito Frankie?"
Gli faceva proprio schifo quella lampada rigurgitante bolle arancioni piazzata sulla scrivania. Ma vicino alla lampada... Vicino a quell'orribile lampada c'era lei: la lista. Ci aveva messo un po' di giorni per stilarla ma i suoi ragazzi avevano lavorato bene. Con una perfetta scansione dei tempi, giorno dopo giorno avevano costruito il palinsesto della nuova carriera post-mortem di Michael. C'era tutto: le ultime indiscrezioni sulla sua vita privata, i figli e il giallo sulla morte, le raccolte rimasterizzate, il nuovo disco di inediti trovati a Neverland, il cofanetto in 5 dvd con tutti i video e le interviste, il film-documentario che alterna scene di vita quotidiana al commosso ricordo dei parenti ed amici, il concerto tributo dei big "per non dimenticare", i libri non autorizzati, il film biografico interpretato da una star giovane ed amata e la fondazione per l'attività di beneficienza. Si c'era tutto. Come sempre.
Gli piaceva rigirarsela tra le mani la lista, toccare la carta ruvida e immaginare quanto valesse. Non gli piaceva Michael Jackson da vivo ma da morto cominciava a stargli simpatico. "Bravo Michael. The King of Pop". Spense la lampada arancione, prese la giacca e, con il sorriso soddisfatto di chi ha fatto il proprio dovere, pensò che doveva sbrigarsi: in tv stasera c'erano i Lakers ed una bella birra ghiacciata ad attenderlo.
Gli faceva proprio schifo quella lampada rigurgitante bolle arancioni piazzata sulla scrivania. Ma vicino alla lampada... Vicino a quell'orribile lampada c'era lei: la lista. Ci aveva messo un po' di giorni per stilarla ma i suoi ragazzi avevano lavorato bene. Con una perfetta scansione dei tempi, giorno dopo giorno avevano costruito il palinsesto della nuova carriera post-mortem di Michael. C'era tutto: le ultime indiscrezioni sulla sua vita privata, i figli e il giallo sulla morte, le raccolte rimasterizzate, il nuovo disco di inediti trovati a Neverland, il cofanetto in 5 dvd con tutti i video e le interviste, il film-documentario che alterna scene di vita quotidiana al commosso ricordo dei parenti ed amici, il concerto tributo dei big "per non dimenticare", i libri non autorizzati, il film biografico interpretato da una star giovane ed amata e la fondazione per l'attività di beneficienza. Si c'era tutto. Come sempre.
Gli piaceva rigirarsela tra le mani la lista, toccare la carta ruvida e immaginare quanto valesse. Non gli piaceva Michael Jackson da vivo ma da morto cominciava a stargli simpatico. "Bravo Michael. The King of Pop". Spense la lampada arancione, prese la giacca e, con il sorriso soddisfatto di chi ha fatto il proprio dovere, pensò che doveva sbrigarsi: in tv stasera c'erano i Lakers ed una bella birra ghiacciata ad attenderlo.
domenica 6 settembre 2009
Lettere
Come promesso pubblico alcune lettere arrivate dopo la mail al Corriere. Alcune erano molto lunghe e mi sono permesso di tagliarle mantenendone il più possibile il senso. Secondo me, anche se molto ridotto e distorto dal fatto stesso di far parte di una rubrica, il campionamento è abbastanza rappresentativo di vari pensieri dominanti e caratteristici. Buona lettura.
A chi fa bene la rassegnazione?
A me fa bene.
Sono stanco, mi creda
Non voglio fare la vittima ma dopo 30 anni di lotte, dopo il continuo credere alla Legge, ai diritti, mi sarò pure stancato di prendere batoste o no??!; ecco il perchè della rassegnazione.
Sono stanco di vedere l'amico dell'amico che mi passa avanti nei concorsi, sono stanco di vedere i miei diritti calpestati, sono stanco sopratutto di vedere come la legge viene applicata a chi si ribella e interpretata per gli amici.[...]
Raccomando ogni santo giorno, a mio figlio quasi 18enne di scappare via da questo paese (volutamente con la minuscola).
Adeguarsi o morire (civilmente): mi adeguo e metterò a frutto la mia intelligenza per farmi un giro di amicizie "giuste".......per truffare il mio prossimo e lo Stato a tutto spiano; sporcherò le strade e inquinerò ancora di più.
Se esistesse un indirizzo fisico della Mafia al quale poter indirizzare una domanda di assunzione lo farei senza remore.
Le persone se le ammazzi, se le freghi qui ti ammirano, nel caso contrario sei un fesso.
Mi scusi lo sfogo, Sig. Ottavio
La saluto cordialmente
***********************
Io che protesto sovente contro i diversi puttanai pubblici e privati, vengo considerato dagli amici con benevolenza. Eppure ho moltissimi casi, tutti documentatissimi, di piccole/grtandi vittorie contro questo o quel sopruso, o contro questo o quel malfunzionamento.
Sei in fila dal tabaccaio e quello dietro di te allunga i venti euro passandoti con il braccio sopra la testa? Ma lascia perdere, sono dei maleducati.
E così via, dal caso di poco conto a quello grave. E tutti avanti con l'aria degli ebeti cui si può fare ingoiare tutto.
***********************
Al fegato, carissimo Ottavio.
Perché hai litigato per anni con i commercianti per farti fare lo
scontrino: poi il Parlamento ha varato il "Concordato Fiscale Preventivo"
eliminando l'obbligo dello scontrino. In compenso la spesa ormai la fai
solo al supermercato, a venti minuti di auto, perché ora tutti i negozi
sotto casa se possono farti un dispetto, lo fanno.
Perché hai visto un ragazzotto rubare un portafogli davanti alla Stazione,
ti sei offerto di testimoniare e due agenti della Polfer lo hanno pure
preso. Ma ogni due anni, all'ennesima convocazione del processo, ci si
ritrova sempre te ed uno dei due agenti. L'altro nel frattempo lo hanno
arrestato per corruzione [...]
Anche se, in fondo, lo sai anche tu, Ottavio. Se ho destinato un po' di
tempo all'esigenza interiore di rispondere alla tua domanda, negherei
l'evidenza se non ammettessi che, sotto sotto, completamente rassegnato
ancora non sono. Ma è solo perché so esistere una terza via: la crisi
mondiale prima o poi si attenuerà, ed i miei amici finlandesi il mio
curriculum lo hanno già.
Con profonda ammirazione per i tuoi gesti di civiltà,
Luca
***************************
Stiamo toccando il fondo di un pozzo osceno, se un fondo c'e'.
si raccolgono oramai da decenni I frutti velenosi di 50 anni di orrore
L'Italia torna ad essere una sola "espressione geografica" come era prima del nostro Risorgimento.
Ma, del resto, cosa ci aspettavamo....rose e fiori??
***************************
Oila` Ottavio ! anche se la tua lettera e` rivolta a Beppe , permettimi un breve commento
in merito a quanto ti ha detto quel capotreno ;
la percentuale di chi chiede il rimborso e protesta formalmente è infinitesima.
Vero ,e il motivo e` semplice : perche` la stragrande maggioranza degli italiani ,compreso il capotreno, in situazioni identiche,
si comporterebbe esattamente come si e` comportato l'impiegato dello sportello ; quella non e` rassegnazione e` semplicemente l'accettazione tacita di una situazione di comodo; [...]
..perche` credi che 20 anni fa ho fatto la valigia ? non certo perche` anche in Inghilterra c'era il sole, il mare cristallino e la mozzarella fresca ( anche se devo dire che oggi come oggi trovi anche quella e a prezzi decisamente inferiori rispetto a quelli italiani)
cordiali saluti da una londra che oggi , dopo giorni di pioggia,
si e` decisa a regalare
un raggio di sole
mario
***********************
caro Ottavio, il vero eroe e` colui che ha avuto il coraggio di dire basta , coi fatti, alla monnezza per qualcosa di piu` pulito ; ma dire basta e fare i fatti non e` cosa facile perche` per rinunciare alla propria terra, alle proprie abitudini, alla propria lingua, alla propria cultura , agli affetti ed ai compromessi che , se accettati, avrebbero potuto renderti la vita piu` facile ci vuole non soltanto il coraggio di un leone ma anche e soprattutto una dignita` elevata all'ultima potenza, due qualita` che purtroppo la stragrande maggioranza dei nostri connazionali non possiede.
mario
***********************
L'Italia sta perdendo tutti I treni e soltanto delle inutilita' si parla e si discute a miliardi di parole dette e scritte
PERCHE' COSI' SI VUOLE CHE SIA.
ernesto
A chi fa bene la rassegnazione?
A me fa bene.
Sono stanco, mi creda
Non voglio fare la vittima ma dopo 30 anni di lotte, dopo il continuo credere alla Legge, ai diritti, mi sarò pure stancato di prendere batoste o no??!; ecco il perchè della rassegnazione.
Sono stanco di vedere l'amico dell'amico che mi passa avanti nei concorsi, sono stanco di vedere i miei diritti calpestati, sono stanco sopratutto di vedere come la legge viene applicata a chi si ribella e interpretata per gli amici.[...]
Raccomando ogni santo giorno, a mio figlio quasi 18enne di scappare via da questo paese (volutamente con la minuscola).
Adeguarsi o morire (civilmente): mi adeguo e metterò a frutto la mia intelligenza per farmi un giro di amicizie "giuste".......per truffare il mio prossimo e lo Stato a tutto spiano; sporcherò le strade e inquinerò ancora di più.
Se esistesse un indirizzo fisico della Mafia al quale poter indirizzare una domanda di assunzione lo farei senza remore.
Le persone se le ammazzi, se le freghi qui ti ammirano, nel caso contrario sei un fesso.
Mi scusi lo sfogo, Sig. Ottavio
La saluto cordialmente
***********************
Io che protesto sovente contro i diversi puttanai pubblici e privati, vengo considerato dagli amici con benevolenza. Eppure ho moltissimi casi, tutti documentatissimi, di piccole/grtandi vittorie contro questo o quel sopruso, o contro questo o quel malfunzionamento.
Sei in fila dal tabaccaio e quello dietro di te allunga i venti euro passandoti con il braccio sopra la testa? Ma lascia perdere, sono dei maleducati.
E così via, dal caso di poco conto a quello grave. E tutti avanti con l'aria degli ebeti cui si può fare ingoiare tutto.
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Al fegato, carissimo Ottavio.
Perché hai litigato per anni con i commercianti per farti fare lo
scontrino: poi il Parlamento ha varato il "Concordato Fiscale Preventivo"
eliminando l'obbligo dello scontrino. In compenso la spesa ormai la fai
solo al supermercato, a venti minuti di auto, perché ora tutti i negozi
sotto casa se possono farti un dispetto, lo fanno.
Perché hai visto un ragazzotto rubare un portafogli davanti alla Stazione,
ti sei offerto di testimoniare e due agenti della Polfer lo hanno pure
preso. Ma ogni due anni, all'ennesima convocazione del processo, ci si
ritrova sempre te ed uno dei due agenti. L'altro nel frattempo lo hanno
arrestato per corruzione [...]
Anche se, in fondo, lo sai anche tu, Ottavio. Se ho destinato un po' di
tempo all'esigenza interiore di rispondere alla tua domanda, negherei
l'evidenza se non ammettessi che, sotto sotto, completamente rassegnato
ancora non sono. Ma è solo perché so esistere una terza via: la crisi
mondiale prima o poi si attenuerà, ed i miei amici finlandesi il mio
curriculum lo hanno già.
Con profonda ammirazione per i tuoi gesti di civiltà,
Luca
***************************
Stiamo toccando il fondo di un pozzo osceno, se un fondo c'e'.
si raccolgono oramai da decenni I frutti velenosi di 50 anni di orrore
L'Italia torna ad essere una sola "espressione geografica" come era prima del nostro Risorgimento.
Ma, del resto, cosa ci aspettavamo....rose e fiori??
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Oila` Ottavio ! anche se la tua lettera e` rivolta a Beppe , permettimi un breve commento
in merito a quanto ti ha detto quel capotreno ;
la percentuale di chi chiede il rimborso e protesta formalmente è infinitesima.
Vero ,e il motivo e` semplice : perche` la stragrande maggioranza degli italiani ,compreso il capotreno, in situazioni identiche,
si comporterebbe esattamente come si e` comportato l'impiegato dello sportello ; quella non e` rassegnazione e` semplicemente l'accettazione tacita di una situazione di comodo; [...]
..perche` credi che 20 anni fa ho fatto la valigia ? non certo perche` anche in Inghilterra c'era il sole, il mare cristallino e la mozzarella fresca ( anche se devo dire che oggi come oggi trovi anche quella e a prezzi decisamente inferiori rispetto a quelli italiani)
cordiali saluti da una londra che oggi , dopo giorni di pioggia,
si e` decisa a regalare
un raggio di sole
mario
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caro Ottavio, il vero eroe e` colui che ha avuto il coraggio di dire basta , coi fatti, alla monnezza per qualcosa di piu` pulito ; ma dire basta e fare i fatti non e` cosa facile perche` per rinunciare alla propria terra, alle proprie abitudini, alla propria lingua, alla propria cultura , agli affetti ed ai compromessi che , se accettati, avrebbero potuto renderti la vita piu` facile ci vuole non soltanto il coraggio di un leone ma anche e soprattutto una dignita` elevata all'ultima potenza, due qualita` che purtroppo la stragrande maggioranza dei nostri connazionali non possiede.
mario
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L'Italia sta perdendo tutti I treni e soltanto delle inutilita' si parla e si discute a miliardi di parole dette e scritte
PERCHE' COSI' SI VUOLE CHE SIA.
ernesto
mercoledì 29 luglio 2009
Corriere della Sera del 29 Luglio 2009

Oggi mi hanno pubblicato la mail sul Corriere della Sera nella rubrica Italians di Beppe Severgnini:
http://www.corriere.it/solferino/severgnini/09-07-29/06.spm
A chi fa bene tutta questa rassegnazione?
Caro Beppe,
Lavoro a Singapore come bioinformatico in un istituto di ricerca biomedica. Da una settimana sono in Italia per le vacanze estive e questa è la breve cronaca di tre episodi di cui sono stato testimone:
- Milano, Lunedì 13 Luglio: io e la mia ragazza assistiamo al furto di un borsello vicino al Parco Nord. Inseguiamo l'auto in fuga per segnarci il numero di targa e andiamo a denunciare il fatto ai vigili. Torniamo sul luogo del furto per consegnare i dati anche alla vittima ma troviamo solo un altro testimone oculare che ci avverte che "nonostante il nostro sia un atto [bla, bla, bla] fare i poliziotti non è il nostro mestiere".
- Brescia, Mercoledì 15 Luglio: io e mia madre siamo in coda per acquistare due biglietti. Fa molto caldo e con una cinquantina di persone in attesa ci sono solo due sportelli aperti su sette. Dopo un'ora e mezza mia madre protesta e la risposta è una battuta volgare da parte di uno dei due allo sportello. Allora intervengo io e lo stesso personaggio perde le staffe trattandomi come se il problema fossi io e non il disservizio subito da tutti.
- Verona, Venerdì 17 Luglio: ho un biglietto di prima classe sul treno Verona-Lecce delle 13.31. Lo scompartimento è sporco e maleodorante con aloni di sudore su poggiatesta e braccioli. La giornata è torrida e l'aria condizionata non funziona. Altre persone con biglietto di prima classe non trovano nemmeno il vagone dato che sono state emesse prenotazioni per posti inesistenti.
Di questi tre episodi sai cosa mi ha dato più fastidio? La reazione delle vittime. Chi subisce un torto in Italia reagisce spesso con la frase "tanto non cambia nulla". Uno dei capitreno del Verona-Lecce mi raccontava che in queste situazioni di disagio - note a tutti i dirigenti delle Ferrovie - la percentuale di chi chiede il rimborso e protesta formalmente è infinitesima. Quindi a chi fa bene la rassegnazione? A chi subisce il danno o a chi guadagna nel poterlo fare di nuovo?
Saluti
E' più sintetica della precedente perché lo spazio disponibile è ridotto ma i concetti sono gli stessi. Dato che dopo questa pubblicazione mi sono arrivate un po' di mail interessanti da ogni dove farei due cose:
1. Aspetto qualche giorno e poi le pubblico sul blog (gli autori resteranno anonimi);
2. Dato che sono reduce da una nuova odissea con le Ferrovie ora ho materiale sufficiente per credere che le mie esperienze sui treni di questi giorni non siano un fenomeno randomico. Quindi scrivo anche alle Ferrovie dello Stato e vediamo il tenore della risposta.
sabato 18 luglio 2009
Tanto non serve a nulla, tanto non cambia nulla
Lettera spedita oggi, 18 Luglio ore 18.15, al Direttore di Repubblica Vittorio Zucconi.
Caro Direttore,
Da circa sei mesi lavoro a Singapore come bioinformatico presso un istituto di ricerca biomedica. Da una settimana sono in Italia per le vacanze estive e questo è il breve racconto di tre (sgradevoli) episodi di cui sono stato testimone:
- Milano, Lunedì 13 Luglio, mattina: siamo in auto io e la mia ragazza e ad un autolavaggio vicino al Parco Nord assistiamo al furto di un borsello ad opera di due ragazzi in macchina. La mia ragazza d'istinto preme sull'acceleratore per raggiungere l'auto in fuga e permettermi di segnare il numero di targa. Dieci minuti dopo siamo dai vigili per denunciare il fatto. Reazioni di stupore seguite da flemma estatica. Per sicurezza andiamo anche all'autolavaggio per cercare la vittima del furto e consegnargli i dati raccolti ma troviamo solo un altro testimone oculare che ci avverte che, "nonostante il vostro sia un atto di grande spessore morale [bla, bla, bla] fare i poliziotti non è il nostro mestiere".
- Brescia, Mercoledì 15 Luglio, pomeriggio: io e mia madre siamo alla stazione ferroviaria in attesa di acquistare due biglietti. Ci saranno circa cinquanta persone in coda e solo due sportelli aperti su sette. L'angolo è abbastanza angusto e fa molto caldo. Dei due addetti agli sportelli uno lavora e l'altro si assenta ogni cinque minuti per non chiari motivi. Dopo un'ora e mezza in fila, mia madre decide di andare a chiedere spiegazioni e l'uomo allo sportello la schernisce con una battuta inutile e volgare. Allora intervengo io in modo più deciso e l'uomo allo sportello perde platealmente le staffe come se il problema fossi io e non il disservizio che tutti stavamo subendo. Silenzio ed imbarazzo tra le persone in coda che preferiscono non incrociare i miei sguardi.
- Verona, Venerdì 17 Luglio, pomeriggio: ho acquistato un biglietto di prima classe sull'Intercity Verona-Lecce delle 13.31. Lo scompartimento è sporchissimo, i tavolini non si estraggono e quelli estraibili sono coperti di gomme da masticare. C'è un forte odore di sigaretta e aloni di sudore sui poggiatesta e sui braccioli. L'aria condizionata non funziona negli scompartimenti perché hanno divelto le manopole della regolazione. Le persone con prenotazione nella carrozza 1 (io per puro caso ero nella 2) hanno la sorpresa di non trovare la carrozza. Chi ha emesso i biglietti ha assegnato posti inesistenti e queste persone, con biglietto e prenotazione pagati, devono spostarsi in continuazione con tutti i bagagli lasciando il posto a chi sale. Il capotreno sostiene che lui non ci può fare nulla, che i biglietti non li emette lui e che, madido di sudore ed orgoglioso, "se tutte le lucine sono verdi vuol dire che l'aria condizionata sta andando". Peccato che nessuno la senta.
Io conosco il mio Paese e la mia attuale permanenza in uno Stato dove tutto funziona molto bene non mi ha fatto dimenticare da dove vengo. L'inefficienza, la prepotenza, il sarcasmo, tutte queste cose non mi sorprendono. L'aspetto però che mi ha fatto male e che non avevo mai considerato prima quando vivevo in Italia sa qual è? L'assenza totale di rabbia. Qui quasi nessuno si arrabbia quando viene maltrattato. Si subisce in silenzio sperando che passi velocemente. Al massimo si brontola un po' ma poi finisce in un attimo. Tutte le volte che fai qualcosa in Italia, tutte le volte che intervieni perché è giusto farlo perché è da persone civili e non da eroi, come un disco rotto ti continuano a ripetere: "tanto non serve a nulla, tanto non cambia nulla". Magari è vero ma se, per esempio mercoledì a Brescia, tutte le cinquanta persone in coda avessero protestato anziché assistere inerti allo spettacolo, forse un ventilatore qualcuno l'avrebbe acceso. Strane sensazioni in questi giorni. E' come se la gente, sommersa dal tutto e dal contrario di tutto, dall'ingiustificabile senza vergogna e dalla giustificazione dell'ingiustificabile, preferisse stordirsi di parole piuttosto che reagire. Ascolta e ripete ciò che sente ma non cerca soluzioni. Vivaci discussioni sull'utile, sul futile, sul politico e sul criminale ma parlare non è risolvere. E piano piano la sensazione che il meccanismo si stia fermando. "Tanto non serve a nulla, tanto non cambia nulla". E la rassegnazione a chi serve? Sicuramente non alle vittime. Ai carnefici, invece, è utilissima. Ma la rabbia non c'è più in questo Paese e con la rabbia temo sia svanita anche la speranza.
Un caro saluto.
Caro Direttore,
Da circa sei mesi lavoro a Singapore come bioinformatico presso un istituto di ricerca biomedica. Da una settimana sono in Italia per le vacanze estive e questo è il breve racconto di tre (sgradevoli) episodi di cui sono stato testimone:
- Milano, Lunedì 13 Luglio, mattina: siamo in auto io e la mia ragazza e ad un autolavaggio vicino al Parco Nord assistiamo al furto di un borsello ad opera di due ragazzi in macchina. La mia ragazza d'istinto preme sull'acceleratore per raggiungere l'auto in fuga e permettermi di segnare il numero di targa. Dieci minuti dopo siamo dai vigili per denunciare il fatto. Reazioni di stupore seguite da flemma estatica. Per sicurezza andiamo anche all'autolavaggio per cercare la vittima del furto e consegnargli i dati raccolti ma troviamo solo un altro testimone oculare che ci avverte che, "nonostante il vostro sia un atto di grande spessore morale [bla, bla, bla] fare i poliziotti non è il nostro mestiere".
- Brescia, Mercoledì 15 Luglio, pomeriggio: io e mia madre siamo alla stazione ferroviaria in attesa di acquistare due biglietti. Ci saranno circa cinquanta persone in coda e solo due sportelli aperti su sette. L'angolo è abbastanza angusto e fa molto caldo. Dei due addetti agli sportelli uno lavora e l'altro si assenta ogni cinque minuti per non chiari motivi. Dopo un'ora e mezza in fila, mia madre decide di andare a chiedere spiegazioni e l'uomo allo sportello la schernisce con una battuta inutile e volgare. Allora intervengo io in modo più deciso e l'uomo allo sportello perde platealmente le staffe come se il problema fossi io e non il disservizio che tutti stavamo subendo. Silenzio ed imbarazzo tra le persone in coda che preferiscono non incrociare i miei sguardi.
- Verona, Venerdì 17 Luglio, pomeriggio: ho acquistato un biglietto di prima classe sull'Intercity Verona-Lecce delle 13.31. Lo scompartimento è sporchissimo, i tavolini non si estraggono e quelli estraibili sono coperti di gomme da masticare. C'è un forte odore di sigaretta e aloni di sudore sui poggiatesta e sui braccioli. L'aria condizionata non funziona negli scompartimenti perché hanno divelto le manopole della regolazione. Le persone con prenotazione nella carrozza 1 (io per puro caso ero nella 2) hanno la sorpresa di non trovare la carrozza. Chi ha emesso i biglietti ha assegnato posti inesistenti e queste persone, con biglietto e prenotazione pagati, devono spostarsi in continuazione con tutti i bagagli lasciando il posto a chi sale. Il capotreno sostiene che lui non ci può fare nulla, che i biglietti non li emette lui e che, madido di sudore ed orgoglioso, "se tutte le lucine sono verdi vuol dire che l'aria condizionata sta andando". Peccato che nessuno la senta.
Io conosco il mio Paese e la mia attuale permanenza in uno Stato dove tutto funziona molto bene non mi ha fatto dimenticare da dove vengo. L'inefficienza, la prepotenza, il sarcasmo, tutte queste cose non mi sorprendono. L'aspetto però che mi ha fatto male e che non avevo mai considerato prima quando vivevo in Italia sa qual è? L'assenza totale di rabbia. Qui quasi nessuno si arrabbia quando viene maltrattato. Si subisce in silenzio sperando che passi velocemente. Al massimo si brontola un po' ma poi finisce in un attimo. Tutte le volte che fai qualcosa in Italia, tutte le volte che intervieni perché è giusto farlo perché è da persone civili e non da eroi, come un disco rotto ti continuano a ripetere: "tanto non serve a nulla, tanto non cambia nulla". Magari è vero ma se, per esempio mercoledì a Brescia, tutte le cinquanta persone in coda avessero protestato anziché assistere inerti allo spettacolo, forse un ventilatore qualcuno l'avrebbe acceso. Strane sensazioni in questi giorni. E' come se la gente, sommersa dal tutto e dal contrario di tutto, dall'ingiustificabile senza vergogna e dalla giustificazione dell'ingiustificabile, preferisse stordirsi di parole piuttosto che reagire. Ascolta e ripete ciò che sente ma non cerca soluzioni. Vivaci discussioni sull'utile, sul futile, sul politico e sul criminale ma parlare non è risolvere. E piano piano la sensazione che il meccanismo si stia fermando. "Tanto non serve a nulla, tanto non cambia nulla". E la rassegnazione a chi serve? Sicuramente non alle vittime. Ai carnefici, invece, è utilissima. Ma la rabbia non c'è più in questo Paese e con la rabbia temo sia svanita anche la speranza.
Un caro saluto.
sabato 4 luglio 2009
Scritto originale in due parti che risponde a modo suo alla piattezza del fenomeno mediatico. Parte 1: cioè quella del "Ciò che è stato"
Michael Jackson veniva violentato dal padre. Michael Jackson dorme in una tenda iperbarica. Michael Jackson condivide il bagno con la sua scimmia Bubbles.
Il mio primo walkman della Sony di colore bordeaux...
Michael Jackson ha comprato le ossa di Elephant Man. Michael Jackson si sbianca la pelle perché non gli piace essere nero. Michael Jackson fa gli interventi di plastica facciale per diventare Diana Ross.
...deflettore posteriore in mille pezzi. Rubato.
Michael Jackson è anoressico. Michael Jackson si è bruciato i capelli durante lo spot della Pepsi Cola. Michael Jackson è diventato strettamente vegetariano. Michael Jackson ha ricevuto il premio da Ronald Reagan. Michael Jackson è amico di Steven Spielberg.
...su una cassetta da 90'. Il sabato pomeriggio restavo attaccato alla radio...
Michael Jackson ha la vitiligine. Michael Jackson violenta i bambini. La sorella di Michael Jackson dice che Michael Jackson è un pedofilo. Michael Jackson si può staccare il naso quando vuole. Michael Jackson si è sposato con Lisa Marie Presley ed il rapporto è "sessualmente attivo". Michael Jackson è stato sottoposto ad un'ispezione genitale per venticinque minuti dal medico legale.
...vedere il pavimento che si illuminava mentre camminava sul marciapiede in Billie Jean...
Michael Jackson è stato accusato di anti-semitismo. Michael Jackson ha avuto due figli attraverso donazione di sperma. La seconda moglie di Michael Jackson ha detto che Michael Jackson non ha donato sperma. Michael Jackson ha avuto il terzo figlio per inseminazione artificiale attraverso una madre surrogata di cui non è nota l'identità.
...e aspettavo sempre l'assolo di Van Halen in Beat it.
Michael Jackson ha esposto suo figlio dal balcone di un hotel scuotendolo nel vuoto. Michael Jackson è regredito all'età di un bambino di 10 anni. Michael Jackson è dipendente da morfina.
...il moonwalker con le calze sul pavimento di casa...
Michael Jackson ha un debito di duecentosettanta milioni di dollari rifinanziato con un altro da trecentomilioni di dollari. Michael Jackson deve vendere la sua residenza Neverland. Michael Jackson si è convertito all'Islam in presenza di Steve Porcaro e Cat Stevens.
...al telegiornale delle 20.00 il video di Thriller...
Michael Jackson è morto per un attacco cardiaco. Michael Jackson non è morto per un attacco cardiaco.
...gli zombie che uscivano dalle tombe ed uno perdeva un braccio mentre camminava...
Michael Jackson aveva lo stomaco pieno di pillole. Michael Jackson voleva essere sottoposto ad un processo di plastificazione post-mortem sostituendo l'acqua del corpo con polimeri siliconici.
...e mi piaceva un sacco alla fine perché lui la svegliava piano ma quando si voltava aveva gli occhi da gatto.
Janet Jackson piange ricordando Michael Jackson. Madonna non ha ancora smesso di piangere ricordando Michael Jackson. Beyoncé canta l'Ave Maria di Schubert in ricordo di Michael Jackson...
...poi le immagini sfumavano e sopra ogni cosa restava la risata di Vincent Price.
La tv si spegne con un flash che illumina per un attimo la stanza.
Beve un bicchiere di tè, ci pensa un attimo e poi l'Autore decide di aggiungere che:
1. Prima delle vacanze natalizie del 1983 si trovò con la sua classe nella pizzeria Il Cormorano di Brescia;
2. In tale pizzeria, il compagno di banco Braghetta Sergio tirò fuori un numero di Playboy in cui appariva nuda e bellissima Ola Ray, la ragazza del video Thriller;
3. La professoressa di matematica Bignetti trovò, in circostanze del tutto accidentali, il numero della suddetta pruriginosa rivista mentre l'autore ed il Braghetta mangiavano distratti e famelici il primo una Quattro Stagioni e il secondo...l'Autore non ricorda;
4. L'Autore non è mai riuscito, nonostante innumerevoli tentativi, a riprodurre fedelmente il passo Moonwalk nemmeno con le calze sul pavimento.
Un'ultima cosa:
L'Autore cerca di distinguere tra ciò che sono i suoi ricordi ed i ricordi che non gli appartengono. Tra ciò che è prezioso (in quanto suo) e ciò che, semplicemente, fa rumore.
Il mio primo walkman della Sony di colore bordeaux...
Michael Jackson ha comprato le ossa di Elephant Man. Michael Jackson si sbianca la pelle perché non gli piace essere nero. Michael Jackson fa gli interventi di plastica facciale per diventare Diana Ross.
...deflettore posteriore in mille pezzi. Rubato.
Michael Jackson è anoressico. Michael Jackson si è bruciato i capelli durante lo spot della Pepsi Cola. Michael Jackson è diventato strettamente vegetariano. Michael Jackson ha ricevuto il premio da Ronald Reagan. Michael Jackson è amico di Steven Spielberg.
...su una cassetta da 90'. Il sabato pomeriggio restavo attaccato alla radio...
Michael Jackson ha la vitiligine. Michael Jackson violenta i bambini. La sorella di Michael Jackson dice che Michael Jackson è un pedofilo. Michael Jackson si può staccare il naso quando vuole. Michael Jackson si è sposato con Lisa Marie Presley ed il rapporto è "sessualmente attivo". Michael Jackson è stato sottoposto ad un'ispezione genitale per venticinque minuti dal medico legale.
...vedere il pavimento che si illuminava mentre camminava sul marciapiede in Billie Jean...
Michael Jackson è stato accusato di anti-semitismo. Michael Jackson ha avuto due figli attraverso donazione di sperma. La seconda moglie di Michael Jackson ha detto che Michael Jackson non ha donato sperma. Michael Jackson ha avuto il terzo figlio per inseminazione artificiale attraverso una madre surrogata di cui non è nota l'identità.
...e aspettavo sempre l'assolo di Van Halen in Beat it.
Michael Jackson ha esposto suo figlio dal balcone di un hotel scuotendolo nel vuoto. Michael Jackson è regredito all'età di un bambino di 10 anni. Michael Jackson è dipendente da morfina.
...il moonwalker con le calze sul pavimento di casa...
Michael Jackson ha un debito di duecentosettanta milioni di dollari rifinanziato con un altro da trecentomilioni di dollari. Michael Jackson deve vendere la sua residenza Neverland. Michael Jackson si è convertito all'Islam in presenza di Steve Porcaro e Cat Stevens.
...al telegiornale delle 20.00 il video di Thriller...
Michael Jackson è morto per un attacco cardiaco. Michael Jackson non è morto per un attacco cardiaco.
...gli zombie che uscivano dalle tombe ed uno perdeva un braccio mentre camminava...
Michael Jackson aveva lo stomaco pieno di pillole. Michael Jackson voleva essere sottoposto ad un processo di plastificazione post-mortem sostituendo l'acqua del corpo con polimeri siliconici.
...e mi piaceva un sacco alla fine perché lui la svegliava piano ma quando si voltava aveva gli occhi da gatto.
Janet Jackson piange ricordando Michael Jackson. Madonna non ha ancora smesso di piangere ricordando Michael Jackson. Beyoncé canta l'Ave Maria di Schubert in ricordo di Michael Jackson...
...poi le immagini sfumavano e sopra ogni cosa restava la risata di Vincent Price.
La tv si spegne con un flash che illumina per un attimo la stanza.
Beve un bicchiere di tè, ci pensa un attimo e poi l'Autore decide di aggiungere che:
1. Prima delle vacanze natalizie del 1983 si trovò con la sua classe nella pizzeria Il Cormorano di Brescia;
2. In tale pizzeria, il compagno di banco Braghetta Sergio tirò fuori un numero di Playboy in cui appariva nuda e bellissima Ola Ray, la ragazza del video Thriller;
3. La professoressa di matematica Bignetti trovò, in circostanze del tutto accidentali, il numero della suddetta pruriginosa rivista mentre l'autore ed il Braghetta mangiavano distratti e famelici il primo una Quattro Stagioni e il secondo...l'Autore non ricorda;
4. L'Autore non è mai riuscito, nonostante innumerevoli tentativi, a riprodurre fedelmente il passo Moonwalk nemmeno con le calze sul pavimento.
Un'ultima cosa:
L'Autore cerca di distinguere tra ciò che sono i suoi ricordi ed i ricordi che non gli appartengono. Tra ciò che è prezioso (in quanto suo) e ciò che, semplicemente, fa rumore.
domenica 28 giugno 2009
La Resa
Respiro guardando il cielo
mentre il corpo non ha peso.
Il mio bisogno d'aria
ha un suono regolare.
Il cuore muove il timpano
e sott'acqua sento
il sibilo del sangue nelle vene.
Liquida fiducia.
Finalmente si abbandona.
Io vive.
Vede la luna e le palme.
L'acqua illuminata.
C'è del buio nel tramonto.
Quiete densa che respira.
Le persone tornano a casa.
Io vive.
E mi piace averne cura.
Il vento profumato.
La calma nelle cose.
Anche senza di me
Tutto continua a ringraziare.
mentre il corpo non ha peso.
Il mio bisogno d'aria
ha un suono regolare.
Il cuore muove il timpano
e sott'acqua sento
il sibilo del sangue nelle vene.
Liquida fiducia.
Finalmente si abbandona.
Io vive.
Vede la luna e le palme.
L'acqua illuminata.
C'è del buio nel tramonto.
Quiete densa che respira.
Le persone tornano a casa.
Io vive.
E mi piace averne cura.
Il vento profumato.
La calma nelle cose.
Anche senza di me
Tutto continua a ringraziare.
mercoledì 10 giugno 2009
Il Bene, il Male e i Teletubbies

Warning: Il seguente post è caratterizzato da un linguaggio crudo e diretto nei confronti di innocenti pupazzi colorati. L'autore, consapevole delle critiche a cui potrà andare incontro, sta facendo merenda.
1997. Mentre Deep Blue batte agli scacchi Kasparov, mentre Steve Jobs torna alla Apple, mentre il Pathfinder atterra sul suolo marziano, la BBC non sa fare altro che partorire questo quartetto di deficienti colorati che non mangia, non si riproduce e non si cambia mai la tuta. Le ragioni dell'esistenza su questa Terra di cotanta inutilità semovente sono ignote. Ebeti nello sguardo (secondo solo a quello di grossi mammiferi produttori di latte e metano) e goffi nei movimenti (secondi solo agli stessi mammiferi) passano il tempo a fare "eeeeee", "aaaaaaa" ed ogni tanto "eeeeeeoooo". Cosa si dicono? Cosa nascondono? Sono pericolosi? E' indubbio che rotolarsi da soli o in coppia su un montarozzo verde (che poi è il loro bunker) con una tuta di pelo sotto il sole cocente sia un comportamento quantomeno sospetto. Alla loro vista ci sono bambini che piangono e cani che abbaiano (una sera ne ho visto uno da Dave Letterman che azzannava il televisore quando apparivano 'sti quattro). E poi - domanda - se non mangiano, perché sono obesi? E ancora: che lavoro fanno? Chi li finanzia? Capiscono la nostra lingua? Paciosi e morbidoni, con le loro gesta insulse (raccolta di un grosso fiore che si vede che è di plastica, analisi di gruppo della propria faccia allo specchio, scoperta del monopattino che tra l'altro ha quattro ruote) entrano in casa dal tubo catodico, da lì raggiungono la retina, il nervo ottico e, subdoli, il cervello dei più deboli. Sono una setta? Nessuno lo può dire con certezza ma si è supposta (e mai termine fu più azzeccato) una loro attività sodomitica. Ebbene si. Nel '99 il pastore evangelico Jerry Falwell dichiarò che Tinky Winky era omosessuale. I segni sono incontestabili: la tuta viola ed il triangolo in testa, tipica simbologia da Gay Pride. Ma io mi domando: perché sono così famosi questi grossi fagioloni sorridenti? Obiettivamente: sono brutti, si muovono male, non danno nessun segnale di intelligenza e cascano per terra ogni due secondi. E poi? Ridono. Ma che ti ridi se non stai in piedi? Potrebbe essere che abbiano problemi all'organo dell'equilibrio. Oppure indossino delle calzature inadeguate. O magari ci vedano poco... Insomma, qualche problema ce l'hanno di sicuro. Ma problemi più gravi li avevano quel milione e trecento mila persone che nel dicembre del '97 comprarono il singolo "Teletubbies say Eh-oh!" e che permisero a questo rimarchevole pezzo di restare primo in classifica nella Uk Singles Chart per due settimane e nella Top75 per 32. Solo le Spice Girls riuscirono a scalzarli dal loro trono con il pezzo (ironia della sorte) "Too much". Ovviamente c'è pure il video in cui questi quattro offrono il meglio di sè producendo nel loro bunker una brodaglia rossiccia (che poi si bevono), simulando un incontro di karaté con un tostapane e bruciando allegramente centinaia di frittelle. E alla fine? Ridono, ovviamente.
Io credo che i Teletubbies dimostrino essenzialmente due cose: la prima è che siamo attratti dall'orrido e vabbè, si sapeva. Ma la seconda mi piace di più: il Teletubbies è una metafora e tra l'altro - udite udite - anche molto istruttiva. Di fatto questi esseri fastidiosi non sono altro che l'ottimizzazione della positività. Sono buonissimi, sono felicissimi, sono spensieratissimi. Vivono in un mondo verde in cui c'è sempre il sole. Un mondo in cui non ci sono i cattivi ma fiori e coniglietti. Non ci sono punte o spigoli ma tutto è tondeggiante, rassicurante, dolce e silenzioso. Ed ecco l'insegnamento: quando elimini il male, il bene può diventare davvero orribile. La faccia dei Teletubbies, ferma in quell'unica espressione ghignante è volutamente inquietante. E siccome chi inventa questi prodotti è sempre più furbo di chi li compra, credo che alla Ragdoll Productions stiano ancora brindando per essere riusciti a creare una trasmissione che nasconde nel suo target "per bambini" la parodia (per adulti) del mondo perfetto. Un mondo in cui l'assenza di una metà del tutto mostra l'altra metà in tutta la sua luce: goffa, ebete e profondamente insulsa.
Detto questo, a me i Teletubbies risultano insopportabili e, per sicurezza, porto sempre con me un accendino: si vocifera che le loro tute siano in acrilico...
sabato 23 maggio 2009
Appunti psicoacustici #3
Cosa: Hoppipolla, Sigur Ròs
Dove: Singapore, Ufficio
Quando: Venerdì, 15.42, Maggio
Note: Piccoli nastri di scotch bianco sui bocchettoni dell'aria condizionata. Due file di neon parallele e il portapenne. La plastica trasparente. Per un solo attimo, ogni cosa.
Dove: Singapore, Ufficio
Quando: Venerdì, 15.42, Maggio
Note: Piccoli nastri di scotch bianco sui bocchettoni dell'aria condizionata. Due file di neon parallele e il portapenne. La plastica trasparente. Per un solo attimo, ogni cosa.
venerdì 8 maggio 2009
38
Sentirsi bene
Sentire il bene
Non c'è attrito
Senza resistenza
Mi diverto quando rido
E quando piove
E poi quando il tuono ancora deve arrivare.
Quando mangio ciò che amo
Quando solo scopro l'ovvio, il semplice, l'evidente.
Amo il piccolo, il particolare, l'asimmetrico
Il tocco, il punto, il nero
L'impreciso, l'inatteso.
Una sola nota che trova la strada
L'umano a cui mi lego
Il poter fare meglio di così
Perché si può fare
meglio di così.
L'altra notte il temporale
ha fatto a pezzi il cielo.
La mattina il marciapiede
era coperto di fiori.
Sentire s'impara.
Sentire il bene
Non c'è attrito
Senza resistenza
Mi diverto quando rido
E quando piove
E poi quando il tuono ancora deve arrivare.
Quando mangio ciò che amo
Quando solo scopro l'ovvio, il semplice, l'evidente.
Amo il piccolo, il particolare, l'asimmetrico
Il tocco, il punto, il nero
L'impreciso, l'inatteso.
Una sola nota che trova la strada
L'umano a cui mi lego
Il poter fare meglio di così
Perché si può fare
meglio di così.
L'altra notte il temporale
ha fatto a pezzi il cielo.
La mattina il marciapiede
era coperto di fiori.
Sentire s'impara.
mercoledì 6 maggio 2009
domenica 29 marzo 2009
lunedì 23 marzo 2009
I nomi delle cose
La via più rapida è dargli un nome.
Ed avere d'un tratto l'illusione
che tutto sia cambiato.
Che qualcosa sia diventato tuo.
Coltelli affilati per sezionare il tutto
levigano i bordi di ciò che ancora non conosci.
Ma i nomi non sono mai stati ciò che descrivono.
Non si regalano 7 nomi di rose rosse.
Non si viaggia con il dito su una mappa.
Non si vive ripetendo che "domani, vedrai".
Qui ed ora è il dono primo ed ultimo
che il tempo concede.
Il muoversi delle foglie non è per tutti.
Chiediti come ti senti.
Cosa ricordi?
Dov'eri l'ultima volta che è accaduto?
Dall'appartamento accanto le note di un violino.
Non so chi stia suonando.
Non so che faccia abbia.
Prepotente, una molecola di vita
che danza nel mio salotto.
E' musica.
E' umano.
E' il senso delle cose
che esplode senza nome.
Non si diventa padri facendo figli.
Non si diventa amanti senza amore.
La via più rapida è dare i nomi.
Ma è nei fiori il profumo
che puoi ancora sentire.
Ed avere d'un tratto l'illusione
che tutto sia cambiato.
Che qualcosa sia diventato tuo.
Coltelli affilati per sezionare il tutto
levigano i bordi di ciò che ancora non conosci.
Ma i nomi non sono mai stati ciò che descrivono.
Non si regalano 7 nomi di rose rosse.
Non si viaggia con il dito su una mappa.
Non si vive ripetendo che "domani, vedrai".
Qui ed ora è il dono primo ed ultimo
che il tempo concede.
Il muoversi delle foglie non è per tutti.
Chiediti come ti senti.
Cosa ricordi?
Dov'eri l'ultima volta che è accaduto?
Dall'appartamento accanto le note di un violino.
Non so chi stia suonando.
Non so che faccia abbia.
Prepotente, una molecola di vita
che danza nel mio salotto.
E' musica.
E' umano.
E' il senso delle cose
che esplode senza nome.
Non si diventa padri facendo figli.
Non si diventa amanti senza amore.
La via più rapida è dare i nomi.
Ma è nei fiori il profumo
che puoi ancora sentire.
sabato 7 marzo 2009
sabato 3 gennaio 2009
Con te
Dolce è restare ad ascoltare
ora che il mio sudore è sulla tua fronte
e il tuo sguardo nei miei occhi.
Il dono veniva da lontano,
dove il silenzio è mare di notte,
suono senza nome.
Da lì la radice del respiro
si fa tratto di matita,
volo di uccello
e l'occhio che li guarda.
Tutto questo non è mai esistito prima d'ora.
Perché ogni cosa nasce nel momento in cui accade.
Tutto questo non esisterà mai più dopo di ora.
Perché ogni cosa muore per poter cambiare.
Il tempo protegge il segreto chiamandolo istante.
Ed è lì che ti ho incontrata,
mia meravigliosa gioia
e forza delicata.
D'un tratto sei ciò che guardo.
Sei proprio tu che sento
nell'istante esatto senza tempo né ricordo.
Ti sfioro con il naso
e una piccola goccia salata
mi abbandona per raggiungere te.
Dolce è restare ad ascoltare
ora che il mio sudore è sulla tua fronte
ed il tuo sguardo nei miei occhi.
Attendo ancora un po'
prima di parlare.
Attendo ancora un po'.
per restare così.
Con te.
ora che il mio sudore è sulla tua fronte
e il tuo sguardo nei miei occhi.
Il dono veniva da lontano,
dove il silenzio è mare di notte,
suono senza nome.
Da lì la radice del respiro
si fa tratto di matita,
volo di uccello
e l'occhio che li guarda.
Tutto questo non è mai esistito prima d'ora.
Perché ogni cosa nasce nel momento in cui accade.
Tutto questo non esisterà mai più dopo di ora.
Perché ogni cosa muore per poter cambiare.
Il tempo protegge il segreto chiamandolo istante.
Ed è lì che ti ho incontrata,
mia meravigliosa gioia
e forza delicata.
D'un tratto sei ciò che guardo.
Sei proprio tu che sento
nell'istante esatto senza tempo né ricordo.
Ti sfioro con il naso
e una piccola goccia salata
mi abbandona per raggiungere te.
Dolce è restare ad ascoltare
ora che il mio sudore è sulla tua fronte
ed il tuo sguardo nei miei occhi.
Attendo ancora un po'
prima di parlare.
Attendo ancora un po'.
per restare così.
Con te.
domenica 7 dicembre 2008
Pornografia #1
In questo momento sto guardando la tv. Sono le 9.57 del 5 dicembre e Rai Uno sta trasmettendo Uno Mattina. Hanno appena mandato un servizio sulla ThyssenKrupp perché in questi giorni cade l'anniversario dell'incendio a causa del quale sono morte 7 persone. Mentre sullo sfondo scorrono immagini drammatiche, pareti carbonizzate e pompieri che cercano di spegnere un fuoco che inghiotte tutto, sul video scorrono le frasi che i parenti, le fidanzate, gli amici hanno dedicato alle vittime. Frasi semplici e mi sorprende vedere come i clamori e la retorica televisiva si sciolgano come neve al sole quando la realtà tragica piomba nel tuo mondo.
Ma passa una frazione di secondo. Un battito di ciglia. Nessun avvertimento. E d'improvviso le frasi semplici che scorrono sul video diventano una sigla colorata dove da un cappello a cilindro esce la scritta "Mazza Bubù", uno spettacolo di varietà di qualche anno fa. Resto a guardare e non capisco cosa stia succedendo. Il senso di straniamento è totale e cerco di darmi una spiegazione: un errore nel montaggio, una distrazione del regista un cavolo di qualcosa che spieghi il passagio dal ricordo di persone che sono morte bruciando alla celebrazione di un allegro varietà. Attendo il ritorno in studio - qualcuno finalmente spiegherà cosa sta succedendo, no? - ed ecco che i conduttori che avevano presentato il servizio sulla ThyessenKrupp già sono seduti accanto all'ospite di turno che, sorridente, racconta gustosi aneddoti sui protagonisti dell'avanspettacolo italiano.
Come nulla fosse.
Come nulla è.
Molto spesso si sente parlare di "volgarità televisiva", si organizzano dibattiti per stabilire quanto nudo e quante parolacce possa contenere un reality e si scrivono interpellanze parlamentari per chiedere quanto una vignetta sia blasfema. Ma il passare in un istante da immagini drammatiche di persone che sono morte davvero alla sigla di un varietà, il passare da un servizio che documenta una tragedia avvenuta nel nostro mondo reale alla celebrazione di un nulla colorato senza nemmeno l'eleganza di uno stacco, un buio, un annuncio. Tutto questo cos'è? E' sufficientemente "volgare"? E' sufficientemente "blasfemo"?
Il fatto che quotidianamente in televisione si passi dalle immagini di corpi straziati da una bomba all'ultima collezione autunno-inverno, da uno stupro di gruppo al calciomercato, da un agguato di camorra ai regali di Natale non offende nessuno? Questa è "l'informazione completa e puntuale". Con l'illusione di sapere tutto ci si abitua a non sentire più nulla. Onnivori voraci di cibo e stati d'animo. Più si passa dall'orrore al comico e più sembra che qualcosa nella giornata sia accaduto.
Finché non accade a te.
E per un attimo, un solo attimo, senti che c'è qualcosa di profondamente sporco e sbagliato.
Quello che sta parlando di te non sa niente di te.
Quello che sta parlando di te non sente niente per te.
...ma non vi danno un po' di dispiacere
quei corpi in terra senza più calore?
(Franco Battiato, Povera patria)
Ma passa una frazione di secondo. Un battito di ciglia. Nessun avvertimento. E d'improvviso le frasi semplici che scorrono sul video diventano una sigla colorata dove da un cappello a cilindro esce la scritta "Mazza Bubù", uno spettacolo di varietà di qualche anno fa. Resto a guardare e non capisco cosa stia succedendo. Il senso di straniamento è totale e cerco di darmi una spiegazione: un errore nel montaggio, una distrazione del regista un cavolo di qualcosa che spieghi il passagio dal ricordo di persone che sono morte bruciando alla celebrazione di un allegro varietà. Attendo il ritorno in studio - qualcuno finalmente spiegherà cosa sta succedendo, no? - ed ecco che i conduttori che avevano presentato il servizio sulla ThyessenKrupp già sono seduti accanto all'ospite di turno che, sorridente, racconta gustosi aneddoti sui protagonisti dell'avanspettacolo italiano.
Come nulla fosse.
Come nulla è.
Molto spesso si sente parlare di "volgarità televisiva", si organizzano dibattiti per stabilire quanto nudo e quante parolacce possa contenere un reality e si scrivono interpellanze parlamentari per chiedere quanto una vignetta sia blasfema. Ma il passare in un istante da immagini drammatiche di persone che sono morte davvero alla sigla di un varietà, il passare da un servizio che documenta una tragedia avvenuta nel nostro mondo reale alla celebrazione di un nulla colorato senza nemmeno l'eleganza di uno stacco, un buio, un annuncio. Tutto questo cos'è? E' sufficientemente "volgare"? E' sufficientemente "blasfemo"?
Il fatto che quotidianamente in televisione si passi dalle immagini di corpi straziati da una bomba all'ultima collezione autunno-inverno, da uno stupro di gruppo al calciomercato, da un agguato di camorra ai regali di Natale non offende nessuno? Questa è "l'informazione completa e puntuale". Con l'illusione di sapere tutto ci si abitua a non sentire più nulla. Onnivori voraci di cibo e stati d'animo. Più si passa dall'orrore al comico e più sembra che qualcosa nella giornata sia accaduto.
Finché non accade a te.
E per un attimo, un solo attimo, senti che c'è qualcosa di profondamente sporco e sbagliato.
Quello che sta parlando di te non sa niente di te.
Quello che sta parlando di te non sente niente per te.
...ma non vi danno un po' di dispiacere
quei corpi in terra senza più calore?
(Franco Battiato, Povera patria)
giovedì 20 novembre 2008
Game Over
L'altro giorno sono stato in un negozio di giocattoli e, mentre camminavo tra gli scaffali, ho preso nota di alcune cose:
1. Nei negozi di giocattoli ora si vende anche cibo: ho trovato all'ingresso e all'uscita le patatine dei Gormiti.
2. Prendono sempre più piede i giochi "schifezza": c'era la grande tarantola con le zampe che si muovono e gli occhi rossi che si accendono sulla schiena, c'erano i topi di fogna, gli scarafaggi, i ragni pelosi e gli scorpioni.
3. Vanno di moda i peluche obesi: rane, pecore, cani e scoiattoli. Uno scoiattolo aveva un dente più lungo dell'altro.
4. Tra i Lego sono spariti i vettori spaziali: ci sono adesso dei camion tamarri che trasportano le attrezzature di agenti segreti bassi.
Mi fermo qui con l'elenco perché vorrei puntualizzare qualche aspetto. Allora: mentre posso capire le patatine dei Gormiti (per i quali non nutro alcuna simpatia) e i giochi "schifezza", faccio più fatica a capire l'opportunità dei peluche obesi (perché è meglio una pecora grassa di una pecora grande?). Ma il forte rammarico è notare la scomparsa dei vettori spaziali della Lego. Sostituirli con camion tamarri mi sembra una caduta di stile e, cosa non irrilevante, mentre un omino-Lego-astronauta può ancora passare, l'omino-Lego-agente segreto - che fa pure lo sguardo da piacione - no, non è credibile.
Oh, ed ora arriviamo al pezzo forte: i giochi per le femmine. Fino a qualche anno fa era un settore con scaffali pieni di bambole e bambolotti, cucine, forni, lavatrici, passeggini e vettovaglie colorate. Oggi no. Di bambole e bambolotti ne sono rimasti pochi ma cosa ha preso il loro posto? Fondamentalmente tre cose. La bambola anoressica, la cassa del supermercato, il set per fare le pulizie. La bambola anoressica fa impressione perché ha la faccia di una che ce l'ha di traverso con l'aggravante di avere arti lunghissimi e spaventosamente magri. Non voglio fare le solite riflessioni sullo scarso contenuto educativo di alcuni giocattoli, anche perché io sono cresciuto a videogiochi e cartoni giapponesi e sono venuto su benissimo. L'unica cosa è che non mi sembra molto intelligente regalare ad una bambina una fashion-bambola che fa passare il messaggio: sei alla moda solo se entri nel magico mondo dei disturbi alimentari. E' strano che con tutte le associazioni di genitori che ci sono in Italia, questa roba sia ancora in vendita. Ma si sa, tutto quello che viene censurato riguarda storicamente il sesso e la religione, non il fatto che per essere davvero pericolosi basta essere semplicemente stupidi rendendo "moda" un problema che richiederebbe informazione e cliniche e non modelli da emulare fin da bambini. Ma cos'altro c'è sugli scaffali? C'è il Folletto della Vorwerk! E Poi? Il Mocio Vileda! E per concludere? La cassa del supermercato con tanto di microfono e bancomat!
Dopo tutto questo che dire? Alla fine di questo viaggio nel mondo del giocattolo ho capito una cosa: dato che i regali li comprano i genitori, bisogna prima di tutto convincere loro. E cosa convince di più se non la riproposizione della "loro" realtà? E' accettata da tutti, politicamente corretta e senza rischi. Non si punta agli spazi interstellari, Lego Technics, Meccano e Piccolo Chimico. Qui si punta alla sostanza virando verso un più onesto e familiare rappresentante di aspirapolvere oppure una cassiera che, magari, diventa pure cantante di brani da frullato di maroni. Ma allora mi domando, non è che il bel periodo che viviamo è proprio legato alla carenza di Gioco? E per Gioco intendo quello strano stato di straniamento che si vede nei bambini quando si inventano storie incredibili di alieni volanti attaccati da truppe di orsacchiotti. Quello stato di sacra follia che li avvicina a meravigliosi pazzi felici più che a equilibrati e misurati infanti. Ma allora, se il gioco deve diventare uno spaccato di realtà piuttosto che un buco nero di fantasia, voglio proporre alle aziende qualche idea per giocattoli di sicuro successo:
- Il Piccolo Cocainomane: nella scatola sacchetti con polveri di vario colore (atossiche), bilancino di precisione, pipette, soldi (fac-simile) e istruzioni per il taglio;
- Il Piccolo Agente Immobiliare: nella scatola espositori di schede con piantine colorate di appartamenti, una vetrina in plexiglass, una scrivania con sedia girevole e una cravatta che genera un nodo di dimensioni imbarazzanti;
- Il Piccolo Parlamentare: nella scatola il kit in legno di balsa per costruirsi il banchetto, la borsa in similpelle da far portare ad un amico (il "portaborse"), il libretto con tutte le frasi per parlare senza dire nulla risultando incomprensibili e, per questo, dotti;
- Il Piccolo Pirata della Strada: nella scatola la doppia riga continua bianca per allenarsi in salotto al sorpasso illegale e una coppia di fanali allo xenon per far capire a chi ti sta davanti che se rispetta i limiti di velocità sarà speronato;
- Il Piccolo Guardatore di TV: questo è il regalo più delicato che potrebbe sollevare le critiche più accese ed il ritiro immediato da parte dell'autorità garante. Nella scatola solo...uno specchio.
1. Nei negozi di giocattoli ora si vende anche cibo: ho trovato all'ingresso e all'uscita le patatine dei Gormiti.
2. Prendono sempre più piede i giochi "schifezza": c'era la grande tarantola con le zampe che si muovono e gli occhi rossi che si accendono sulla schiena, c'erano i topi di fogna, gli scarafaggi, i ragni pelosi e gli scorpioni.
3. Vanno di moda i peluche obesi: rane, pecore, cani e scoiattoli. Uno scoiattolo aveva un dente più lungo dell'altro.
4. Tra i Lego sono spariti i vettori spaziali: ci sono adesso dei camion tamarri che trasportano le attrezzature di agenti segreti bassi.
Mi fermo qui con l'elenco perché vorrei puntualizzare qualche aspetto. Allora: mentre posso capire le patatine dei Gormiti (per i quali non nutro alcuna simpatia) e i giochi "schifezza", faccio più fatica a capire l'opportunità dei peluche obesi (perché è meglio una pecora grassa di una pecora grande?). Ma il forte rammarico è notare la scomparsa dei vettori spaziali della Lego. Sostituirli con camion tamarri mi sembra una caduta di stile e, cosa non irrilevante, mentre un omino-Lego-astronauta può ancora passare, l'omino-Lego-agente segreto - che fa pure lo sguardo da piacione - no, non è credibile.
Oh, ed ora arriviamo al pezzo forte: i giochi per le femmine. Fino a qualche anno fa era un settore con scaffali pieni di bambole e bambolotti, cucine, forni, lavatrici, passeggini e vettovaglie colorate. Oggi no. Di bambole e bambolotti ne sono rimasti pochi ma cosa ha preso il loro posto? Fondamentalmente tre cose. La bambola anoressica, la cassa del supermercato, il set per fare le pulizie. La bambola anoressica fa impressione perché ha la faccia di una che ce l'ha di traverso con l'aggravante di avere arti lunghissimi e spaventosamente magri. Non voglio fare le solite riflessioni sullo scarso contenuto educativo di alcuni giocattoli, anche perché io sono cresciuto a videogiochi e cartoni giapponesi e sono venuto su benissimo. L'unica cosa è che non mi sembra molto intelligente regalare ad una bambina una fashion-bambola che fa passare il messaggio: sei alla moda solo se entri nel magico mondo dei disturbi alimentari. E' strano che con tutte le associazioni di genitori che ci sono in Italia, questa roba sia ancora in vendita. Ma si sa, tutto quello che viene censurato riguarda storicamente il sesso e la religione, non il fatto che per essere davvero pericolosi basta essere semplicemente stupidi rendendo "moda" un problema che richiederebbe informazione e cliniche e non modelli da emulare fin da bambini. Ma cos'altro c'è sugli scaffali? C'è il Folletto della Vorwerk! E Poi? Il Mocio Vileda! E per concludere? La cassa del supermercato con tanto di microfono e bancomat!
Dopo tutto questo che dire? Alla fine di questo viaggio nel mondo del giocattolo ho capito una cosa: dato che i regali li comprano i genitori, bisogna prima di tutto convincere loro. E cosa convince di più se non la riproposizione della "loro" realtà? E' accettata da tutti, politicamente corretta e senza rischi. Non si punta agli spazi interstellari, Lego Technics, Meccano e Piccolo Chimico. Qui si punta alla sostanza virando verso un più onesto e familiare rappresentante di aspirapolvere oppure una cassiera che, magari, diventa pure cantante di brani da frullato di maroni. Ma allora mi domando, non è che il bel periodo che viviamo è proprio legato alla carenza di Gioco? E per Gioco intendo quello strano stato di straniamento che si vede nei bambini quando si inventano storie incredibili di alieni volanti attaccati da truppe di orsacchiotti. Quello stato di sacra follia che li avvicina a meravigliosi pazzi felici più che a equilibrati e misurati infanti. Ma allora, se il gioco deve diventare uno spaccato di realtà piuttosto che un buco nero di fantasia, voglio proporre alle aziende qualche idea per giocattoli di sicuro successo:
- Il Piccolo Cocainomane: nella scatola sacchetti con polveri di vario colore (atossiche), bilancino di precisione, pipette, soldi (fac-simile) e istruzioni per il taglio;
- Il Piccolo Agente Immobiliare: nella scatola espositori di schede con piantine colorate di appartamenti, una vetrina in plexiglass, una scrivania con sedia girevole e una cravatta che genera un nodo di dimensioni imbarazzanti;
- Il Piccolo Parlamentare: nella scatola il kit in legno di balsa per costruirsi il banchetto, la borsa in similpelle da far portare ad un amico (il "portaborse"), il libretto con tutte le frasi per parlare senza dire nulla risultando incomprensibili e, per questo, dotti;
- Il Piccolo Pirata della Strada: nella scatola la doppia riga continua bianca per allenarsi in salotto al sorpasso illegale e una coppia di fanali allo xenon per far capire a chi ti sta davanti che se rispetta i limiti di velocità sarà speronato;
- Il Piccolo Guardatore di TV: questo è il regalo più delicato che potrebbe sollevare le critiche più accese ed il ritiro immediato da parte dell'autorità garante. Nella scatola solo...uno specchio.
lunedì 3 novembre 2008
Appunti di un gatto
Luce grigia che entra dalle finestre
in cortile la ghiaia è bagnata
e cose lucide ospitano cose.
A volte torno con l'orgoglio del vincitore,
a volte con i graffi sotto il pelo appiccicoso.
Ma tu ci sei
e mi lecchi il muso,
senza chiedere com'è andata.
E d'un tratto sento la pioggia
che cade sulle cose.
Che l'erba profuma
a volte più dei fiori.
E che il calore può arrivare
anche dal petto
e non solo dal sole.
E qualcosa mi blocca qui
a guardare i tuoi baffi
ed il tuo naso.
Nasconderò cibo questo inverno
per farti dei regali.
E la sera,
quando l'aria s'illuminerà
di luci che usciranno da scatole nere,
noi resteremo così,
vicini ad ascoltare
la voce di una stagione
in una grondaia
passare.
in cortile la ghiaia è bagnata
e cose lucide ospitano cose.
A volte torno con l'orgoglio del vincitore,
a volte con i graffi sotto il pelo appiccicoso.
Ma tu ci sei
e mi lecchi il muso,
senza chiedere com'è andata.
E d'un tratto sento la pioggia
che cade sulle cose.
Che l'erba profuma
a volte più dei fiori.
E che il calore può arrivare
anche dal petto
e non solo dal sole.
E qualcosa mi blocca qui
a guardare i tuoi baffi
ed il tuo naso.
Nasconderò cibo questo inverno
per farti dei regali.
E la sera,
quando l'aria s'illuminerà
di luci che usciranno da scatole nere,
noi resteremo così,
vicini ad ascoltare
la voce di una stagione
in una grondaia
passare.
mercoledì 15 ottobre 2008
Ragazze vincenti

Nel 1992 esce il film Ragazze vincenti. Con un cast niente male (Tom Hanks, Geena Davis e Madonna) si narra la storia di un gruppo di ragazze selezionate appositamente per dar vita al primo campionato di baseball femminile della storia americana. Le ragioni però che muovono gli investitori non sono particolarmente virtuose o progressiste. Più che la voglia di creare un campionato femminile c'era la necessità di riempire di nuovo gli stadi di baseball visto che, nel 1943, la maggior parte dei maschi finiva al fronte...but the show must go on. E dato che il baseball è sport di mazza e palle - virile, eh? - pensarono bene di far rizzare l'interesse del maschio tifoso accorciando le gonne e strizzando le giocatrici in mini abiti da pin-up.
Qualche giorno fa sul Corriere della Sera è apparso un articolo a firma Elisabetta Corsini che racconta di questa ideona statunitense di organizzare un campionato di football americano dove i giocatori sono tutte donne che hanno corpi "mozzafiato". Ma perché far giocare donne con corpi "mozzafiato" se di questi corpi non si può vedere nulla? Ed allora le faranno giocare in slip e reggiseno (!). Come a dire: dal 1943 nulla è cambiato. Le donne sono, prima che giocatrici, corpi da far vedere. Intendiamoci, non sto facendo un discorso generalista su come l'uomo vede la donna o su come tenda a gradirla più nuda che vestita. Semplicemente, mi dà un po' fastidio il fatto che la si debba spogliare anche fuori contesto. Che c'entra il football americano con la lingerie? E perché dovrei vedere i corpi "mozzafiato" di donne volutamente provocanti che si riempiono progressivamente di lividi e ferite mentre giocano? Perché allora nessuno si sogna di investire dei soldi per organizzare un torneo di tennis maschile in perizoma? Che ne so: i "Tanga Open d'Australia". Suona benissimo! Ma non lo faranno mai. Alla fine noi maschi siamo cresciuti con due idee fondamentali in testa:
Idea numero 1: Mamma dice che sono il più bello sulla Terra quindi per la mia fidanzata/compagna/moglie deve valere la stessa regola.
Idea numero 2: Se sbavo platealmente dietro (o davanti) donne formose/discinte/maliziose è solo perché sono normale. Perché i maschi fanno così no? Si appendono calendari in casa, dicutono amabilmente di glutei e seni con tono vissuto da chi ci capisce e va tutto bene. E se vicino c'è una donna - se non addirittura la loro - proseguono perché lei deve capire che questa è la natura del maschio. Mica le può dispiacere.
Chissà cosa succederebbe se tornando a casa Lui trovasse Lei euforica perché ha comprato i biglietti dei Tanga Open d'Australia e si stesse lumando con attenzione famelica i glutei possenti di Federer o Nadal perizomati su una rivista? Guai! Tragedia! Dramma! Solo noi possiamo esprimere giudizi espliciti sull'altro sesso e addirittura acquistare biglietti per andare a vedere donne che giocano in slip e reggiseno. Perché è quello che ci interessa. Tanto si sa, oltre a non saper guidare, le donne non sanno nemmeno giocare, no? A proposito, già che ci siamo, potremmo anche fargli prendere la patente nude oppure parcheggiare in topless...
PS: magari sono un po' troppo critico ma come si sarà sentita Elisabetta Corsini - donna - mentre scriveva un articolo così?
martedì 9 settembre 2008
The Gipfel - Prima Puntata
Indimenticabile, unica, irripetibile. Una serie intensa e magistralmente prodotta. Due giovani rivelazioni che dirigono e recitano con tocco da consumati professionisti. Indiscutibilmente la sitcom dell'anno!
lunedì 8 settembre 2008
Guardare fuori
D'improvviso gli archi
e il giallo sul fogliame.
Tra montagne di orizzonte in diagonale
il lago che riflette nubi d'ombre nere.
Quanto suono nel rumore.
Linee di vetro e acqua correre verso l'alto
sull'immagine di me che guarda fuori.
E non c'è niente che vorrei fare,
non c'è niente che vorrei avere.
Ieri sera dalla finestra ho visto nuvole
come lanterne di carta
dai lampi accese.
E questa mattina il sole
mi scaldava le ginocchia.
Comprendere non è saper spiegare.
e il giallo sul fogliame.
Tra montagne di orizzonte in diagonale
il lago che riflette nubi d'ombre nere.
Quanto suono nel rumore.
Linee di vetro e acqua correre verso l'alto
sull'immagine di me che guarda fuori.
E non c'è niente che vorrei fare,
non c'è niente che vorrei avere.
Ieri sera dalla finestra ho visto nuvole
come lanterne di carta
dai lampi accese.
E questa mattina il sole
mi scaldava le ginocchia.
Comprendere non è saper spiegare.
mercoledì 3 settembre 2008
No comment
Ma quale animale, mi domando io, quale animale trova in un prato una lavatrice e decide che può essere interessante infilarci la testa?! Se ancora ce ne fosse bisogno, questa immagine documenta chiaramente quanto la selezione naturale funzioni male sui mammiferi appartenenti alla classe degli "scimuniti". Per evitare una sacrosanta estinzione, le regole per la conservazione della specie sono essenzialmente due: o ti riproduci tanto o sei un raccomandato. Le mucche, solo grazie al latte che incidentalmente producono, appartengono alla seconda categoria. Ma cosa ce la metti a fare quella testa che ti ritrovi in una lavatrice? Con tutto il prato che hai intorno..."No! Voglio infilarla nella lavatrice!". E infilacela allora! Altra dimostrazione, sempre ce ne fosse bisogno, che il volume della testa non è linearmente relato con lo sviluppo cognitivo. Se hai la testa grossa non necessariamente sei intelligente e le mucche ne sono la dimostrazione più convincente. Guardo la foto sconcertato ma non sorpreso...
venerdì 29 agosto 2008
I tramezzini
Ricordo con una punta di malinconia quando, alle scuole medie, durante la ricreazione spuntava da chissà dove Cestone. Cestone era un ragazzone alto, con i capelli lisci e neri, la pelle chiara e le lentiggini. Emanava un marcato odore di mucca ed aveva un piccolo difetto di pronuncia che lo portava a proferir le parole - urlando - dimenticandosi la lingua tra i denti. La conseguenza era che un suo "Ciao" diventava un "Tao" e già uno sputazzo sostava sulla tua camicia. Per questo Cestone non aveva un grande entourage di amicizie ed io che non amo né le mucche, né l'odore delle mucche, né la saliva degli sconosciuti sulla mia camicia non lo frequentavo con assiduità. Ma perché parlo di Cestone? Perché Cestone, al suono della campanella, veniva in classe con una cassetta di plastica rossa e si posizionava in fondo all'aula. Nella cassetta c'erano, avvolti in candidi fazzoletti di carta morbida e stagnola, pile ben ordinate di tramezzini fatti dalla mamma. Io la mia merenda ce l'avevo sempre però qualche volta ho comprato i tramezzini della mamma di Cestone ed erano...fantastici. Mentre li divoravo con foga lasciando che la maionese prendesse vie inattese e pensando, mostruosamente avido, "mio mio mio, tutto mio!", ero già convinto che un sapore così non l'avrei mai più gustato. Era vero. Oggi i tramezzini confezionati non hanno più quel sapore e dopo un'attenta analisi posso concludere che la ragione è una. Ma arriviamoci per gradi. Prima di tutto sfaterei il mito della genuinità degli ingredienti base dell'imbottitura. Non raccontiamoci bugie: il prosciutto cotto, il formaggio, il salmone, ecc. non erano prodotti di Casa Cestone e questi non credo che pesassero fortemente sul sapore finale del triangolo libidinoso (...il tramezzino intendo). Il pane nemmeno perché si tratta pur sempre di pan carré industriale privato della parte scura più esterna. E allora cos'era? Si, manca una sola cosa. Lei, signori, la maionese. Io sono sicuro che la mamma di Cestone la facesse in casa. Sapeva di uova fresche, restava compatta ed era così buona che tendevo a leccarla anche quando imbrattava guance non mie. Oggi i tramezzini sono altro. Il nome e la forma non sono cambiati ma sono diventati...volgari. Aggressivi nei colori, rigonfi nelle dimensioni e confusi nel contenuto. Per capire cosa c'è dentro devi leggere l'etichetta e lei, la maionese, da comprimaria di classe che era è salita al ruolo di ingrediente principale che tutto avvolge e stravolge. Ma quella roba non è maionese. Finge subdola di esserlo ma non lo è. Prima di tutto è bianca. Perché, falsa salsetta, sei bianca se i tuorli d'uovo sono arancioni? Eh?! E poi perché impasti tutto in quel modo osceno rendendo l'elegante trilatero una molle ed informe orgia alimentare? Ecco, se prima la maionese era quell'ingrediente viziosetto nel panino morigerato, quel diavoletto malizioso nel casto mangiare che in dosi limitate dava il gusto del proibito, oggi è diventata una meretrice da sbarco che più ti fa vedere e meno ti attira. L'altro giorno, in un supermercato, ho coinvolto Moreno in un'accurata analisi: cercare tramezzini senza questa ignobile menzogna, socialmente inutile, sedicente 'maionese'. Chiamatela 'Salsa dipiùnonsofare', 'Spumetta venutamicatantobene', 'Mousse chenonnaèmegliosenonlamangia'. Niente. Tutti i tramezzini sono impestati dall'infida mollezza che tanto promette e nulla mantiene. Ti disprezzo finta maionese da tramezzino e non ti compro nemmeno se fossi l'ultima cosa da mangiare sulla Terra. Altezzoso ti snobbo, guardo e passo, resisto stoico alla fame e alla tua voce, anche quando il tramezzino fetente cerca di irretirmi con le bandierine (tra l'altro: perché trovo sempre le stesse? Bah). Io ho il ricordo dei fanta-tramezzini della mamma di Cestone. Quella sì che era roba professionale e non tu che volgare impasti mollosa il misterioso contenuto del triangolo del piacere (...ed intendo sempre il tramezzino, perbacco!).
venerdì 22 agosto 2008
mercoledì 13 agosto 2008
Io e te
Quanti tramonti abbiam perduto
E quante albe abbandonato?
Quanti temporali neri sono esplosi
E quanta lucida rugiada è evaporata?
Ma noi dov'eravamo?
Io e te eravamo lì.
Non per sentir ciò che tutti han già sentito.
Io e te eravamo lì come meravigliosi amanti.
Gli amanti che non sentono più lo stesso temporale
da quando il suono del tuono
ha colto il loro viso affondato in un abbraccio.
Gli amanti che non vedono più lo stesso tramonto
da quando il rosso di un raggio la sera
ha sfiorato la pelle dei loro corpi abbandonati.
Gli amanti che non toccano più la stessa rugiada
da quando l'aria umida del mattino
li ha sorpresi ad intrecciare dita come rami.
Ecco dov'ero io. Ecco dov'eri tu.
Brucino le poesie e brucino i poeti.
Bruci l'aria e in aria brucino i tramonti.
Bruci pure tutto ciò che è raccontato,
che non è vissuto,
tutto ciò che non è mai esistito.
Io tocco la preziosa trama delicata
delle vene che il tuo corpo ha costruito.
E sento il tuo respiro farsi lento
nella notte che porta i sogni al sonno
ed al mio orecchio il suono del tuo cuore.
Posso desiderare di più?
Resto qui a guardarti
e ti vedo dormire come dormivi da bambina.
E forse il sole è già sorto.
E forse la rugiada è già svanita.
Che differenza fa?
Il mio mondo è tutto in ciò che amo
e tra un attimo,
un solo attimo,
vedrò il mio mondo che nasce
nel tuo più bel sorriso.
E quante albe abbandonato?
Quanti temporali neri sono esplosi
E quanta lucida rugiada è evaporata?
Ma noi dov'eravamo?
Io e te eravamo lì.
Non per sentir ciò che tutti han già sentito.
Io e te eravamo lì come meravigliosi amanti.
Gli amanti che non sentono più lo stesso temporale
da quando il suono del tuono
ha colto il loro viso affondato in un abbraccio.
Gli amanti che non vedono più lo stesso tramonto
da quando il rosso di un raggio la sera
ha sfiorato la pelle dei loro corpi abbandonati.
Gli amanti che non toccano più la stessa rugiada
da quando l'aria umida del mattino
li ha sorpresi ad intrecciare dita come rami.
Ecco dov'ero io. Ecco dov'eri tu.
Brucino le poesie e brucino i poeti.
Bruci l'aria e in aria brucino i tramonti.
Bruci pure tutto ciò che è raccontato,
che non è vissuto,
tutto ciò che non è mai esistito.
Io tocco la preziosa trama delicata
delle vene che il tuo corpo ha costruito.
E sento il tuo respiro farsi lento
nella notte che porta i sogni al sonno
ed al mio orecchio il suono del tuo cuore.
Posso desiderare di più?
Resto qui a guardarti
e ti vedo dormire come dormivi da bambina.
E forse il sole è già sorto.
E forse la rugiada è già svanita.
Che differenza fa?
Il mio mondo è tutto in ciò che amo
e tra un attimo,
un solo attimo,
vedrò il mio mondo che nasce
nel tuo più bel sorriso.
mercoledì 23 luglio 2008
Liquame

Qui tetigerit picem inquinabitur ab ea
Chi toccherà la pece ne rimarrà imbrattato
Chi toccherà la pece ne rimarrà imbrattato
Guardare e non toccare.
Liquame che sporca le mani e le pareti.
Non sentite l'odore?
Vestiti senza gusto,
sorrisi senza luce,
invecchiare è un dramma
per chi sa di essere già morto.
L'età sui vostri volti
è a ricordar che il tempo
non è per chi ha sprecato il tempo.
Cosa raccontate allo specchio?
Del mediocre e del timoroso?
Dell'ansia di assomigliare?
Di ciò che non avete perché non lo meritate?
La grazia sfugge alla miseria umana
perché ciò che è leggero
altro non chiede alla vita.
A voi restano i sorrisi dei falsi e degli stolti,
l'amicizia del vostro assassino,
l'amore del vostro carnefice
e la tristezza che ogni giorno soffia
più forte sulle spalle.
Io vi guardo e non vi tocco
tristi ippopotami d'etoile,
piccole iene e cerimoniose ballerine.
Ritti su due zampe gioite
alla carezza del padrone
ed io vi guardo e non vi tocco
perché mi servite così,
miserabili,
perenne monito
per tutto ciò che non sarò mai.
mercoledì 9 luglio 2008
Spett.le Presidente Napolitano... (tentativo n.2)
Spett.le Presidente Napolitano,
In data 22/03/08 Le scrissi una mail a cui Lei non ha mai risposto. I casi sono due: o ha letto la mia mail e non l'ha ritenuta degna di risposta o non ha mai letto la mia mail e quindi non ha potuto rispondere. Nel primo caso il comportamento non è molto cortese dato che io ho ritenuto rilevante dedicare parte del mio tempo a Lei ma Lei non ha ritenuto necessario dedicare parte del Suo tempo a me. Nel secondo caso, se a Lei le lettere non arrivano, non si capisce la ragione per cui la Presidenza della Repubblica metta a disposizione dei cittadini un indirizzo e-mail. Io, nel dubbio, Le scrivo di nuovo. Immagino che, in questi giorni, di mail ne stia ricevendo molte ed una ragione ci sarà. Io non entro nel merito del suo comportamento "formale" anche perché ho letto diversi articoli sull'argomento e devo dire che il livello di tecnicismo giuridico potrebbe scoraggiare chiunque e, contemporaneamente, dimostrare tutto ed il contrario di tutto. Quindi passo subito alla parte logica del problema.
Prima domanda: Il cosiddetto lodo Alfano propone la non punibilità per le quattro cariche più importanti dello Stato. Tra queste quattro cariche c'è anche Lei. Ma Lei questa impunità l'ha mai chiesta? L'ha mai desiderata? Sognata? Sperata? E, soprattutto, Le serve? Mi spiego meglio. Se domani qualcuno proponesse una legge per la quale tutti quelli che si chiamano Ottavio possono godere della sospensione della legge anti-fumo io, che mi chiamo Ottavio e che non fumo, penserei che sarebbe una stupidaggine e mi darebbe alquanto fastidio essere inserito a forza in un gruppo di cui non faccio parte e senza che io ne abbia mai fatta richiesta. Lei, come Presidente della Repubblica - ma soprattutto da persona onesta e rispettabile - come si sente nel vedersi, dall'oggi al domani, inserito nella classe degli esenti da giudizio o, se preferisce, dei liberi di delinquere?
Seconda domanda: Dato che questo provvedimento prevederebbe l'impunità per le quattro più alte cariche dello Stato, dovremmo dedurre che siamo governati da quattro persone che non vogliono farsi giudicare come tutti i normali cittadini? Oppure che viviamo in un Paese dove il pericolo da scongiurare è la magistratura? E se fossimo in questa seconda condizione, come si sente Lei che si trova contemporaneamente ad essere il firmatario di un provvedimento che colpisce la stessa categoria di cui Lei è il massimo esponente in qualità di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura?
Terza domanda: Supponiamo che Lei non possa fare altro che firmare il suddetto provvedimento. Ma, allora, vista la rilevanza di una cosa che La coinvolge così direttamente, perché non organizza un bel messaggio a reti unificate e spiega alla nazione la bontà di tale provvedimento - se pensa che lo sia - oppure le ragioni della sua firma a naso turato?
La vuole un'idea? Ok, senta qua. Se la mettesse a disagio andare in televisione, lasci perdere ed utilizzi uno strumento molto più moderno. A me piacerebbe usare il Suo sito web per informarmi e per capire quello che sta succedendo nel mio Paese. Sarebbe uno strumento formidabile, pubblico ed obiettivo che nessuno potrebbe limitare o zittire. E sarebbe molto interessante se Lei spiegasse, con parole comprensibili, le ragioni di un provvedimento su cui Lei sta apponendo la Sua firma. Una firma che dice "Io, Giorgio Napolitano, ho letto e garantisco che questa legge tutela tutti i cittadini di questo Paese che, in ogni istante del mio mandato, rappresento". E invece no. In un sito che ha uno stile molto simile ai mobili della sala da pranzo di mia nonna leggo che Lei il 10 di Luglio ha incontrato la Federazione degli "Amici dei Musei". E' normale tutto questo? Secondo me no e dal mio punto di vista sarebbe molto più utile conoscere il Suo parere piuttosto che leggere ipotesi dai giornali e vederla disegnato come un passivo generatore di firme. Francamente, proprio una brutta immagine.
In data 22/03/08 Le scrissi una mail a cui Lei non ha mai risposto. I casi sono due: o ha letto la mia mail e non l'ha ritenuta degna di risposta o non ha mai letto la mia mail e quindi non ha potuto rispondere. Nel primo caso il comportamento non è molto cortese dato che io ho ritenuto rilevante dedicare parte del mio tempo a Lei ma Lei non ha ritenuto necessario dedicare parte del Suo tempo a me. Nel secondo caso, se a Lei le lettere non arrivano, non si capisce la ragione per cui la Presidenza della Repubblica metta a disposizione dei cittadini un indirizzo e-mail. Io, nel dubbio, Le scrivo di nuovo. Immagino che, in questi giorni, di mail ne stia ricevendo molte ed una ragione ci sarà. Io non entro nel merito del suo comportamento "formale" anche perché ho letto diversi articoli sull'argomento e devo dire che il livello di tecnicismo giuridico potrebbe scoraggiare chiunque e, contemporaneamente, dimostrare tutto ed il contrario di tutto. Quindi passo subito alla parte logica del problema.
Prima domanda: Il cosiddetto lodo Alfano propone la non punibilità per le quattro cariche più importanti dello Stato. Tra queste quattro cariche c'è anche Lei. Ma Lei questa impunità l'ha mai chiesta? L'ha mai desiderata? Sognata? Sperata? E, soprattutto, Le serve? Mi spiego meglio. Se domani qualcuno proponesse una legge per la quale tutti quelli che si chiamano Ottavio possono godere della sospensione della legge anti-fumo io, che mi chiamo Ottavio e che non fumo, penserei che sarebbe una stupidaggine e mi darebbe alquanto fastidio essere inserito a forza in un gruppo di cui non faccio parte e senza che io ne abbia mai fatta richiesta. Lei, come Presidente della Repubblica - ma soprattutto da persona onesta e rispettabile - come si sente nel vedersi, dall'oggi al domani, inserito nella classe degli esenti da giudizio o, se preferisce, dei liberi di delinquere?
Seconda domanda: Dato che questo provvedimento prevederebbe l'impunità per le quattro più alte cariche dello Stato, dovremmo dedurre che siamo governati da quattro persone che non vogliono farsi giudicare come tutti i normali cittadini? Oppure che viviamo in un Paese dove il pericolo da scongiurare è la magistratura? E se fossimo in questa seconda condizione, come si sente Lei che si trova contemporaneamente ad essere il firmatario di un provvedimento che colpisce la stessa categoria di cui Lei è il massimo esponente in qualità di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura?
Terza domanda: Supponiamo che Lei non possa fare altro che firmare il suddetto provvedimento. Ma, allora, vista la rilevanza di una cosa che La coinvolge così direttamente, perché non organizza un bel messaggio a reti unificate e spiega alla nazione la bontà di tale provvedimento - se pensa che lo sia - oppure le ragioni della sua firma a naso turato?
La vuole un'idea? Ok, senta qua. Se la mettesse a disagio andare in televisione, lasci perdere ed utilizzi uno strumento molto più moderno. A me piacerebbe usare il Suo sito web per informarmi e per capire quello che sta succedendo nel mio Paese. Sarebbe uno strumento formidabile, pubblico ed obiettivo che nessuno potrebbe limitare o zittire. E sarebbe molto interessante se Lei spiegasse, con parole comprensibili, le ragioni di un provvedimento su cui Lei sta apponendo la Sua firma. Una firma che dice "Io, Giorgio Napolitano, ho letto e garantisco che questa legge tutela tutti i cittadini di questo Paese che, in ogni istante del mio mandato, rappresento". E invece no. In un sito che ha uno stile molto simile ai mobili della sala da pranzo di mia nonna leggo che Lei il 10 di Luglio ha incontrato la Federazione degli "Amici dei Musei". E' normale tutto questo? Secondo me no e dal mio punto di vista sarebbe molto più utile conoscere il Suo parere piuttosto che leggere ipotesi dai giornali e vederla disegnato come un passivo generatore di firme. Francamente, proprio una brutta immagine.
venerdì 20 giugno 2008
Le due donne
C'erano molti rumori. Le voci, il vetro dei bicchieri, il suono delle posate. Le due donne si sedevano sempre vicino alla vetrata e da lì potevano vedere la strada principale con gli alberi e le macchine lontane che correvano sulle pozzanghere. Ogni tanto fuori passava qualcuno e da sotto l'ombrello guardava dentro con gli occhi sgranati oppure facendo smorfie. Una ordinò un risotto allo zafferano e un'acqua naturale mentre l'altra penne con gamberi e zucchine ed un bicchiere di vino bianco.
- "E come state?"
- "...bene. Certo devi fare un po' la mamma e un po' la moglie però...insomma, è un po' diverso"
- "Già...ma è così che va. Tocca a tutte. Prima o poi tocca a tutte"
- "...cioè...nel senso...non è più un gioco. Quando sei fidanzata...non sto dicendo che adesso sia brutto però è diverso. Si cambia"
- "Ma si infatti"
- "E poi devo stirare. Non mi piace proprio avere la sera le montagne di panni da stirare però se non lo faccio io..."
- "Ma vorresti che lo facesse lui? Sei tu adesso la donna di casa"
- "Sai che tra una settimana è il suo compleanno?"
- "...già risolto?"
- "Ma si, alla fine gli ho comprato un maglione. Oh senti... lui non se li compra. Prima ci pensava sua mamma"
- "...ma com'è tua suocera?"
- "No, simpatica, davvero! Mi dice che per lei sono come una figlia. Che non vede l'ora di diventare nonna"
- "Quando nuora e suocera vanno d'accordo è la cosa migliore. Bene"
. "Mi ha anche detto che non mi devo offendere se ogni tanto mi dice come fare certi piatti perché a lui piacciono come li fa lei, che si sa che i figli sono così"
- "Ma certo. I figli maschi sono tutti così. Ma...bambini?"
- "Sua sorella l'ha già fatto. Anzi, fatta. E adesso tocca a noi"
- "Così fate giocare i nipotini insieme! Ma per il regalo...è il primo che gli fai da sposati?"
- "No è il secondo. Qualche mese fa gli ho regalato un cellulare. Però non era quello che voleva lui"
- "E che ti ha detto?"
- "...che lo voleva di quelli che si aprono così. Che io non me ne intendo e dovevo chiederglielo prima"
- "...si la prossima volta chiediglielo. Che quando non sei sicura... sennò butti via un sacco di soldi. Io infatti prima gli chiedo quello che gli serve e quando dice che non gli viene in mente niente gli regalo un pigiama che almeno è una cosa utile. Poi figurati se adesso ho tempo di farmi venire le idee. Una volta ci pensavo ma adesso... Ordiniamo il caffè?"
- "No mi sa che... oh, guarda sta arrivando"
Si avvicinò al tavolo una donna alta in un completo scuro con la targhetta dorata sul bavero della giacca ed usò un tono cortese.
"Signore, l'ora a vostra disposizione è finita. Dovete tornare in camera per le medicine e poi il dottore vuole vedere i vostri disegni"
- "E come state?"
- "...bene. Certo devi fare un po' la mamma e un po' la moglie però...insomma, è un po' diverso"
- "Già...ma è così che va. Tocca a tutte. Prima o poi tocca a tutte"
- "...cioè...nel senso...non è più un gioco. Quando sei fidanzata...non sto dicendo che adesso sia brutto però è diverso. Si cambia"
- "Ma si infatti"
- "E poi devo stirare. Non mi piace proprio avere la sera le montagne di panni da stirare però se non lo faccio io..."
- "Ma vorresti che lo facesse lui? Sei tu adesso la donna di casa"
- "Sai che tra una settimana è il suo compleanno?"
- "...già risolto?"
- "Ma si, alla fine gli ho comprato un maglione. Oh senti... lui non se li compra. Prima ci pensava sua mamma"
- "...ma com'è tua suocera?"
- "No, simpatica, davvero! Mi dice che per lei sono come una figlia. Che non vede l'ora di diventare nonna"
- "Quando nuora e suocera vanno d'accordo è la cosa migliore. Bene"
. "Mi ha anche detto che non mi devo offendere se ogni tanto mi dice come fare certi piatti perché a lui piacciono come li fa lei, che si sa che i figli sono così"
- "Ma certo. I figli maschi sono tutti così. Ma...bambini?"
- "Sua sorella l'ha già fatto. Anzi, fatta. E adesso tocca a noi"
- "Così fate giocare i nipotini insieme! Ma per il regalo...è il primo che gli fai da sposati?"
- "No è il secondo. Qualche mese fa gli ho regalato un cellulare. Però non era quello che voleva lui"
- "E che ti ha detto?"
- "...che lo voleva di quelli che si aprono così. Che io non me ne intendo e dovevo chiederglielo prima"
- "...si la prossima volta chiediglielo. Che quando non sei sicura... sennò butti via un sacco di soldi. Io infatti prima gli chiedo quello che gli serve e quando dice che non gli viene in mente niente gli regalo un pigiama che almeno è una cosa utile. Poi figurati se adesso ho tempo di farmi venire le idee. Una volta ci pensavo ma adesso... Ordiniamo il caffè?"
- "No mi sa che... oh, guarda sta arrivando"
Si avvicinò al tavolo una donna alta in un completo scuro con la targhetta dorata sul bavero della giacca ed usò un tono cortese.
"Signore, l'ora a vostra disposizione è finita. Dovete tornare in camera per le medicine e poi il dottore vuole vedere i vostri disegni"
venerdì 13 giugno 2008
Solo un insetto
La trappola della fretta è nascosta in ciò che fai.
Momenti in cui le cose diventano solo cose.
E passi in mezzo senza sentire.
Passi in mezzo senza guardare.
Fai un elenco dopo l'altro
di ciò che non puoi fare.
E nutri fieramente il tuo diritto di star male.
L'animale ti fa credere che non stai facendo nulla.
Che la giornata è stata solo perder la giornata.
Ora ho sonno e ciò che scrivo non mi piace.
Ma lo scrivo.
Perché è da ricordare ogni giorno
che sento con il mio sentire.
E non uccido un brutto insetto solo perché è brutto.
Lo lascio camminare sul mio dito per un po'
e lui mi abbandona delicato.
Visto che ne valeva la pena?
Momenti in cui le cose diventano solo cose.
E passi in mezzo senza sentire.
Passi in mezzo senza guardare.
Fai un elenco dopo l'altro
di ciò che non puoi fare.
E nutri fieramente il tuo diritto di star male.
L'animale ti fa credere che non stai facendo nulla.
Che la giornata è stata solo perder la giornata.
Ora ho sonno e ciò che scrivo non mi piace.
Ma lo scrivo.
Perché è da ricordare ogni giorno
che sento con il mio sentire.
E non uccido un brutto insetto solo perché è brutto.
Lo lascio camminare sul mio dito per un po'
e lui mi abbandona delicato.
Visto che ne valeva la pena?
sabato 7 giugno 2008
Gentile Ministro dell'Ambiente...
Lettera appena spedita al Ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo ed ispirata dalle dichiarazioni del Governo sulle nuove linee guida in tema di energia nucleare.
Gentile Ministro dell'Ambiente,
In questi giorni in Italia il tema dell'ambiente è tornato all'onore delle cronache non solo per il problema dell'immondizia a Napoli ma anche per la proposta del Governo di aprire nuove centrali nucleari. Io non sono un esperto di energia nucleare e ciò che noto con disappunto è che, nonostante la maggior parte delle persone ne sappia quanto me, spesso assisto a discussioni infinite sul nulla dove le due fazioni - pro e contro il nucleare - si affrontano con astio. Sembra che l'interesse cada non tanto sull'oggetto della discussione quanto sul piacere nell'apparire più o meno aggressivi. E alla fine il più forte decide. Anche se posso capire che in televisione attiri molto di più la discussione accesa, meglio ancora l'insulto, io trovo che passare una serata a guardare due persone che alzano la voce mentre parlano di cose alquanto delicate e concludere alla fine che ne si sa quanto prima sia solo un modo poco divertente di perdere tempo. Ciò che mi interessa è, indipendentemente dalla coalizione che ha vinto le elezioni, cosa ne sarà della qualità della mia vita e di quella delle persone a cui tengo. E Lei, in questo momento, è il custode istituzionale di tale qualità. Quindi Le scrivo. Ora, io non ho mai capito una cosa: noi viviamo in un continente che oltre ad essere ricco di cultura è anche ricco di esperienza in campo energetico. Molti Paesi da decenni testano tutte le possibili fonti energetiche alternative ed alcune funzionano talmente bene da fornire oggi quantitativi non irrilevanti di energia. Nonostante ciò, tutte le volte che viene eletto un nuovo Ministro dell'Ambiente in Italia si ricomincia a parlare di "esperimenti", "impianti pilota", "studi di fattibilità" e via dicendo. Ragioniamo un attimo in termini pratici: dato che, come detto sopra, l'esperienza in Europa non manca, per quale ragione non la si misura? Voglio dire, ci vuole tanto a costruire una serie di indicatori quantitativi che misurino i rapporti quantità/efficienza, costi/ricavi, livelli di rischio ambientale e fattibilità sul territorio di tutte le fonti energetiche e le tecnologie oggi disponibili? Io in televisione o sui giornali non ne ho mai sentito parlare. E non è una cosa di difficile realizzazione visto che ogni anno varie riviste economiche compilano tabelle analoghe - ma molto più complesse - per misurare, ad esempio, la qualità della vita nei vari Paesi del mondo. E non sarebbe nemmeno una cosa costosa visto che tutti i dati sono già disponibili. Si tratta solo di costituire una commissione di personalità unanimemente riconosciute - possibilmente all'estero - di statistici, medici, chimici, fisici e geologi che raccolgano i dati disponibili in materia di energia e relativi effetti ambientali e lasciare loro il compito di definire indici quantitativi e punteggi. Basterebbero pochi mesi di lavoro per arrivare ad un risultato attendibile ed esaustivo. Disponendo di queste tabelle sintetiche sarebbe molto più semplice non solo scegliere quanto, come e dove investire in termini energetici ma anche comunicare con le persone perché tutti siamo in grado di capire il significato di una valutazione numerica, pochi invece un linguaggio farcito di tecnicismi di settore o slogan da pubblicità. Non solo. Il disporre di misure quantitative permetterebbe anche di considerare delle scelte di tipo integrato che consentirebbero, a parità di efficienza, di ottimizzare uno dei parametri fondamentali: la sicurezza ambientale. Indipendentemente da chi lo ha eletto, penso che, da parte di un governante, basare le proprie scelte su dati di fatto misurabili e per questo dimostrabili sia molto serio e più accettabile. E' solo questione di civiltà e rispetto perché l'aria che respiro io è la stessa che respira Lei e tutte le scelte che si fanno in campo ambientale dovrebbero tenere ben presente il fatto che siamo tutti coinvolti. In mancanza di un'informazione cristallina sulle fonti che determinano le ragioni di una scelta, in mancanza di una discussione reale tra chi governa e chi è governato, l'unica cosa che si può pensare è che le variabili da cui dipendono le scelte in campo energetico siano legate ad interessi di parte e questa è proprio la strada che porterebbe al classico disastro annunciato ed irreversibile. Ma questo non è il nostro caso, vero Ministro?
Gentile Ministro dell'Ambiente,
In questi giorni in Italia il tema dell'ambiente è tornato all'onore delle cronache non solo per il problema dell'immondizia a Napoli ma anche per la proposta del Governo di aprire nuove centrali nucleari. Io non sono un esperto di energia nucleare e ciò che noto con disappunto è che, nonostante la maggior parte delle persone ne sappia quanto me, spesso assisto a discussioni infinite sul nulla dove le due fazioni - pro e contro il nucleare - si affrontano con astio. Sembra che l'interesse cada non tanto sull'oggetto della discussione quanto sul piacere nell'apparire più o meno aggressivi. E alla fine il più forte decide. Anche se posso capire che in televisione attiri molto di più la discussione accesa, meglio ancora l'insulto, io trovo che passare una serata a guardare due persone che alzano la voce mentre parlano di cose alquanto delicate e concludere alla fine che ne si sa quanto prima sia solo un modo poco divertente di perdere tempo. Ciò che mi interessa è, indipendentemente dalla coalizione che ha vinto le elezioni, cosa ne sarà della qualità della mia vita e di quella delle persone a cui tengo. E Lei, in questo momento, è il custode istituzionale di tale qualità. Quindi Le scrivo. Ora, io non ho mai capito una cosa: noi viviamo in un continente che oltre ad essere ricco di cultura è anche ricco di esperienza in campo energetico. Molti Paesi da decenni testano tutte le possibili fonti energetiche alternative ed alcune funzionano talmente bene da fornire oggi quantitativi non irrilevanti di energia. Nonostante ciò, tutte le volte che viene eletto un nuovo Ministro dell'Ambiente in Italia si ricomincia a parlare di "esperimenti", "impianti pilota", "studi di fattibilità" e via dicendo. Ragioniamo un attimo in termini pratici: dato che, come detto sopra, l'esperienza in Europa non manca, per quale ragione non la si misura? Voglio dire, ci vuole tanto a costruire una serie di indicatori quantitativi che misurino i rapporti quantità/efficienza, costi/ricavi, livelli di rischio ambientale e fattibilità sul territorio di tutte le fonti energetiche e le tecnologie oggi disponibili? Io in televisione o sui giornali non ne ho mai sentito parlare. E non è una cosa di difficile realizzazione visto che ogni anno varie riviste economiche compilano tabelle analoghe - ma molto più complesse - per misurare, ad esempio, la qualità della vita nei vari Paesi del mondo. E non sarebbe nemmeno una cosa costosa visto che tutti i dati sono già disponibili. Si tratta solo di costituire una commissione di personalità unanimemente riconosciute - possibilmente all'estero - di statistici, medici, chimici, fisici e geologi che raccolgano i dati disponibili in materia di energia e relativi effetti ambientali e lasciare loro il compito di definire indici quantitativi e punteggi. Basterebbero pochi mesi di lavoro per arrivare ad un risultato attendibile ed esaustivo. Disponendo di queste tabelle sintetiche sarebbe molto più semplice non solo scegliere quanto, come e dove investire in termini energetici ma anche comunicare con le persone perché tutti siamo in grado di capire il significato di una valutazione numerica, pochi invece un linguaggio farcito di tecnicismi di settore o slogan da pubblicità. Non solo. Il disporre di misure quantitative permetterebbe anche di considerare delle scelte di tipo integrato che consentirebbero, a parità di efficienza, di ottimizzare uno dei parametri fondamentali: la sicurezza ambientale. Indipendentemente da chi lo ha eletto, penso che, da parte di un governante, basare le proprie scelte su dati di fatto misurabili e per questo dimostrabili sia molto serio e più accettabile. E' solo questione di civiltà e rispetto perché l'aria che respiro io è la stessa che respira Lei e tutte le scelte che si fanno in campo ambientale dovrebbero tenere ben presente il fatto che siamo tutti coinvolti. In mancanza di un'informazione cristallina sulle fonti che determinano le ragioni di una scelta, in mancanza di una discussione reale tra chi governa e chi è governato, l'unica cosa che si può pensare è che le variabili da cui dipendono le scelte in campo energetico siano legate ad interessi di parte e questa è proprio la strada che porterebbe al classico disastro annunciato ed irreversibile. Ma questo non è il nostro caso, vero Ministro?
lunedì 26 maggio 2008
Piccole esplosioni #1: Oggi proprio no, dai
Lui aveva già gli occhi aperti quando la luce entrò dalle persiane. Quattro linee luminose e perfettamente parallele sulla parete a sinistra del letto. L'anno prima lei aveva voluto dare un tocco di novità alla casa dipingendo le pareti di giallo e comprando anche lampade a stelo. In camera si sentivano le voci ovattate dei vicini al piano di sopra che si preparavano. Lui, disteso sul fianco, notò un puntino scuro sulla parete. Non riusciva a capire se fosse un piccolo ragno o una macchia. Pensò che aveva un po' di cose da fare. Doveva lavare l'auto e avrebbe potuto farlo sabato pomeriggio. Oggi però doveva passare dalla posta per pagare una bolletta e, se fosse avanzato tempo prima di andare in ufficio, fare il pieno da un benzinaio lungo la strada. Ieri sera, mentre parcheggiava, la spia arancione della riserva si era accesa. Fin da subito aveva trovato il disegno delle lampade a stelo troppo liberty. A suo tempo pensò che non fosse così importante. A suo tempo pensava che i particolari non fossero importanti. Forse il puntino scuro sulla parete si era mosso. Dalla radiosveglia uscì d'improvviso un suono elettronico e continuo. Lui restò fermo. Lei mosse le gambe e sbadigliò. Poi voltandosi verso la sua schiena, con voce assonnata: "'giorno. Vado prima io sennò...". Lui sentì un polpaccio freddo sfiorargli la gamba. Lei si sedette sul bordo del letto e cercò con i piedi le pantofole prima di andare in bagno. Nei giorni lavorativi la sera andavano a letto presto e la mattina non facevano colazione insieme. Era per non perdere tempo. Per non uscire tardi. Un giorno, avvicinandosi all'orecchio, lui le sussurrò "Oggi facciamo con calma?", lei sorrise e ad alta voce: "Oggi proprio no, dai". Si incontravano ogni giorno già vestiti sulla porta di casa mentre stavano per uscire. E si salutavano con un bacio veloce.
venerdì 16 maggio 2008
Le inchieste di Ambra
E' sempre un po' deprimente vedere come nel nostro Paese il genere "inchiesta" sia davvero un genere per pochi. Ci sono persone che hanno scritto articoli di approfondimento talmente utili alla conoscenza di tutti che sono state uccise. Altre, a causa della loro chiarezza e puntualità hanno perso il posto di lavoro. Ma come dicevo, il genere è per pochi ed oggi, in Italia, di vere inchieste non se ne leggono molte. Stavo pensando a questa cosa quando ho letto un articolo apparso sul Corriere della Sera il 28 aprile. Niente di tremendo. Niente mafia o corruzione. Solo un piccolo ma - in termini di metodo - illuminante articolo sui rave. Il fatto che l'argomento non sia di quelli pericolosi non giustifica, a mio parere, né l'imprecisione di chi scrive né la disattenzione di chi legge. Anzi. E' un'aggravante: proprio perché il giornalista in questi casi non sta rischiando nulla potrebbe anche impegnarsi un poco di più e magari scrivere la cronaca puntuale e non grottesca di una sua esperienza. Ambra Craighiero, autrice del suddetto articolo, parte cauta. Si avvicina con passo felpato all'argomento con un titolino delicato delicato: "Dentro un rave illegale, dall'sms alle anfetamine. Ecco cosa accade". Wow! Qui non si scherza. Questa è roba che scotta, ragazzi. L'Ambra, sprezzante del pericolo, si è "infiltrata" in un selvaggio bosco tra Alzate Brianza e Cantù a caccia di rave "a base di musica techno". Niente di meno! Ma non basta: "Per confonderci abbiamo indossato la felpa con il cappuccio in stile 'Paranoik Park' e ci siamo introdotti tra alcuni ragazzi diretti al party segreto". Questo è vero giornalismo d'assalto: l'Ambra è entrata in contatto con i temibili ragazzi del party segreto e - mi sciolgo dall'ammirazione - s'è comprata pure la felpina. E poi "Raggiungiamo a fatica il luogo nascosto (...) Centinaia di ragazzi con il cappuccio della felpa sopra la nuca ballano a due dita dalle casse e dai diffusori di techno." Daje co' ste felpe...però una cosa non l'ho capita: che differenza c'è tra casse e diffusori techno? E poi deduco che dalle casse non esce techno...quindi dai diffusori esce techno e dalle casse no...ma che cavolo di casino c'era quella notte tra Alzate Brianza e Cantù?. Bah. Ahò, questa sta a documentà, la fai finì o no?! "Lo faranno per ore senza staccarsi mai, sotto l'effetto dell'ectasy o della anfetamina che dura anche 12 ore. Qui, la droga di ogni genere si consuma ritualmente: in coppia, a gruppi, da soli. Sono quasi le 3 di notte e qualcuno cerca di scaldarsi con i due fuochi accesi per affrontare il freddo che è ancora proibitivo." Quindi ricapitoliamo: centinaia di ragazzi felpa-dotati pieni di ecstasy stanno in condizioni da Campagna di Russia mentre ascoltano musica vicino a diffusori che trasmettono techno e le casse emettono non si sa che. Ma ecco il finale lirico: "Alle 4 il cielo era stellato, molti di loro erano stesi per terra." Sai com'è Ambra...alle 4...un po' di sonno magari...no? Ora la mia domanda è: ma questo articolo perché è stato pubblicato? Perché se questa fosse cronaca dovrebbe quantomeno essere obiettiva e lasciare al lettore un margine di giudizio. Ma dicendomi che questi ragazzi partecipano a rave illegali sfondandosi le orecchie e riempiendosi tutti quanti allegramente di droga in mezzo al fango che idea mi posso fare? Se l'articolo non mi facesse così ridere potrebbe sembrarmi lievemente di parte. E magari mi potrebbe anche far sorgere il sospetto che sia un articolo che non deve informare ma generare un'idea preconfezionata in chi legge. Tanto è facile no? Gli ingredienti ci sono tutti: il bosco di notte, l'illegalità, l'alcol, la droga e la musica che pompa ad alto volume. E poi è così comodo scriverci sopra un pezzo: essendo nel bosco o in fabbriche dismesse non si rischiano fastidiose querele dai titolari di locali alla moda; non essendo autorizzati da carte bollate e permessi comunali i rave si possono definire tranquillamente "illegali" che fa sempre il suo effetto; non essendo frequentati da politici non c'è rischio e si può tranquillamente scrivere qualsiasi cosa che tanto nessuno protesterà in modo rumoroso. Ma si dài Ambra, spariamo sui ravers, la nuova frontiera dell'inchiesta italiana. Tanto non ci sentono più a forza di stare "a due dita dalle casse e dai diffusori di techno".
- Articolo completo
- Foto (pronti per roba veramente impressionante?)
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giovedì 8 maggio 2008
Elogio del Borderline
Dedicato a tutti gli irregolari
Siamo alieni che non conoscono la lingua
Pecorelle smarrite e maliziose
Casi molto umani e fieramente irrecuperabili
Perché tornare indietro se qui si sta così bene?
Preferiamo il buffet agli invitati
E la persona al suo vestito
E' per questo che ti guardiamo negli occhi
E' per questo che ti ascoltiamo quando parli
Ed è per questo che hai paura, vero?
Schegge rinsavite che giocano con le pozzanghere
Esemplari senza codice né proprietario
Gli ombrelli non si usano
Perché la pioggia è un regalo
Sai che differenza c'è tra Oggi e Domani?
La stessa che c'è tra Imprevisto e Imprevedibile
Non firmiamo contratti finché morte non vi separi
Non puliamo la casa dimenticando di pulire il corpo
Non rinunciamo a noi per avere un salotto con vista autostrada
E il sesso ci piace perché siamo giocosi
E il cibo ci piace perché siamo golosi
Re senza corona
Ogni cosa ci appartiene
La paura non fa paura
E la paura di lasciarsi non è la ragione che ci tiene insieme
La distanza da chi amiamo rende solo la nostra casa più grande
Perchè la nostra casa non sono le pareti
E questa sera è speciale
Perché questa sera
Sta avvenendo ora
E noi siamo qui
Siamo alieni che non conoscono la lingua
Pecorelle smarrite e maliziose
Casi molto umani e fieramente irrecuperabili
Perché tornare indietro se qui si sta così bene?
Preferiamo il buffet agli invitati
E la persona al suo vestito
E' per questo che ti guardiamo negli occhi
E' per questo che ti ascoltiamo quando parli
Ed è per questo che hai paura, vero?
Schegge rinsavite che giocano con le pozzanghere
Esemplari senza codice né proprietario
Gli ombrelli non si usano
Perché la pioggia è un regalo
Sai che differenza c'è tra Oggi e Domani?
La stessa che c'è tra Imprevisto e Imprevedibile
Non firmiamo contratti finché morte non vi separi
Non puliamo la casa dimenticando di pulire il corpo
Non rinunciamo a noi per avere un salotto con vista autostrada
E il sesso ci piace perché siamo giocosi
E il cibo ci piace perché siamo golosi
Re senza corona
Ogni cosa ci appartiene
La paura non fa paura
E la paura di lasciarsi non è la ragione che ci tiene insieme
La distanza da chi amiamo rende solo la nostra casa più grande
Perchè la nostra casa non sono le pareti
E questa sera è speciale
Perché questa sera
Sta avvenendo ora
E noi siamo qui
37
Una piccola candela sul tavolo
e guardarsi intorno in una sera di maggio.
La vita è il più bel posto dove vivere.
e guardarsi intorno in una sera di maggio.
La vita è il più bel posto dove vivere.
domenica 27 aprile 2008
Il fiore di un attimo

L'acqua si tinse del colore dell'inchiostro
Ed il sentire si confuse con un po' di umidità
Le piccole mosche arrivarono di notte
Cercavano distrazione per iniettare nero umore
Raffinato è il macchinario, indifesa la delicatezza
Senza far rumore sfruttano la stanchezza
Volano indisturbate nella mente di velluto
E ciò che fai diventa ciò che non vorresti fare
Ciò che mangi ciò che non vorresti mangiare
Ciò che dici ciò che non vorresti dire
Spostai l'attenzione sulla mia mano che afferrava un libro
L'alibi è la scusa di una scusa
La stretta tra la bocca dello stomaco e il diaframma
E mi accorsi di me
Mi accorsi di te
Io non ho mai regalato fiori
La mano afferra il libro ma non lo comprerà
Questa sera ho petali arancioni per te
Lascio che accada
E servo cibo insipido alla rabbia
Il tuono non è il temporale
E la pioggia mi servirà per tenerti abbracciata più forte di così
Naturale come il respiro, le dita e il suono del cuore
C'è tutto il tuo sguardo nel tuo guardare
E mi addormento così
Mettendo il naso nel tuo orecchio
domenica 20 aprile 2008
Appunti psicoacustici #2
Cosa: Reckoner, Radiohead
Dove: Milano, Parco Nord
Quando: Martedì, ore 9.40, Aprile
Note: Piove sui vetri, le macchine sollevano acqua, sfumature di umidità, un ciclista pedala senza tenere le mani sul manubrio, il punto che collega la ruota al semiasse, non sembra luce solare, non sembra rumore
Dove: Milano, Parco Nord
Quando: Martedì, ore 9.40, Aprile
Note: Piove sui vetri, le macchine sollevano acqua, sfumature di umidità, un ciclista pedala senza tenere le mani sul manubrio, il punto che collega la ruota al semiasse, non sembra luce solare, non sembra rumore
lunedì 14 aprile 2008
Buon Giorno
Le tende vestono di bianco il vento
come latte al sole del mattino.
Il sacro è in una tazza,
in un biscotto,
la goccia in un bicchiere.
Frutta gialla in succo,
petali di cereale,
fermenti in latino
e miscele colombiane.
Ciò che mangio
proviene dalla Storia.
La tavola è una meraviglia
e 'Buongiorno!'
dicono gli occhi
allo sbocciare del tuo sorriso.
Altrove non esiste,
e ciò che ho è qui.
Metto in frigo le cose colorate
e vedo le ossa piccole della mano
illuminate.
come latte al sole del mattino.
Il sacro è in una tazza,
in un biscotto,
la goccia in un bicchiere.
Frutta gialla in succo,
petali di cereale,
fermenti in latino
e miscele colombiane.
Ciò che mangio
proviene dalla Storia.
La tavola è una meraviglia
e 'Buongiorno!'
dicono gli occhi
allo sbocciare del tuo sorriso.
Altrove non esiste,
e ciò che ho è qui.
Metto in frigo le cose colorate
e vedo le ossa piccole della mano
illuminate.
sabato 22 marzo 2008
Caro Presidente del mio Paese...
L'altro ieri ho sentito per radio la dichiarazione che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha rilasciato in Cile durante una conferenza stampa. Questa è la sua dichiarazione:
"Sentiamo che c'è una difficoltà di comprensione della politica: c'è il distacco, c'è anche un elemento di pregiudizio - sia chiaro - nei confronti della politica, abbondantemente inoculato anche da cose che si leggono qua e là e che rappresentano il Parlamento, diciamo, come una specie di corporazione di fannulloni avidi. Se questo è il Parlamento, forse ci sarà chi penserà - voglio sperare, non l'autore di quegli articoli - che il Parlamento tanto vale chiuderlo."
Cinque minuti fa ho spedito al Presidente della Repubblica la lettera che allego qui sotto:
Caro Presidente del mio Paese,
L’altra mattina ho sentito per radio la Sua dichiarazione dal Cile sulla disaffezione che gli italiani sembrano maturare nei confronti della politica e delle sue istituzioni. In quella dichiarazione Lei sosteneva che ci sono persone che disegnano i parlamentari come una “corporazione di fannulloni avidi” e qualcuno potrebbe anche pensare, per questo, che il Parlamento tanto varrebbe chiuderlo. Ora, evito il solito tono da imbalsamato rispetto con cui la gente si rivolge a Lei che tutto sembra tranne il comunicare con una persona in carne ossa e cuore e arrivo subito al dunque. Io trovo che Lei sia riuscito con questa dichiarazione a toccare la superficie di un problema molto grave perdendo l’occasione di dire qualcosa di storico. La Sua frase è un involucro attraente che non contiene nulla. E’ ovvio che pensare di chiudere il Parlamento sia qualunquismo, ma non è altrettanto evidente che il riportare un pour parler da bar (“corporazione di fannulloni avidi”) come fondamento di una reazione qualunquista (chiusura del Parlamento) sia anch’esso qualunquismo? E’ possibile che Lei, come mio Presidente, non entri nel merito delle cose? E’ possibile che si lasci ingabbiare da questo ruolo istituzionale del “meno dico e meglio è” e non esprima un solo giudizio sull’evidente ingiustizia che ogni giorno ci viene propinata come politica? E’ giusto secondo Lei che i Parlamentari italiani siano tra i politici più pagati d’Europa? E’ giusto secondo Lei che i Parlamentari italiani maturino in pochissimo tempo pensioni imbarazzanti? E’ giusto secondo Lei che i Parlamentari italiani e relativi parenti godano di privilegi che il cittadino nemmeno si sogna? Lei pensa che questo sia qualunquismo o un problema reale? E se pensa che sia un problema perché non ne parla con la giusta dose di incazzatura che mi aspetterei dal massimo rappresentante del mio Paese? Io trovo che sia semplicemente una vergogna. E Lei anziché entrare nel merito della questione cosa fa? Parla di “comprendere le ragioni di disaffezione e di disincanto per gettare un ponte di dialogo soprattutto con le nuove generazioni". Ma di cosa sta parlando? Prima di pensare alle nuove generazioni pensi alle persone che tra pochi giorni saranno chiamate ad onorare il rito della democrazia con il proprio voto e provano una senso di disgusto verso chi da decenni siede in Parlamento ed oggi, sui cartelloni pubblicitari, propone progetti che in tutti questi decenni non è stato in grado di realizzare. Obiettivamente, è serio tutto questo? E’ serio farsi rappresentare da una classe politica che ha permesso si verificasse una situazione come quella della spazzatura a Napoli, la sua città? E’ serio farsi rappresentare da chi, nel tempio della laicità di uno stato laico, il Parlamento, dice che si fa ispirare nelle sue scelte di voto da una religione? E’ serio farsi rappresentare da chi ad ogni referendum propone il mare come alternativa possibile? E’ tutto sotto gli occhi di tutti, Presidente. Anche i Suoi. Queste sono le curiose ragioni di disaffezione, non il risultato di qualche articolo sopra le righe. Sa cosa penso io? Penso che la rappresentatività sia un concetto molto semplice: per diventare rappresentativo della società italiana il Parlamento dovrebbe quantomeno essere un campionamento fedele della società stessa. Le pare che il nostro Parlamento lo sia? Non le sembra anormalo che nel mio e nel Suo Paese le donne non rappresentino il 50% dei parlamentari ma una timida proporzione da riserva indiana? E se è vero che la percentuale dei lavoratori precari o a tempo determinato è ormai enorme, dove sono in Parlamento? E se gli stipendi dei parlamentari fossero calibrati sulla mediana (badi bene, la mediana non la media) degli stipendi italiani, non sarebbe più onesto? Il vero beneficio al mio e al Suo Paese può venire solo da scelte che colpiscono al cuore questo sistema che prende in giro le stesse persone che lo finanziano: noi. In molti stati europei tutto questo è norma e non follia qualunquista. Si esprima pubblicamente su questo, Presidente. Parli di ciò che è reale, di ciò che lei sa bene, di ciò che questo Paese sente. Un’ultima cosa: quando era Presidente della Repubblica Sandro Pertini io ero piccolo però mi piaceva quando parlava in televisione e capivo quello che diceva perché le stesse cose le dicevano a casa i miei genitori. Si arrabbiava se c’era da arrabbiarsi e dava la sensazione di sentire quello che succedeva in Italia. Faccia anche lei così, Presidente. Si arrabbi, perché se non lo fa Lei oggi, domani lo farà qualcun’altro e sarà tornare al buio della violenza che non sente ragioni. Un saluto da chi la considera, prima di tutto, una persona che vive e sente questo Paese.
PS: se Lei o chi per Lei leggesse questa mail e volesse rispondere con modelli precompilati o con frasi rassicuranti e paterne, per favore, lasci perdere. Non mi risponda perché non ho bisogno di questo.
"Sentiamo che c'è una difficoltà di comprensione della politica: c'è il distacco, c'è anche un elemento di pregiudizio - sia chiaro - nei confronti della politica, abbondantemente inoculato anche da cose che si leggono qua e là e che rappresentano il Parlamento, diciamo, come una specie di corporazione di fannulloni avidi. Se questo è il Parlamento, forse ci sarà chi penserà - voglio sperare, non l'autore di quegli articoli - che il Parlamento tanto vale chiuderlo."
Cinque minuti fa ho spedito al Presidente della Repubblica la lettera che allego qui sotto:
Caro Presidente del mio Paese,
L’altra mattina ho sentito per radio la Sua dichiarazione dal Cile sulla disaffezione che gli italiani sembrano maturare nei confronti della politica e delle sue istituzioni. In quella dichiarazione Lei sosteneva che ci sono persone che disegnano i parlamentari come una “corporazione di fannulloni avidi” e qualcuno potrebbe anche pensare, per questo, che il Parlamento tanto varrebbe chiuderlo. Ora, evito il solito tono da imbalsamato rispetto con cui la gente si rivolge a Lei che tutto sembra tranne il comunicare con una persona in carne ossa e cuore e arrivo subito al dunque. Io trovo che Lei sia riuscito con questa dichiarazione a toccare la superficie di un problema molto grave perdendo l’occasione di dire qualcosa di storico. La Sua frase è un involucro attraente che non contiene nulla. E’ ovvio che pensare di chiudere il Parlamento sia qualunquismo, ma non è altrettanto evidente che il riportare un pour parler da bar (“corporazione di fannulloni avidi”) come fondamento di una reazione qualunquista (chiusura del Parlamento) sia anch’esso qualunquismo? E’ possibile che Lei, come mio Presidente, non entri nel merito delle cose? E’ possibile che si lasci ingabbiare da questo ruolo istituzionale del “meno dico e meglio è” e non esprima un solo giudizio sull’evidente ingiustizia che ogni giorno ci viene propinata come politica? E’ giusto secondo Lei che i Parlamentari italiani siano tra i politici più pagati d’Europa? E’ giusto secondo Lei che i Parlamentari italiani maturino in pochissimo tempo pensioni imbarazzanti? E’ giusto secondo Lei che i Parlamentari italiani e relativi parenti godano di privilegi che il cittadino nemmeno si sogna? Lei pensa che questo sia qualunquismo o un problema reale? E se pensa che sia un problema perché non ne parla con la giusta dose di incazzatura che mi aspetterei dal massimo rappresentante del mio Paese? Io trovo che sia semplicemente una vergogna. E Lei anziché entrare nel merito della questione cosa fa? Parla di “comprendere le ragioni di disaffezione e di disincanto per gettare un ponte di dialogo soprattutto con le nuove generazioni". Ma di cosa sta parlando? Prima di pensare alle nuove generazioni pensi alle persone che tra pochi giorni saranno chiamate ad onorare il rito della democrazia con il proprio voto e provano una senso di disgusto verso chi da decenni siede in Parlamento ed oggi, sui cartelloni pubblicitari, propone progetti che in tutti questi decenni non è stato in grado di realizzare. Obiettivamente, è serio tutto questo? E’ serio farsi rappresentare da una classe politica che ha permesso si verificasse una situazione come quella della spazzatura a Napoli, la sua città? E’ serio farsi rappresentare da chi, nel tempio della laicità di uno stato laico, il Parlamento, dice che si fa ispirare nelle sue scelte di voto da una religione? E’ serio farsi rappresentare da chi ad ogni referendum propone il mare come alternativa possibile? E’ tutto sotto gli occhi di tutti, Presidente. Anche i Suoi. Queste sono le curiose ragioni di disaffezione, non il risultato di qualche articolo sopra le righe. Sa cosa penso io? Penso che la rappresentatività sia un concetto molto semplice: per diventare rappresentativo della società italiana il Parlamento dovrebbe quantomeno essere un campionamento fedele della società stessa. Le pare che il nostro Parlamento lo sia? Non le sembra anormalo che nel mio e nel Suo Paese le donne non rappresentino il 50% dei parlamentari ma una timida proporzione da riserva indiana? E se è vero che la percentuale dei lavoratori precari o a tempo determinato è ormai enorme, dove sono in Parlamento? E se gli stipendi dei parlamentari fossero calibrati sulla mediana (badi bene, la mediana non la media) degli stipendi italiani, non sarebbe più onesto? Il vero beneficio al mio e al Suo Paese può venire solo da scelte che colpiscono al cuore questo sistema che prende in giro le stesse persone che lo finanziano: noi. In molti stati europei tutto questo è norma e non follia qualunquista. Si esprima pubblicamente su questo, Presidente. Parli di ciò che è reale, di ciò che lei sa bene, di ciò che questo Paese sente. Un’ultima cosa: quando era Presidente della Repubblica Sandro Pertini io ero piccolo però mi piaceva quando parlava in televisione e capivo quello che diceva perché le stesse cose le dicevano a casa i miei genitori. Si arrabbiava se c’era da arrabbiarsi e dava la sensazione di sentire quello che succedeva in Italia. Faccia anche lei così, Presidente. Si arrabbi, perché se non lo fa Lei oggi, domani lo farà qualcun’altro e sarà tornare al buio della violenza che non sente ragioni. Un saluto da chi la considera, prima di tutto, una persona che vive e sente questo Paese.
PS: se Lei o chi per Lei leggesse questa mail e volesse rispondere con modelli precompilati o con frasi rassicuranti e paterne, per favore, lasci perdere. Non mi risponda perché non ho bisogno di questo.
mercoledì 19 marzo 2008
David Bowie's chunk #1
And when I get excited
My little china girl says
Oh baby just you shut your mouth
She says... sh-sh-shhh
(David Bowie, China Girl, EMI 1983)
My little china girl says
Oh baby just you shut your mouth
She says... sh-sh-shhh
(David Bowie, China Girl, EMI 1983)
domenica 16 marzo 2008
La regola
Sembra che nasca da un gomitolo di nuvole,
per svanire nelle note di un attacco di basso.
Gli alberi lungo il crinale,
la strada che ho davanti.
Auto che seguono le auto.
Sta per arrivare
con tutti i suoi colori.
La pelle è il sesto senso.
Il pensiero può toccare solo
ciò che è già passato.
L'esplodere violento del giallo di forsythia.
L'offrirsi voluttuoso di magnolie appena schiuse.
E nell'aria l'erotismo del risveglio,
la pancia degli uccelli,
l'azzurro prepotente
che quasi mi fa male.
Ed è sentire mentre sento.
Perché sentire è lasciar che accada.
Il bello è la regola.
Fai attenzione.
per svanire nelle note di un attacco di basso.
Gli alberi lungo il crinale,
la strada che ho davanti.
Auto che seguono le auto.
Sta per arrivare
con tutti i suoi colori.
La pelle è il sesto senso.
Il pensiero può toccare solo
ciò che è già passato.
L'esplodere violento del giallo di forsythia.
L'offrirsi voluttuoso di magnolie appena schiuse.
E nell'aria l'erotismo del risveglio,
la pancia degli uccelli,
l'azzurro prepotente
che quasi mi fa male.
Ed è sentire mentre sento.
Perché sentire è lasciar che accada.
Il bello è la regola.
Fai attenzione.
martedì 11 marzo 2008
TV e l'insostenibile pesantezza del nulla
RAI 2: X Factor. Solito format. Emozionale, stile americano tutto energia, luci flashanti e pubblico che ulula. Poi arrivano loro, i protagonisti. I giovani che cantano! Che bello, il giovane che canta le canzoni famose. Mica le sue. E' come essere all'oratorio. Dai che cantiamo tutti insieme! E io mi sento seduto in fondo al pullman durante la gita delle medie. Che c'era sempre uno che andava a judo. Che bello, dai che cantiamo! Il montaggio è roba seria. C'è tutto: il backstage con i giovani seduti sullo schienale del divano che dicono frasi fuori contesto; la preview sulla vita del cantante che ha sempre ragioni eroiche per cantare ("è una donna metalmeccanico" oppure "sono del salento", bah); la ripresa sugli occhi e la posa di sfida degna di Mazinga Z con tanto di cuore pulsante in sottofondo. A un certo punto presentano un tipo dicendo che ha preso tanti calci in faccia (!) dal mercato discografico ed è stato penalizzato solo dal suo aspetto. Porca vacca chi sarà mai! Mi aspetto un alternativo di quelli cazzuti, un tripode senza occhi, un mostro con due palle così e chi ti entra? Un tipo un po' grasso col cappello di lana. "Ho perso pure venticinque chili". E io me lo vedo 'sto ragazzo che rinuncia alla pastiera di mamma perché deve sfondare, perché deve andare su RAI 2 a cantare metà canzone che pietrifica i maroni. Questa è gavetta. Questo è il sacro fuoco dell'arte. E poi si piange! Ma quanto se piagne! E quella che parla a sua madre. E quello che parla a suo padre. E quello che parla a sua figlia. E piange la mamma, la zia, la nonna anziana e pure quella seduta lì vicino che manco li conosce però...già che c'è...un pianterello...ma si dai che te frega. E gli sguardi dei giovani. In questo momento stanno inquadrando uno di un gruppo che sembra un bovino. Tutto corrucciato pare che il suo lessico sia composto solo dalle parole "cibo", "cacca", "donna", "sgrunt". Ma che bello cantare! E che bella la gioventù! Ma vogliamo parlare del presentatore? DJ Francesco cresimando? No non ne parliamo. Parliamo però dei giudici di gara. Una non la conosco ma sembra un incrocio tra Iva Zanicchi e mia zia. L'altra è la Ventura che s'impegna a dire cose sentite ma non ce la fa. E poi lui. La sorpresa della serata. Morgan. Moooorgaaaannn!!! Quello dei Bluvertigo? Quello che sa suonare bene tutto? Quello che scrive poesie e incide album solisti anche belli? Quello che sembrava fuori da tutto questo showbiz genere amateur in salsa di Furore? Si. C'è dentro anche lui. E si trova a suo agio in questo psicodramma dove non capisci se ti stanno prendendo in giro o si stanno prendendo in giro tra loro. Lo spettacolo non contiene nulla. Solo luci, colori, lacrime e stati d'animo a comando. Ora piangi. Ora ridi. Stop. Ancora. Basta così. Puoi andare. E un bell'applausooo. La sensazione è quella che avevo quando da bambino andavo in chiesa e c'erano giovani con evidenti scompensi ormonali - non avevano mai la barba - che suonavano la chitarra e cantavano beati durante la messa. Alla seconda canzone, io undicenne, pensavo in quanti modi si potesse usare quella chitarra in modo improprio, e del tutto illegale, per farli smettere. Oh! Che peccato. Involontariamente ho spento la tv. E vabbè, dai. Non sarà per un'altra volta.
domenica 9 marzo 2008
Federico

Fede si fa chiamare cinghiale.
Fede parla di sesso battendo forte la mano sul tavolo.
Fede conosce tante persone.
Poche persone conoscono Fede.
Io e Fede camminiamo la notte sui Navigli.
Io e Fede sappiamo cos'è un patator.
Io e Fede rubiamo pasticcini alle feste altrui.
Io e Fede mangiamo Sacher sul marciapiede.
Io e Fede nutriamo ciò che amiamo.
Fede è odiato dai cani.
Fede ha lo zaino dell'Invicta che pesa quanto un vitello.
Fede tiene il marsupio sulla spalla.
Fede in casa porta occhiali da bambino.
Fede, per un istante, ti guarda come un bambino.
Fede tornò dalla cucina con un pacchetto di stagnola per me.
"E' metà torta che mi ha fatto mia mamma".
Fede non dimentica.
Fede non è per tutti.
Fede è mio amico.
E io ne sono felice.
PS: ...e se solo cambi di una virgola ti dò un sacco di botte.
domenica 2 marzo 2008
194
Arriverà il giorno in cui in Italia le leggi si faranno solo per migliorare le condizioni di vita delle persone? E perché quando si tratta di scelte personali c'è sempre qualcuno che fa rumore, che interviene senza richiesta, che non ha il minimo rispetto verso chi ha il diritto di essere lasciato in pace? Non sanno nulla e parlano così forte. Esiste una legge che regolamenta l'interruzione di gravidanza. E' una legge che ha permesso a tante donne di non pagare con la vita la responsabilità di una decisione. E' incivile questo? E' così difficile pensare che compito di uno stato non sia quello di giudicare le ragioni di una scelta ma di mettere le persone nelle condizioni di poter fare tale scelta in piena dignità e sicurezza? Eppure ci stanno provando in tutti i modi. In un paese come il mio, che si definisce moderno ed avanzato, nei dibattiti sull'aborto le donne, quelle normali, quelle che rappresentano la metà della popolazione di questo paese, non vengono quasi mai invitate. Al loro posto siedono uomini di chiesa che - per loro scelta - non proveranno mai la bellezza o l'orrore di un rapporto sessuale e uomini di politca terrorizzati dall'assumere una posizione netta per non scontentare nessuno. E non hanno pudore. Non hanno misura. Si credono i detentori di qualche ragione superiore e, campioni di sensibilità verso chi di questa scelta si assumerà tutta la responsabilità e non chiede altro se non un po' di calore umano e comprensione, pubblicano manifesti per la difesa dei diritti civili dell'embrione e nelle scuole proiettano video di interruzioni di gravidanza per far vedere bene come muore un feto. Perché tutto questo? Le donne non possono decidere da sole del proprio corpo e nemmeno di ciò che è corpo del proprio corpo perché dev'esserci sempre qualcuno - generalmente maschio - che decide per loro. Le ragioni di un aborto non sono discutibili perché non esistono buone o cattive ragioni, esistono solo ragioni personali. E per ragioni personali non intendo solo ragioni considerate "gravi" e quindi, secondo una logica perversa, accettabili. Esistono anche ragioni altre, come ad esempio abortire perché non te la senti ora di diventare madre. Bisogna vergognarsi di questo? Bisogna far sentire mostri delle persone normali? Una madre non convinta oggi non è migliore di una donna che si dà, rispettando la legge e la sua coscienza, il tempo per essere convinta domani. E forse felice. La responsabilità è sentire che hai il potere di decidere della tua vita e del tuo corpo e la civiltà di uno stato è misurabile da quanto tuteli, con gli strumenti del diritto, questa responsabilità. Eppure ogni giorno, martellante e continuo, l'intervento del vescovo, del cardinale, del papa in prima pagina. Le loro dichiarazioni in Francia, in Olanda, in Germania, in Inghilterra, in Belgio non occuperebbero più di un trafiletto a fondo pagina perché sarebbero considerate espressioni di un credo personale, una legittima posizione di una parte che nulla ha a che fare con lo sviluppo laico di uno stato moderno. Perché tutta questa importanza? Perché trattare con la stessa rilevanza il commento di un parlamentare che è il primo responsabile della qualità della vita nel mio paese e il parere di un rappresentante della chiesa che parla un linguaggio arcaico e incomprensibile e delle religioni rappresenta solo una parte? E gli uomini? Dove sono gli uomini? Quelli che ogni giorno vivono con una donna e con una donna condividono i momenti dell'essere qui e ora insieme. Non vi fa schifo che perfetti sconosciuti parlino di tutto ciò che non sanno e non sapranno mai e con la sicumera di chi perde l'ennesima occasione per stare zitto decide di limitare la libertà della vostra ragazza, della vostra compagna, di vostra moglie per ragioni di opportunità politica? Ci sono cose che vanno avanti anche per l'indifferenza passiva di chi pensa che tutto sommato non sia così importante occuparsene perché qualcuno prima o poi ci penserà. Essere indifferenti però non vuol dire essere neutrali. Essere indifferenti vuol dire "lasciarglielo fare". E il bombardamento mediatico ha proprio l'intento di sfiancare il destinatario dell'informazione, di annoiarlo in una misura tale da fiaccarne la capacità di ragionamento e il senso civico. E, piano piano, grazie all'indifferenza che ormai infetta il mio paese, glielo "lasceremo fare". Anzi, glielo "lasceranno fare".
venerdì 15 febbraio 2008
Il frutto
Dal frutto del mio albero
è nato il ramo
che sottile è germogliato
in un ramo più robusto.
Dal ramo più robusto
è nato il fusto
che nella terra
ha sentito il suo richiamo.
Non dalla luce.
Non dal colore.
Ma da ciò che non si vede
nasce il misterioso fiore.
Ora da qui, seduto sul divano,
vedo la montagna.
C'è neve sulle cime
e calore nella casa.
Il mistero è nelle radici,
la forza nel fusto,
la magia nelle foglie,
la poesia nel fiore,
la gioia nel frutto.
Come l'albero trasforma in zucchero la luce
tu dell'attimo regali il suo scoprire.
Tu sei il fiore da cui nasce il frutto del mio sentire.
è nato il ramo
che sottile è germogliato
in un ramo più robusto.
Dal ramo più robusto
è nato il fusto
che nella terra
ha sentito il suo richiamo.
Non dalla luce.
Non dal colore.
Ma da ciò che non si vede
nasce il misterioso fiore.
Ora da qui, seduto sul divano,
vedo la montagna.
C'è neve sulle cime
e calore nella casa.
Il mistero è nelle radici,
la forza nel fusto,
la magia nelle foglie,
la poesia nel fiore,
la gioia nel frutto.
Come l'albero trasforma in zucchero la luce
tu dell'attimo regali il suo scoprire.
Tu sei il fiore da cui nasce il frutto del mio sentire.
venerdì 1 febbraio 2008
Fiori di vetro
Nei giorni sempre uguali,
nella discussione evitata,
nell'abbraccio abituato,
nell'amore non amato,
la disperazione si traveste di quiete.
Ma i fiori di vetro
non hanno profumo
e un mostro si nasconde
in ciò che resta immobile.
nella discussione evitata,
nell'abbraccio abituato,
nell'amore non amato,
la disperazione si traveste di quiete.
Ma i fiori di vetro
non hanno profumo
e un mostro si nasconde
in ciò che resta immobile.
sabato 12 gennaio 2008
Persone bizzarre
Conosco persone bizzarre. Nulla di loro attira l'attenzione, ma sono strane. I maschi tendono a restare abbastanza anonimi, le femmine invece spesso si riconoscono nel loro stato di non-divertimento e gradiscono condividerlo formando gruppi molesti e pigolanti di mal comune mezzo gaudio. Intervenire nelle discussioni di questi gruppi di auto-aiuto esistenziale senza farne parte è sempre molto rischioso: ogni cosa tu dica sei sempre inadeguato. "Parli così perché non sei sposato", "Ti comporti così perché non hai i figli", "La fai facile tu che non hai responsabilità" e via di questo passo. Generalmente amano parlare dei loro quasi-mariti o mariti conclamati come farebbero delle tutrici di invertebrati. Tutte eccitate si scambiano avvincenti aneddoti sulla pulitura dei vetri delle finestre e sui pranzi con suoceri e nipotini come se avessero appena corso in macchina - e vinto - contro Vin Diesel. Ma il massimo lo raggiungono quando parlano dei preparativi del grande evento: il matrimonio. Il matrimonio è visto come fosse un merito. Il raggiungimento dell'obiettivo. L'auto-evidente esempio di maturità conquistata. E in effetti quando si sposano qualcosa cambia. Svanisce in loro la voglia di piacere. E' come se il vincolo ufficiale diventasse l'unica ragione dello stare insieme. Prende il posto dell'attrazione reciproca e si assiste, anche da un giorno all'altro, all'imbruttimento progressivo. Io li vedo sui treni, sulle metropolitane, al lavoro questi mariti maleodoranti e queste mogli decadenti. Ma perchè si riducono così? Nei loro occhi non c'è più traccia di divertimento. Perché è passata l'idea che per essere persone adulte si debba smettere di divertirsi? Perché si pensa che la noia sia un inevitabile destino ed il sopportarla una virtù da coltivare? Ti guardano coi loro occhi vacui e ti parlano - quando ti parlano - con tono di paziente comprensione. Ti fanno vedere le loro foto delle vacanze nei villaggi turistici, ti raccontano aneddoti noiosissimi di vita vissuta e dopo un po' cominci ad avere il dubbio che il marziano sia tu. Se poi c'è una cosa che davvero mi innervosisce è l'album del matrimonio. Stanno lì, i due sposi, immortalati in pose napoleoniche mentre spuntano da un cespuglio oppure informali e gaudenti mentre lei ride e lui l'abbraccia con la passione di un attore porno che quel giorno non c'ha proprio voglia. E poi i bambini che la sposa guarda in previsione materna mentre loro, nani da giardino vestiti di bianco, si mangiano voraci i fiori degli addobbi. E poi non ho mai capito perché lo sposo si fa venire sfoghi da contaminazione radioattiva sul collo. Ma è possibile che proprio quel giorno debba decidere di andare dal barbiere che userà immancabilmente soda caustica come dopobarba? Ma tutto questo non è imbarazzante? E' possibile che si trovi bello un album dove due persone mettono in ridicolo i propri sentimenti riducendoli a caricatura? E' questo che vogliono ricordare negli anni a venire? La risposta, più o meno conscia, è sempre la stessa: "si fa perché lo fanno tutti". Che persone bizzarre.
domenica 6 gennaio 2008
La manutenzione del dire
L'altro giorno ero in autostrada ed ascoltavo una frequenza Rai. Ad un certo punto annunciano il collegamento con un colonnello che presiede qualche ufficio per il controllo viabilità autostradale. Questo parte e parla per un quarto d'ora liquidando la ragione fondante del suo intervento in una frase ("Per fortuna ha smesso di nevicare in Piemonte") per poi proseguire con gli avvertimenti da consumato pilota ("Se nevica consiglio di mettere le catene"), da tecnico sopraffino ("Con le gomme sgonfie la macchina va peggio") e concludere con quelli da minaccioso patriarca ("Raccomando vivamente che prima della partenza la macchina sia ben equipaggiata". Un estintore? Un cd di Biagio Antonacci? Una fiocina? Una porchetta col limone in bocca? Cosa cavolo ci devo mettere in una macchina perché sia "ben equipaggiata"?! Non l'ha detto...). E' stato estenuante. Non la smetteva più di ripetere le stesse cose. Questo colonnello poteva ridurre il suo intervento a quindici secondi esatti ma ha riempito il silenzio di nulla per quindici minuti. Io volevo sapere qualcosa sulla viabilità e alla fine ero concentrato - e preoccupato - su quanto fosse "ben equipaggiata" la mia auto. Il problema è che questo lo si può riscontrare sempre se si fa un po' di attenzione. Si è letteralmente immersi in un oceano di parole: dibattiti, approfondimenti, telegiornali, pubblicità... E tante più parole vengono prodotte nell'unità di tempo tanto più risulta difficile trovare osservazioni originali. Ma non voglio parlare di questo. Voglio parlare invece di un effetto secondario che mi sembra ancora più grave: a forza di usarla la parola è diventata il fine ultimo di sè stessa. Oggi se pensi che qualcosa sia sbagliato, se pensi che qualcosa non funzioni non ti devi preoccupare: qualcuno parlerà in televisione a lungo di qualcosa d'altro - magari in termini allarmistici - e tu ti dimenticherai presto del tuo problema. Se proprio non riescono a farti dimenticare il tuo problema ti dimostreranno che nel mondo esistono altri problemi più importanti, più gravi, addirittura irrisolvibili. E tu stai ancora a pensare al tuo problema? Si è ridotto il concetto di stato democratico a luogo dove è possibile dire ciò che si vuole e non di luogo dove si fanno scelte di interesse comune basandosi sulla volontà della maggioranza dei cittadini. Basta il semplice dire per fare respirare a tutti aria di democrazia. Non conta molto quello che tutti i giorni hai davanti agli occhi, non ti fa più arrabbiare quello che vedi, ciò che conta oggi è il sapere che qualcuno in televisione o sui giornali sta parlando di qualcosa. Per capillarità, come una membrana cominci ad assorbire idee che arrivano chissà da dove e quasi ti vergogni se non ti appassionano i particolari dell'ultimo delitto in famiglia già sulla bocca di tutti. Piano piano ti crei un senso civico che non è più tuo ma è perfetto per sorbire efficientemente questa informazione che alimenta se stessa. Questo genera un effetto calmante in chi ascolta: ci si sente al sicuro e parte di una stessa comunità che ride alle stesse battute, usa le stesse parole e si convince di sentire le stesse cose. E' sufficiente vedere in televisione gente dal linguaggio convincente per sentirsi in qualche modo tutelati, per pensare che senza dubbio c'è qualcuno che sta lavorando per noi ed avrà sicuramente la situazione sotto controllo.
Io credo che il difficile delle cose non sia parlarne. La parte davvero difficile è la manutenzione. Perché manutenere significa avere cura ed avere cura significa sentirsi coinvolti, far parte di qualcosa e quindi esserne responsabili. E la manutenzione del dire è il fare. Tu puoi presentarti come la persona più convincente del mondo ma se il tuo passato è costellato di scelte non fatte, problemi lasciati ammuffire, paure non affrontate per pigrizia o vigliaccheria, tutto questo non farà che di te una persona poco seria. Sotto la lente rigorosa del fare le parole si sbriciolano, persone magnetiche e dal linguaggio efficace si trasformano in miserabili e persone su cui non avresti mai scommesso nulla, magari solo per colpa della superficie e dell'apparenza, divengono degne della tua fiducia. Io cerco di fare ciò che dico perché lo ritengo un modo serio di comportarsi e perché mi fa sentire a mio agio col me stesso che mi ospita. E soprattutto è il miglior antidoto contro l'abitudine al degrado, alla supponenza ed alla miseria che ogni giorno vedo nel mio Paese che attende la fine dormendo sonni da tranquillante davanti alla tv accesa.
Io credo che il difficile delle cose non sia parlarne. La parte davvero difficile è la manutenzione. Perché manutenere significa avere cura ed avere cura significa sentirsi coinvolti, far parte di qualcosa e quindi esserne responsabili. E la manutenzione del dire è il fare. Tu puoi presentarti come la persona più convincente del mondo ma se il tuo passato è costellato di scelte non fatte, problemi lasciati ammuffire, paure non affrontate per pigrizia o vigliaccheria, tutto questo non farà che di te una persona poco seria. Sotto la lente rigorosa del fare le parole si sbriciolano, persone magnetiche e dal linguaggio efficace si trasformano in miserabili e persone su cui non avresti mai scommesso nulla, magari solo per colpa della superficie e dell'apparenza, divengono degne della tua fiducia. Io cerco di fare ciò che dico perché lo ritengo un modo serio di comportarsi e perché mi fa sentire a mio agio col me stesso che mi ospita. E soprattutto è il miglior antidoto contro l'abitudine al degrado, alla supponenza ed alla miseria che ogni giorno vedo nel mio Paese che attende la fine dormendo sonni da tranquillante davanti alla tv accesa.
mercoledì 26 dicembre 2007
Il bambino con il cervello al posto del cuore
Tra i medici di turno
il caso destò scalpore,
quel giorno nacque il bambino
con il cervello al posto del cuore.
Il primario borbottava
ed ai suoi occhi non credeva,
il bambino era normale
ma guardava tutti e non piangeva.
Gli anni passarono
senza grandi turbamenti
ma verso i diciott'anni
si manifestarono strani comportamenti.
Delle persone giudicava
il modo di vestire,
la visione delle cose,
la voglia di scoprire.
Della musica studiava
la vita dell'autore
così da poter sembrare
un fine conoscitore.
Del matrimonio lo preoccupava
il progetto e l'organizzazione,
la forma dei rubinetti,
le tovaglie per la colazione.
Del lavoro non pensava
al piacere personale
come se in quelle otto ore
l'uomo diventasse un animale.
Di Dio si fece un'idea
davvero particolare,
lo immaginava in cielo o chiuso in chiesa
sempre pronto a giudicare.
La sua logica stringente
lo convinse a teorizzare
che a Dio interessi il rito
e non il ridere o il danzare.
Questi discorsi tra la gente
destavano clamore.
Che volete, dopotutto era un ragazzo
col cervello al posto del cuore.
Ma un giorno una ragazza
gli accarezzò la mano
e lui sentì il calore delicato
di tutto ciò che è umano.
Il senso del sentire,
dell'iride il colore,
la curva della nuca
e di una lacrima il sapore.
E fu di nuovo il cielo, la neve,
la pioggia e il mare,
le cose che restano uguali
perché tu possa cambiare.
E d'un tratto si svegliò
in una notte silenziosa
abbracciato a quella ragazza
bella più della rosa più preziosa.
Capì che era solo un sogno
e non doveva aver timore.
Chi può vivere un solo giorno
con il cervello al posto del cuore?
E alla luce di quell'alba
restò a guardarle il viso,
le baciò una spalla e lei
gli regalò un sorriso.
il caso destò scalpore,
quel giorno nacque il bambino
con il cervello al posto del cuore.
Il primario borbottava
ed ai suoi occhi non credeva,
il bambino era normale
ma guardava tutti e non piangeva.
Gli anni passarono
senza grandi turbamenti
ma verso i diciott'anni
si manifestarono strani comportamenti.
Delle persone giudicava
il modo di vestire,
la visione delle cose,
la voglia di scoprire.
Della musica studiava
la vita dell'autore
così da poter sembrare
un fine conoscitore.
Del matrimonio lo preoccupava
il progetto e l'organizzazione,
la forma dei rubinetti,
le tovaglie per la colazione.
Del lavoro non pensava
al piacere personale
come se in quelle otto ore
l'uomo diventasse un animale.
Di Dio si fece un'idea
davvero particolare,
lo immaginava in cielo o chiuso in chiesa
sempre pronto a giudicare.
La sua logica stringente
lo convinse a teorizzare
che a Dio interessi il rito
e non il ridere o il danzare.
Questi discorsi tra la gente
destavano clamore.
Che volete, dopotutto era un ragazzo
col cervello al posto del cuore.
Ma un giorno una ragazza
gli accarezzò la mano
e lui sentì il calore delicato
di tutto ciò che è umano.
Il senso del sentire,
dell'iride il colore,
la curva della nuca
e di una lacrima il sapore.
E fu di nuovo il cielo, la neve,
la pioggia e il mare,
le cose che restano uguali
perché tu possa cambiare.
E d'un tratto si svegliò
in una notte silenziosa
abbracciato a quella ragazza
bella più della rosa più preziosa.
Capì che era solo un sogno
e non doveva aver timore.
Chi può vivere un solo giorno
con il cervello al posto del cuore?
E alla luce di quell'alba
restò a guardarle il viso,
le baciò una spalla e lei
gli regalò un sorriso.
domenica 23 dicembre 2007
Personal Jesus
Tutto non è ogni cosa
e viaggiare non è arrivare.
Il male non è il contrario del bene
e la vita non inizia nascendo.
Quante cose insegnate
per evitare di imparare.
Quante cose spiegate
per evitare di capire.
E tutto è ciò che sembra
se lo vedi per ciò che è.
E' nella pioggia che cade sui campi
per tornare al cielo
profumata di terra.
E' nella musica che ti cerca
per arrivare a ciò che sei.
E' nell'abbraccio che lega
ciò che non è mai stato diviso.
E' nel bacio che si nutre
lasciandosi mangiare.
Da quanto tempo non torni a casa?
La ricerca del controllo.
L'inganno della serenità.
La giustificazione della noia.
Abituarsi è smarrire per sempre.
Un piccolo strappo nel cielo di carta.
Fuori la pioggia è sottile.
e viaggiare non è arrivare.
Il male non è il contrario del bene
e la vita non inizia nascendo.
Quante cose insegnate
per evitare di imparare.
Quante cose spiegate
per evitare di capire.
E tutto è ciò che sembra
se lo vedi per ciò che è.
E' nella pioggia che cade sui campi
per tornare al cielo
profumata di terra.
E' nella musica che ti cerca
per arrivare a ciò che sei.
E' nell'abbraccio che lega
ciò che non è mai stato diviso.
E' nel bacio che si nutre
lasciandosi mangiare.
Da quanto tempo non torni a casa?
La ricerca del controllo.
L'inganno della serenità.
La giustificazione della noia.
Abituarsi è smarrire per sempre.
Un piccolo strappo nel cielo di carta.
Fuori la pioggia è sottile.
venerdì 14 dicembre 2007
Supermarket
Mi piace spingere il carrello nei supermercati. E' più forte di me. Se non ho il carrello mi viene voglia di spingere il carrello di qualcun'altro. E poi trovo geniale il sedile per il bambino che appare dal nulla come per magia. E' talmente essenziale come idea che esiste da quando ero piccolo e non è mai stata modificata. Non sono mai cambiati nemmeno i colori dei seggiolini: sempre arancioni o rossi, mai verdi o gialli o azzurri. Poi mi piace guardare i banchi della gastronomia con tutti quei salumi riposti sugli scaffali di legno. Mi piacciono meno i settori di caccia e pesca e quelli di elettronica dove ci sono pareti di televisori tutti sintonizzati sullo stesso canale. Lì mi viene un po' d'ansia. Ma se devo essere sincero, c'è un luogo del supermercato che odio. Un luogo dove regredisco allo stato rettile, divento competitivo e immancabilmente perdo la battaglia. Questo luogo è... la cassa. Eppure mi piace mettere le cose sul nastro trasportatore - tranne le bottiglie, che mi ostino a mettere in verticale e poi mi prendo un accidente ad ogni scossone - e vederle scorrere. Ma non divaghiamo. La vera ragione della mia ansia da cassa è legata ad una fase molto precisa: il riempimento sacchetti. Allora, io ho un ciuffo di sacchetti in mano e aspetto in fondo alla cassa che arrivino tutte le cose che ho comprato. Prima di tutto cerco di aprire il sacchetto ma i due malefici lembi di plastica restano bene attaccati tra loro. Una volta mi è venuta la brillante idea di soffiarci sopra per separarli ma dopo un po' sembravo un matto che cercava di gonfiare un sacchetto dell'Esselunga. Ma il riempimento è per me davvero la fase critica. Quando cominciano ad arrivare le cose dallo scivolo della cassa io cerco di imbustarle alla massima velocità e questo porta a due conseguenze spiacevoli. La prima è che non riesco mai ad impostare una gerarchia e le cose più delicate mi finiscono immancabilmente sotto quelle più pesanti e le bottiglie e i detersivi restano fuori perché non hanno più spazio. La seconda però è la peggiore: la cinica cassiera quando vede che io aumento la velocità di imbustamento si adegua ed aumenta anche lei la velocità di passaggio dei prodotti sulla fotocellula. E che cavolo, già sono incasinato con ragionamenti di incastri contro natura tra sottaceti e dentifricio e questa fattucchiera in divisa mi spara fuori nell'unità di tempo tutta questa roba?! Il risultato finale è che il mio scivolo è popolato da prodotti di ogni genere, la coda di persone che attende il proprio turno segue ogni mio movimento con attenzione e quella sadica di una cassiera mi fa lo sguardo tipo "sono stata più veloce io" e mi dice "faccia un po' di spazio, prego". E dove lo faccio lo spazio se mi hai sparso la roba ovunque che sembra sia scoppiata una bomba con tutto 'sto casino?! E poi, a mie spese, ho imparato che il dramma è sempre in agguato: ci sono delle bastardissime confezioni di plastica che agli angoli sono taglienti come rasoi e quando le metti nel sacchetto lo aprono in due. Ovviamente te ne accorgi solo alla fine quando le cose cominciano ad uscire di lato... a volte anche fuori dal supermercato, sul marciapiede. Allora mi sono detto, ma è tanto difficile sostituire le cassiere con delle macchine: tu metti le cose nella macchina e questa si occupa della lettura del codice a barre, dell'imbustamento e del pagamento via bancomat. Metti dentro oggetti ed escono ordinate buste già piene. Che bellezza! Allora questa sera per scrivere questo post sono andato a fare la spesa e arrivato alla cassa ho pensato adesso sto il più attento possibile per notare ogni singolo particolare, ogni singolo gesto. E la ragazza alla cassa che ti fa? In tanti anni di onorata incapacità di imbustamento non mi era mai successo. Questa mi guarda, mi fa un sorrisone e mi dice: "vuoi che i sacchetti te li riempia io?". Nooooooooooooo, e non mi devi dire così proprio questa sera che volevo dimostrare il sadismo della cassiera!! Porca vacca, in un attimo mi ha fatto tre sacchetti perfetti, un piccolo capolavoro di ingegneria strutturistica. E stavano pure in piedi da soli mentre i miei si afflosciano e mi rotola fuori sempre una bottiglia. Vabbè va, diciamo che le cassiere servono ancora. Quantomeno a sorprendermi.
sabato 1 dicembre 2007
Il nido
Nella testa,
nel petto,
nello stomaco,
nel ventre.
Il cuore è una linfa brillante
che dona tenerezza a ciò che è delicato.
Abbiamo gustato il gusto del sentire
e abbiamo sentito il gusto del gustare.
Piccole conchiglie sorprese dalla notte e dal mare.
Ogni cosa accade perché non può che accadere.
L'osso più sporgente della schiena
e dei tendini la tensione.
La forma esatta della mano
e del bacino l'articolazione.
Il labirinto dell'orecchio
e la lunghezza delle ciglia.
E il sentimento che si nasconde
dentro le gocce salate
di questa infinita meraviglia.
Condividere è lasciare entrare.
E d'un tratto sorridevi.
Piccoli rametti a costruire un nido.
nel petto,
nello stomaco,
nel ventre.
Il cuore è una linfa brillante
che dona tenerezza a ciò che è delicato.
Abbiamo gustato il gusto del sentire
e abbiamo sentito il gusto del gustare.
Piccole conchiglie sorprese dalla notte e dal mare.
Ogni cosa accade perché non può che accadere.
L'osso più sporgente della schiena
e dei tendini la tensione.
La forma esatta della mano
e del bacino l'articolazione.
Il labirinto dell'orecchio
e la lunghezza delle ciglia.
E il sentimento che si nasconde
dentro le gocce salate
di questa infinita meraviglia.
Condividere è lasciare entrare.
E d'un tratto sorridevi.
Piccoli rametti a costruire un nido.
giovedì 29 novembre 2007
Appunti psicoacustici #1
Cosa: Sparks, Royksopp
Dove: Milano, Corso Buenos Aires, uscita metropolitana P.ta Venezia, marciapiede destro
Quando: Sabato, ore 17.04, Novembre
Note: Cielo azzurro scuro, nuvole accese di rosa intenso, freddo pungente sul dorso delle mani, piccole folle ai semafori si muovono insieme, ragazzi camminano abbracciati
Dove: Milano, Corso Buenos Aires, uscita metropolitana P.ta Venezia, marciapiede destro
Quando: Sabato, ore 17.04, Novembre
Note: Cielo azzurro scuro, nuvole accese di rosa intenso, freddo pungente sul dorso delle mani, piccole folle ai semafori si muovono insieme, ragazzi camminano abbracciati
sabato 24 novembre 2007
I ciechi
Nota: in questo post non verrà mai usata la parola 'non-vedente'. Provate a chiamare una persona di colore 'non-bianco'...
Mi assegnarono ad un'associazione ciechi di Brescia. Il mio anno di servizio civile poteva così cominciare nella fulgida gloria della mia generosità. Il giovane teorico della solidarietà arrivò all'associazione una mattina che prometteva pioggia. Appena entrato vide persone che strisciavano lungo i muri palpando ogni interruttore, stipite o crepa come lucertole curiose. Una donna aveva il rossetto fuori dal contorno delle labbra e baffi di eye liner fino all'attaccatura dei capelli. Un uomo usciva dal bagno con una chiazza di urina rinsecchita sul davanti. Nei corridoi in penombra i bastoni bianchi, come antenne d'insetti, toccavano tutto ticchettando come contatori geiger. E la penombra. Le stanze avevano le tapparelle abbassate e chi stava dentro non accendeva mai la luce. Il mondo luminoso del giovane teorico della solidarietà era troppo piccolo per contenere anche questo mondo. I primi contatti sociali, imbarazzanti. Il giovane teorico della solidarietà salutava dicendo 'arrivederci'. Iniziava i discorsi con 'visto che bella giornata?'. Concludeva i discorsi con un bel 'vedremo'. Dopo una settimana lo coglieva il terrore ogni volta che un cieco gli rivolgeva la parola. Pensava tre volte prima di parlare, cercando di eliminare ogni riferimento alla luce, all'occhio, al vedere, con il risultato di rispondere sempre fuori tempo massimo. Il suo lessico si era ridotto a monosillabi e misteriosi suoni gutturali. Praticamente, una scimmia antropomorfa. Dopo due settimane il giovane teorico della solidarietà aveva una sola certezza: i ciechi gli stavano proprio antipatici. E lui lì dentro non ci voleva stare. Non era il posto giusto dove far brillare la sua incompresa generosità. La sua mansione era quella di riavvolgere i nastri delle cassette. Per chi non lo sapesse, il sistema Braille è tremendamente inefficiente perchè, per dare la possibilità al tatto di svolgere il ruolo della vista, fa diventare il verbale di una riunione condominiale grande quanto l'Enciclopedia Britannica. Per questo all'associazione i libri venivano letti da attori e registrati su cassetta. I ciechi si portavano a casa scatole nere piene di cassette e poi, una volta ascoltate, le rispedivano. Io dovevo riceverle, controllarle, sostituirle, riavvolgerle, catalogarle ed archiviarle. Una sera il giovane teorico della solidarietà accompagnò a casa Paolo, un giovane barbuto e loquace che rifiutava di usare il bastone. Andava in giro con le braccia distese davanti a sè a formare un angolo di 90 gradi con il corpo. A vederlo sembrava un sonnambulo. E cadeva. Se non cadeva, sbatteva. Ogni giorno aveva un livido o un graffio nuovo. Una volta mi raccontò di essere andato a Milano in piazza Duomo ed essere rovinosamente caduto sulle scale del sagrato. La scena era surrreale: mistica da lontanto e blasfema da vicino. Lui, povero cieco agli occhi dei più, stava lungo disteso al cospetto delle Sante Porte, ma anziché chiedere il miracolo bestemmiava come un camionista siberiano perché si era fatto un male cane. Paolo indossava camicie da taglialegna - era il suo trucco per non far vedere le macchie - ed era diplomato al conservatorio. Nella sua casa senza quadri e senza lampadine, passammo tutta la sera a parlare di Keith Jarrett e bere Beck's. Poi mi fece provare il suo pianoforte. Io schiacciai i tasti. Lui suonò.
Il giorno dopo in associazione, i ciechi mi sembravano un po' meno ciechi e un po' più persone. Con tutto quello che ne consegue. Ad esempio notai che se uno è cieco non è per questo necessariamente simpatico. Proprio come tra i vedenti, ci sono persone interessanti e meno interessanti. Sensibili e meno sensibili. Gentili e... rompipalle allucinanti. Insomma, come diceva Paolo, la commiserazione è davvero una pessima consigliera e il farsi commiserare è davvero una pessima idea. L'attenzione cominciava a spostarsi dalle categorie alle relazioni. E il giovane teorico della solidarietà, trasformato in scimmia antropomorfa dal letale virus del politicamente corretto, d'un tratto mi lasciò in pace. I miei verbi, i miei aggettivi, i miei modi di salutare tornarono quelli del vedente. Avevo smesso di ragionare da non-cieco. Cominciai semplicemente a parlare con tutti di tutto.
Un giorno l'associazione riuscì a finanziare l'acquisto di un furgone. Era stato recuperato da uno sfasciacarrozze ed aveva un'intrigante particolarità: era un vecchio furgone della Polizia. Avevano solo cancellato la scritta ma, con il suo azzurro-tristezza e il fascione bianco centrale, faceva ancora la sua bella figura. Dovevano ancora sistemarlo ma... avere un furgone della Polizia in bella mostra nel cortile... senza nessuno intorno... con le chiavi a disposizione nell'ufficio della segreteria... Bastò uno sguardo. Durante una pausa pranzo, io ed altri tre obiettori chiedemmo ai ragazzi chi volesse farsi un giro sul furgone della Polizia. Fu un plebiscito. Li caricammo tutti e partimmo per una Brescia assolata ed eccitante. L'aspetto che avevamo era molto particolare: indossavamo tutti gli occhiali da sole e facevamo un gran casino lì dentro. Potevamo essere giovani poliziotti impazziti in borghese o ladri del furgone della Polizia e, per questo, ugualmente pazzi. Ad uno dei ragazzi venne l'idea della volgarità in sharing: appena vedevamo una ragazza per strada dovevamo descrivergliela velocemente e lui, sporgendosi dal finestrino, le esternava con dovizia di particolari tutte le sue più intime fantasie urlando come un ossesso. Per profondità del dettaglio e rapidità creativa era davvero un genio. L'unico problema era che tendeva ad essere un po' lungo e spesso si ritrovava a proporre incontri orgiastici a centraline telefoniche, alberelli e cartelloni pubblicitari. Nel mitico furgone si era ormai perso il controllo, quando ad un semaforo si fermò accanto a noi una macchina nera con alla guida Evaristo Beccalossi. Appena avvisati, tutti i ragazzi misero la testa fuori e cominciarono ad urlare "il Beccaaaaa!!!". Beccalossi vide questa distesa di occhi che guardavano ovunque tranne che dalla sua parte, sollevò un sopracciglio, poi una mano e poi sparì all'orizzonte lasciandosi alla spalle un indimenticabile "il Beccaaaaa!!!". Tornammo all'associazione che ancora non era arrivato nessuno. Ovviamente non poteva finire tutto così ed organizzammo nella stanza del pianoforte un'improbabile partita di calcio. La palla erano decine di fogli A4 tenuti insieme da nastro isolante e le squadre erano miste. Non ho mai preso tanti calci in vita mia. Appena arrivava il segnale di avvicinamento palla i ragazzi cominciavano a piantare dei calci volanti degni di karateka tarantolati. Tibie, malleoli, ginocchi, nulla veniva risparmiato. Alla fine, sudati da buttare e pieni di lividi tornammo al piano di sopra, mangiammo lasagne comprate in una rosticceria lì vicino e bevemmo dello spumante di infima categoria per festeggiare l'assenza di caduti. Sfiniti e appagati. Non avevo mai visto quei ragazzi ridere così.
Passarono i mesi e di cose ne accaddero tante. Avevo cominciato con un'idea astratta di solidarietà e avevo finito con un'idea molto pratica di utilità. Dopo tanti mesi avevo capito che non esiste una sola ragione al mondo per negare il divertimento ad una persona. E se ridi le cose vanno meglio. Arrivò anche l'ultimo giorno all'associazione e questo, inaspettatamente, fu per me il peggiore.
Mi assegnarono ad un'associazione ciechi di Brescia. Il mio anno di servizio civile poteva così cominciare nella fulgida gloria della mia generosità. Il giovane teorico della solidarietà arrivò all'associazione una mattina che prometteva pioggia. Appena entrato vide persone che strisciavano lungo i muri palpando ogni interruttore, stipite o crepa come lucertole curiose. Una donna aveva il rossetto fuori dal contorno delle labbra e baffi di eye liner fino all'attaccatura dei capelli. Un uomo usciva dal bagno con una chiazza di urina rinsecchita sul davanti. Nei corridoi in penombra i bastoni bianchi, come antenne d'insetti, toccavano tutto ticchettando come contatori geiger. E la penombra. Le stanze avevano le tapparelle abbassate e chi stava dentro non accendeva mai la luce. Il mondo luminoso del giovane teorico della solidarietà era troppo piccolo per contenere anche questo mondo. I primi contatti sociali, imbarazzanti. Il giovane teorico della solidarietà salutava dicendo 'arrivederci'. Iniziava i discorsi con 'visto che bella giornata?'. Concludeva i discorsi con un bel 'vedremo'. Dopo una settimana lo coglieva il terrore ogni volta che un cieco gli rivolgeva la parola. Pensava tre volte prima di parlare, cercando di eliminare ogni riferimento alla luce, all'occhio, al vedere, con il risultato di rispondere sempre fuori tempo massimo. Il suo lessico si era ridotto a monosillabi e misteriosi suoni gutturali. Praticamente, una scimmia antropomorfa. Dopo due settimane il giovane teorico della solidarietà aveva una sola certezza: i ciechi gli stavano proprio antipatici. E lui lì dentro non ci voleva stare. Non era il posto giusto dove far brillare la sua incompresa generosità. La sua mansione era quella di riavvolgere i nastri delle cassette. Per chi non lo sapesse, il sistema Braille è tremendamente inefficiente perchè, per dare la possibilità al tatto di svolgere il ruolo della vista, fa diventare il verbale di una riunione condominiale grande quanto l'Enciclopedia Britannica. Per questo all'associazione i libri venivano letti da attori e registrati su cassetta. I ciechi si portavano a casa scatole nere piene di cassette e poi, una volta ascoltate, le rispedivano. Io dovevo riceverle, controllarle, sostituirle, riavvolgerle, catalogarle ed archiviarle. Una sera il giovane teorico della solidarietà accompagnò a casa Paolo, un giovane barbuto e loquace che rifiutava di usare il bastone. Andava in giro con le braccia distese davanti a sè a formare un angolo di 90 gradi con il corpo. A vederlo sembrava un sonnambulo. E cadeva. Se non cadeva, sbatteva. Ogni giorno aveva un livido o un graffio nuovo. Una volta mi raccontò di essere andato a Milano in piazza Duomo ed essere rovinosamente caduto sulle scale del sagrato. La scena era surrreale: mistica da lontanto e blasfema da vicino. Lui, povero cieco agli occhi dei più, stava lungo disteso al cospetto delle Sante Porte, ma anziché chiedere il miracolo bestemmiava come un camionista siberiano perché si era fatto un male cane. Paolo indossava camicie da taglialegna - era il suo trucco per non far vedere le macchie - ed era diplomato al conservatorio. Nella sua casa senza quadri e senza lampadine, passammo tutta la sera a parlare di Keith Jarrett e bere Beck's. Poi mi fece provare il suo pianoforte. Io schiacciai i tasti. Lui suonò.
Il giorno dopo in associazione, i ciechi mi sembravano un po' meno ciechi e un po' più persone. Con tutto quello che ne consegue. Ad esempio notai che se uno è cieco non è per questo necessariamente simpatico. Proprio come tra i vedenti, ci sono persone interessanti e meno interessanti. Sensibili e meno sensibili. Gentili e... rompipalle allucinanti. Insomma, come diceva Paolo, la commiserazione è davvero una pessima consigliera e il farsi commiserare è davvero una pessima idea. L'attenzione cominciava a spostarsi dalle categorie alle relazioni. E il giovane teorico della solidarietà, trasformato in scimmia antropomorfa dal letale virus del politicamente corretto, d'un tratto mi lasciò in pace. I miei verbi, i miei aggettivi, i miei modi di salutare tornarono quelli del vedente. Avevo smesso di ragionare da non-cieco. Cominciai semplicemente a parlare con tutti di tutto.
Un giorno l'associazione riuscì a finanziare l'acquisto di un furgone. Era stato recuperato da uno sfasciacarrozze ed aveva un'intrigante particolarità: era un vecchio furgone della Polizia. Avevano solo cancellato la scritta ma, con il suo azzurro-tristezza e il fascione bianco centrale, faceva ancora la sua bella figura. Dovevano ancora sistemarlo ma... avere un furgone della Polizia in bella mostra nel cortile... senza nessuno intorno... con le chiavi a disposizione nell'ufficio della segreteria... Bastò uno sguardo. Durante una pausa pranzo, io ed altri tre obiettori chiedemmo ai ragazzi chi volesse farsi un giro sul furgone della Polizia. Fu un plebiscito. Li caricammo tutti e partimmo per una Brescia assolata ed eccitante. L'aspetto che avevamo era molto particolare: indossavamo tutti gli occhiali da sole e facevamo un gran casino lì dentro. Potevamo essere giovani poliziotti impazziti in borghese o ladri del furgone della Polizia e, per questo, ugualmente pazzi. Ad uno dei ragazzi venne l'idea della volgarità in sharing: appena vedevamo una ragazza per strada dovevamo descrivergliela velocemente e lui, sporgendosi dal finestrino, le esternava con dovizia di particolari tutte le sue più intime fantasie urlando come un ossesso. Per profondità del dettaglio e rapidità creativa era davvero un genio. L'unico problema era che tendeva ad essere un po' lungo e spesso si ritrovava a proporre incontri orgiastici a centraline telefoniche, alberelli e cartelloni pubblicitari. Nel mitico furgone si era ormai perso il controllo, quando ad un semaforo si fermò accanto a noi una macchina nera con alla guida Evaristo Beccalossi. Appena avvisati, tutti i ragazzi misero la testa fuori e cominciarono ad urlare "il Beccaaaaa!!!". Beccalossi vide questa distesa di occhi che guardavano ovunque tranne che dalla sua parte, sollevò un sopracciglio, poi una mano e poi sparì all'orizzonte lasciandosi alla spalle un indimenticabile "il Beccaaaaa!!!". Tornammo all'associazione che ancora non era arrivato nessuno. Ovviamente non poteva finire tutto così ed organizzammo nella stanza del pianoforte un'improbabile partita di calcio. La palla erano decine di fogli A4 tenuti insieme da nastro isolante e le squadre erano miste. Non ho mai preso tanti calci in vita mia. Appena arrivava il segnale di avvicinamento palla i ragazzi cominciavano a piantare dei calci volanti degni di karateka tarantolati. Tibie, malleoli, ginocchi, nulla veniva risparmiato. Alla fine, sudati da buttare e pieni di lividi tornammo al piano di sopra, mangiammo lasagne comprate in una rosticceria lì vicino e bevemmo dello spumante di infima categoria per festeggiare l'assenza di caduti. Sfiniti e appagati. Non avevo mai visto quei ragazzi ridere così.
Passarono i mesi e di cose ne accaddero tante. Avevo cominciato con un'idea astratta di solidarietà e avevo finito con un'idea molto pratica di utilità. Dopo tanti mesi avevo capito che non esiste una sola ragione al mondo per negare il divertimento ad una persona. E se ridi le cose vanno meglio. Arrivò anche l'ultimo giorno all'associazione e questo, inaspettatamente, fu per me il peggiore.
mercoledì 14 novembre 2007
Fade out
Vivere è il mio viaggio
e scelgo il posto vicino al finestrino.
Guardare, vedere,
sentire e custodire.
Evitare di soffrire è soffrire.
Evitare di partire è rinunciare.
Ma la paura è solo un mostro
che spaventa e non uccide.
E il domani,
il ciò che è stato,
il ciò che era e non sarà mai più
sono giochi del custode quando arriva l'imbrunire.
C'è ancora il tempo per godere
di tutta questa vita.
C'è ancora il tempo per amare
questo bello sguardo che mi guarda il cuore.
E io non voglio più fuggire lontano dal sentire.
Perché la vita dev'essere vissuta
prima di doverla restituire.
Scelgo il posto vicino al finestrino,
perché vivere è il mio viaggio.
Perché vivere è la ricompensa.
e scelgo il posto vicino al finestrino.
Guardare, vedere,
sentire e custodire.
Evitare di soffrire è soffrire.
Evitare di partire è rinunciare.
Ma la paura è solo un mostro
che spaventa e non uccide.
E il domani,
il ciò che è stato,
il ciò che era e non sarà mai più
sono giochi del custode quando arriva l'imbrunire.
C'è ancora il tempo per godere
di tutta questa vita.
C'è ancora il tempo per amare
questo bello sguardo che mi guarda il cuore.
E io non voglio più fuggire lontano dal sentire.
Perché la vita dev'essere vissuta
prima di doverla restituire.
Scelgo il posto vicino al finestrino,
perché vivere è il mio viaggio.
Perché vivere è la ricompensa.
domenica 4 novembre 2007
Il contatto
Calore che attraversa le membrane.
Mi ha toccato dove non sapevo di esistere.
Mi ha portato dove non sapevo di essere.
Ti pare poco un solo attimo di vita?
Ti pare poco il più piccolo tra i baci?
E' semplice se non lo giudichi.
E' delicato se resti ad ascoltare.
Le parole sono fatte di voce
che arriva dopo ciò che è già arrivato.
La chimica è il sentire.
La poesia l'assaporare.
E l'ala di farfalla è polvere di cielo
che regala il bello a ciò che ama.
In questo bel giorno che si muove e mi commuove,
questo è tutto ciò che voglio.
Questo è tutto ciò che ho.
Mi ha toccato dove non sapevo di esistere.
Mi ha portato dove non sapevo di essere.
Ti pare poco un solo attimo di vita?
Ti pare poco il più piccolo tra i baci?
E' semplice se non lo giudichi.
E' delicato se resti ad ascoltare.
Le parole sono fatte di voce
che arriva dopo ciò che è già arrivato.
La chimica è il sentire.
La poesia l'assaporare.
E l'ala di farfalla è polvere di cielo
che regala il bello a ciò che ama.
In questo bel giorno che si muove e mi commuove,
questo è tutto ciò che voglio.
Questo è tutto ciò che ho.
giovedì 1 novembre 2007
L'audacia
L'audacia è per pochi.
E' di chi mette il cuore bene in vista.
E' di chi la paura non ha reso prigioniero.
E' di chi sente e non vuol smettere di sentire.
L'audacia è la dolcezza dell'adesso
e di questa notte che sa di buono.
E' di chi mette il cuore bene in vista.
E' di chi la paura non ha reso prigioniero.
E' di chi sente e non vuol smettere di sentire.
L'audacia è la dolcezza dell'adesso
e di questa notte che sa di buono.
lunedì 29 ottobre 2007
Emily #1
Bello è, nascosti, sentirsi cercare!
Piu' bello essere trovati,
se e' questo che vogliamo
e della volpe e' degno il cane.
Bene sapere e non dire,
meglio sapere e dire,
se puoi trovare quell'orecchio raro
che ti comprenda.
(Emily Dickinson, 842)
Piu' bello essere trovati,
se e' questo che vogliamo
e della volpe e' degno il cane.
Bene sapere e non dire,
meglio sapere e dire,
se puoi trovare quell'orecchio raro
che ti comprenda.
(Emily Dickinson, 842)
domenica 28 ottobre 2007
Here comes the rain again
Un giorno me ne stavo seduto con le gambe a penzoloni nel vuoto, sul punto più alto dell'isola di Lampedusa. Sotto di me uno strapiombo di roccia che spariva nell'acqua turchese e davanti solo il mare con un tramonto di quelli che sai già che non dimenticherai mai. Ad un tratto ho cominciato a sentire un rumore delicato ma sempre più intenso. Era la pioggia del temporale in arrivo. E' strano perché in città i temporali o ci sono o non ci sono. In mare i temporali arrivano. L'ho aspettato. E con tutto il fascino delle situazioni che cambiano mentre le senti cambiare, mi sono ritrovato per qualche attimo nel privilegio di un triangolo di sole ad osservare il mare bagnato dalla pioggia. Tutto contrastava con tutto: il calore del sole sulla pelle ed il vento freddo del temporale, i gabbiani che cantavano al tramonto e lo scrosciare dell'acqua battente, il mare cristallino ed il mare grigio e torbido. Rimasi lì, fermo a guardare mentre tutto si stava muovendo e tutto stava cambiando. La metà con il sole era bella, potente e prepotente. La metà con la pioggia era cupa, profonda, intima. Parti della stessa cosa. Dopo qualche minuto ero bagnato fradicio eppure non riuscivo ad andarmene. E' stato quel giorno che ho cominciato ad amare la pioggia. Il sole è bello e mi mette di buon umore ma la pioggia mi piace tantissimo. Come suggerisce una meravigliosa fonte d'ispirazione la pioggia stimola più sensi del sole perché la si può annusare, udire ed anche assaggiare. Si può restare nel letto ad ascoltarla oppure ammirarne le delicate ghirlande brillanti che lascia sui vetri o i cerchi perfetti che disegna nelle pozzanghere. Il fatto è che dalla pioggia fuggiamo sempre. Ombrelli, tergicristalli, impermeabili. Si cerca sempre di nasconderla, di eliminarla. Forse anche perché la pioggia spinge a stare un po' di più con sé stessi. Obbliga a guardare dentro anziché fuori. E il suono del silenzio, a volte, può essere assordante.
sabato 27 ottobre 2007
Depeche Mode's chunk #2
Your own personal Jesus
Someone to hear your prayers
Someone who cares
Your own personal Jesus
Someone to hear your prayers
Someone who's there
(Depeche Mode, Personal Jesus, Mute Records 1989)
Someone to hear your prayers
Someone who cares
Your own personal Jesus
Someone to hear your prayers
Someone who's there
(Depeche Mode, Personal Jesus, Mute Records 1989)
mercoledì 24 ottobre 2007
Smashing Pumpkins' chunk #1
And you know you're never sure
But your sure you could be right
If you held yourself up to the light
And the embers never fade in your city by the lake
The place where you were born
Believe, believe in me, believe
In the resolute urgency of now
And if you believe there's not a chance tonight
Tonight, so bright
Tonight
(Smashing Pumpkins, Tonight, Tonight, Virgin Records 1995)
But your sure you could be right
If you held yourself up to the light
And the embers never fade in your city by the lake
The place where you were born
Believe, believe in me, believe
In the resolute urgency of now
And if you believe there's not a chance tonight
Tonight, so bright
Tonight
(Smashing Pumpkins, Tonight, Tonight, Virgin Records 1995)
martedì 23 ottobre 2007
Lorenzo
Celebrare. Celebrare tutto ciò che c'è di bello...
Lorenzo vive a Firenze.
Lorenzo non lo vedo mai.
Lorenzo c'è sempre.
Lorenzo lavora di giorno ed anche di notte ma quando lo chiamo non mi dice mai sto lavorando.
Lorenzo è saggio e per questo si prende in giro.
Lorenzo mi fa ridere quando sono giù.
Lorenzo mi fa ridere quando sono su.
Lorenzo ha i suoi problemi e io non lo verrò mai a sapere.
Lorenzo mi regala tutto e non mi chiede mai nulla.
Lorenzo è coerente perché vede la sua faccia nello specchio.
Lorenzo sa dare i consigli di un papà.
Lorenzo è una splendida persona.
Lorenzo è mio Amico.
Ed oggi è il suo compleanno.
Auguri di cuore vecchio mio.
Lorenzo vive a Firenze.
Lorenzo non lo vedo mai.
Lorenzo c'è sempre.
Lorenzo lavora di giorno ed anche di notte ma quando lo chiamo non mi dice mai sto lavorando.
Lorenzo è saggio e per questo si prende in giro.
Lorenzo mi fa ridere quando sono giù.
Lorenzo mi fa ridere quando sono su.
Lorenzo ha i suoi problemi e io non lo verrò mai a sapere.
Lorenzo mi regala tutto e non mi chiede mai nulla.
Lorenzo è coerente perché vede la sua faccia nello specchio.
Lorenzo sa dare i consigli di un papà.
Lorenzo è una splendida persona.
Lorenzo è mio Amico.
Ed oggi è il suo compleanno.
Auguri di cuore vecchio mio.
domenica 21 ottobre 2007
Joy
All I ever wanted
All I ever needed
Is here in my arms
(Depeche Mode, "Enjoy the Silence")
All I ever needed
Is here in my arms
(Depeche Mode, "Enjoy the Silence")
Ci sono giorni che mi entrano dentro più di altri.
Ci sono giorni in cui il cuore si lascia mangiare dalla meraviglia e dallo stupore,
da ciò che guardo e finalmente vedo.
Istanti di risveglio che danno un senso agli anni del torpore.
La strada più lunga per tornare a casa.
Ricordare non basta.
Celebrare è dotare il ricordo di riconoscenza.
E io celebro il viola struggente del cielo all'imbrunire
che resiste al mese più crudele e ad una città che ha smesso di ammirare.
Celebro i raggi elettrici delle strade, colonne vertebrali luminose
che la musica nel mio abitacolo giapponese rende scenografia di un film perfetto.
Celebro le persone, i visi e gli occhi dietro i vetri
che la stanchezza segna e disarma, almeno per un po'.
E celebro i miei supereroi che Vivono sotto questo bellissimo cielo,
che invincibili e delicati mi donano il regalo più bello: ciò che sentono;
che mi insegnano tutto ed ogni cosa ogni giorno di più,
che mi fanno scoprire quanta vita può essere contenuta in un attimo di sole che scalda la pelle
e quale infinita bellezza esista e resista in tutto ciò che è fragile.
I miei supereroi hanno anche i superpoteri,
con lo sguardo mi toccano il cuore.
Oggi sono passato di qui.
Oggi sono felice.
giovedì 18 ottobre 2007
WYSIWYF: What You See Is What You Feel
Sono un po' giù di morale. Esco dal lavoro e fuori mi accoglie una luce giallognola pre-invernale con accenno di foschia. Alla guida tutti sembrano arrabbiati anche se stanno tornando a casa. Io rispetto i limiti di velocità e c'è sempre un deficiente che ti si incolla dietro e sfanala. Ho tanta voglia di inchiodare e farlo entrare dal baule. Non ho voglia di ascoltare la radio ma l'accendo lo stesso. L'unica cosa che sento sono aggiornamenti sull'amichevole Italia-Sudafrica, argomento di cui onestamente non mi frega assolutamente niente. Trovo finalmente una stazione che trasmette un esempio di dilettevole elettropop So 80's: State of the nation degli Industry. Gradevole senza pensarci su troppo. E il dj che fa? Decide che si annoia e taglia il ritornello con l'ultima di Biagio Antonacci. Ora, io non ho niente contro il signor Antonacci Biagio è solo che mi infastidiscono le frequenze della sua voce e i testi delle sue canzoni. Cerco qualcosa d'altro ma trovo sintonizzate alla perfezione Radio Maria, Radio Mater e GR Parlamento. Sono ancora più giù. Disastro? Giornata da dimenticare? Una bella persona mi scrive un messaggio. E' una frase. Una e basta. E' inattesa. Densa. Piena di vita piena. E mi mette di buon umore.
...e, come nelle migliori non-coincidenze, gli Industry pochi minuti prima cantavano "Don't you worry about the situation, a message from the telephone". Synchronicity. Eh eh eh.
...e, come nelle migliori non-coincidenze, gli Industry pochi minuti prima cantavano "Don't you worry about the situation, a message from the telephone". Synchronicity. Eh eh eh.
lunedì 15 ottobre 2007
Crash
Serata strana.
Ho appena finito di vedere Crash.
Serata di non-coincidenze.
Crash è uno di quei film che non ti abbandona con i titoli di coda. Ti resta dentro anche dopo che hai tolto il dvd dal lettore e resti con la tv spenta a sentire che non è tutto come prima. Trovare un solo significato sarebbe inutile. Ogni persona è tante persone e i buoni ed i cattivi sono solo fotografie di un istante. Un attimo e tutto cambia. Un attimo e tutto resta come prima. Le cose importanti sono quelle delicate. Quelle che non fanno rumore. Quelle che nessuno può vendere e che nessuno può comprare. Non le trovi in vetrina né in prima serata. Ma ci sono. E sono ovunque. Il peggior nemico delle cose delicate non è la brutalità ma l'indifferenza. Si può essere assassini senza uccidere. Ladri senza rubare. L'indifferenza è la nuova disciplina. La insegnano ovunque. Fai quello che vuoi ma stai lontano da quella pericolosissima cosa che hai in mezzo al petto. E così cominci a non sentire che le persone che hai intorno sono tutto quello che hai. E tra queste ce ne sono alcune così preziose che possono cambiarti la vita. Sentire le cose delicate porta ad avere cura.
Non dare nulla per scontato.
Non soffocare quello che senti.
Mettici tutta la cura che puoi.
Ho appena finito di vedere Crash.
Serata di non-coincidenze.
Crash è uno di quei film che non ti abbandona con i titoli di coda. Ti resta dentro anche dopo che hai tolto il dvd dal lettore e resti con la tv spenta a sentire che non è tutto come prima. Trovare un solo significato sarebbe inutile. Ogni persona è tante persone e i buoni ed i cattivi sono solo fotografie di un istante. Un attimo e tutto cambia. Un attimo e tutto resta come prima. Le cose importanti sono quelle delicate. Quelle che non fanno rumore. Quelle che nessuno può vendere e che nessuno può comprare. Non le trovi in vetrina né in prima serata. Ma ci sono. E sono ovunque. Il peggior nemico delle cose delicate non è la brutalità ma l'indifferenza. Si può essere assassini senza uccidere. Ladri senza rubare. L'indifferenza è la nuova disciplina. La insegnano ovunque. Fai quello che vuoi ma stai lontano da quella pericolosissima cosa che hai in mezzo al petto. E così cominci a non sentire che le persone che hai intorno sono tutto quello che hai. E tra queste ce ne sono alcune così preziose che possono cambiarti la vita. Sentire le cose delicate porta ad avere cura.
Non dare nulla per scontato.
Non soffocare quello che senti.
Mettici tutta la cura che puoi.
domenica 7 ottobre 2007
Katherine's chunk #2
Ricetta: dolce alla Wingley.
Riempite di panna un piatto di vetro. Mettetelo sul pavimento e andate via, chiudendo la porta e lasciandomi nella stanza.
Riempite di panna un piatto di vetro. Mettetelo sul pavimento e andate via, chiudendo la porta e lasciandomi nella stanza.
Wing
(Katherine Mansfield, Diario. Dall'Oglio)
domenica 23 settembre 2007
La Mosca
In uno dei commenti al post 'Quello che le donne odiano degli uomini' Mente Rossa mi chiedeva di parlare della mosca. Al momento mi rifiutai ma un aneddoto me l'ha fatta tornare alla mente, quindi...
Quest'anno sono stato in vacanza in Olanda. Vicino ad una diga sul Mare del Nord, in un autogrill, con disinvoltura ho buttato giù un caffè aromatizzato alla nocciola ed una polpetta cilindrica fritta ripiena di pezzi di carne spappolata con formaggio liquido incandescente. Era chiamata La polpetta della nonna e dopo il primo morso ho augurato alla nonna un lungo - diciamo pure eterno - riposo lontano dai fornelli. Subito dopo ho fatto un giretto in bagno ed ecco che dentro al vespasiano, buona buona, trovo lei: la mosca.


Dunque, procediamo con ordine: noi maschietti quando facciamo la pipì tendiamo spesso a lasciare tracce del nostro passaggio. Nei casi meno gravi si tratta di schizzi indiretti, nei casi più gravi il vaso viene mancato clamorosamente. Tralasciando questo secondo caso che qualifica il responsabile come dotato di un sistema nervoso molto semplificato, mi soffermerò sul primo. E' evidente a tutti che diverse variabili intervengono nella generazione di schizzi indiretti: si va dall'altezza del soggetto fino alla geometria delle pareti del wc. Si può ipotizzare l'esistenza di un angolo ottimale d'impatto che minimizzi la riflessione e quindi gli schizzi, ma il vero problema è: determinato questo magico punto, come indurre il maschio urinante a colpirlo? Ed ecco l'idea geniale: disegnare in quel punto una mosca.
In effetti, una delle cose che il maschio sa far meglio è concentrarsi nel colpire un obiettivo. Passa la vita a cercare bersagli da centrare. Fionde, sassi, cerbottane, joystick, palle, giavellotti, pistole, missili sono il suo armamentario. Finestre, gatti, astronavi, birilli, canestri, porte, fagiani, persone i suoi target. Non conta il grado culturale, lo status sociale o l'orientamento politico: la sua visione, seppur in contesti differenti, è quella del cacciatore. E se non c'è l'obiettivo? Se lo inventa. Lasciato in compagnia di sè stesso, l'uomo vede la tazza smaltata come il campo di battaglia e qualsiasi ombra intacchi il bianco candore diventa il nemico da punire con il paglierino getto vendicatore. Ed ecco che la mosca disegnata ad hoc nel punto di minima riflessione diventa un'attrazione irresistibile per l'antico guerriero che attacca senza pietà, accanendosi allo spasimo fino alla meritata vittoria (o allo svuotamento della vescica che però lascia sempre un po' di amaro in bocca).
In fondo, siamo organismi semplici.
Tutto questo è molto interessante, se non fosse che mentre scattavo foto come un forsennato al water con il mio cellulare, un tizio usciva dal bagno dietro di me. Mi ha guardato inespressivo mentre io cercavo le angolazioni migliori chinato sulla tazza. Avrà pensato fossi il pioniere di un nuovo genere feticista, ma gli olandesi sono gente abituata a tutto: un'alzata di spalle e si è allontanato lanciandomi uno sguardo complice... Bah.
Quest'anno sono stato in vacanza in Olanda. Vicino ad una diga sul Mare del Nord, in un autogrill, con disinvoltura ho buttato giù un caffè aromatizzato alla nocciola ed una polpetta cilindrica fritta ripiena di pezzi di carne spappolata con formaggio liquido incandescente. Era chiamata La polpetta della nonna e dopo il primo morso ho augurato alla nonna un lungo - diciamo pure eterno - riposo lontano dai fornelli. Subito dopo ho fatto un giretto in bagno ed ecco che dentro al vespasiano, buona buona, trovo lei: la mosca.


Dunque, procediamo con ordine: noi maschietti quando facciamo la pipì tendiamo spesso a lasciare tracce del nostro passaggio. Nei casi meno gravi si tratta di schizzi indiretti, nei casi più gravi il vaso viene mancato clamorosamente. Tralasciando questo secondo caso che qualifica il responsabile come dotato di un sistema nervoso molto semplificato, mi soffermerò sul primo. E' evidente a tutti che diverse variabili intervengono nella generazione di schizzi indiretti: si va dall'altezza del soggetto fino alla geometria delle pareti del wc. Si può ipotizzare l'esistenza di un angolo ottimale d'impatto che minimizzi la riflessione e quindi gli schizzi, ma il vero problema è: determinato questo magico punto, come indurre il maschio urinante a colpirlo? Ed ecco l'idea geniale: disegnare in quel punto una mosca.
In effetti, una delle cose che il maschio sa far meglio è concentrarsi nel colpire un obiettivo. Passa la vita a cercare bersagli da centrare. Fionde, sassi, cerbottane, joystick, palle, giavellotti, pistole, missili sono il suo armamentario. Finestre, gatti, astronavi, birilli, canestri, porte, fagiani, persone i suoi target. Non conta il grado culturale, lo status sociale o l'orientamento politico: la sua visione, seppur in contesti differenti, è quella del cacciatore. E se non c'è l'obiettivo? Se lo inventa. Lasciato in compagnia di sè stesso, l'uomo vede la tazza smaltata come il campo di battaglia e qualsiasi ombra intacchi il bianco candore diventa il nemico da punire con il paglierino getto vendicatore. Ed ecco che la mosca disegnata ad hoc nel punto di minima riflessione diventa un'attrazione irresistibile per l'antico guerriero che attacca senza pietà, accanendosi allo spasimo fino alla meritata vittoria (o allo svuotamento della vescica che però lascia sempre un po' di amaro in bocca).
In fondo, siamo organismi semplici.
Tutto questo è molto interessante, se non fosse che mentre scattavo foto come un forsennato al water con il mio cellulare, un tizio usciva dal bagno dietro di me. Mi ha guardato inespressivo mentre io cercavo le angolazioni migliori chinato sulla tazza. Avrà pensato fossi il pioniere di un nuovo genere feticista, ma gli olandesi sono gente abituata a tutto: un'alzata di spalle e si è allontanato lanciandomi uno sguardo complice... Bah.
mercoledì 19 settembre 2007
Eurythmics' chunk #1
Some of them want to use you
Some of them want to get used by you
Some of them want to abuse you
Some of them want to be abused
(Eurythmics, Sweet Dreams (Are Made of This), RCA Records 1983)
Some of them want to get used by you
Some of them want to abuse you
Some of them want to be abused
(Eurythmics, Sweet Dreams (Are Made of This), RCA Records 1983)
mercoledì 12 settembre 2007
"O Lille o Morte!" - Terza ed ultima parte
Dai servizi segreti della capitale arriva tosto il dispaccio con la notizia che l'automatico orsoide Carlone potrebbe essere recluso in un casolare della temuta e selvaggia campagna belga. Rapidi come il baleno nell'àere bruna di cieli tempestosi, i Tre samurai, con impeccabile e silenzioso passo del giaguaro, si portano sull'obiettivo.
Fecchia manifesta i primi segni di umana e comprensibile tensione.

Barbagli lo rincuora promettendogli al ritorno una virile camicia Acca ed Emme color pervinca, collezione autunno-inverno, fianchi sagomati e doppio bottone al polsino. Fecchia gradisce e, deciso, afferma: quando il gioco si fa duro i duri indossano Acca ed Emme!
Ed ecco che i Nostri erculei beniamini, per riuscir a far breccia nel mostruoso casolare, adottano il loro migliore travestimento: il suonatore di marimba uzbéko. Perfetta la strategia mimetica, irriconoscibili agli occhi dei più. Quindi, con il mestiere e l'ardire di attori consumati, si fingono avventori affamati e chiedono cibo al nemico. L'ingenuo ragazzotto belga che li accoglie abbocca inconsapevole al raffinato trabocchetto. Senza esitare, li fa sedere all'umile desco.

Ed è così che ha inizio la serie dei poveri piatti da parca cucina dei semplici.
Il frugale antipasto:

La miserrima minestra di ceci e lupini:

Il minuto, e per questo commovente, dolcetto di ghiande e carrube:

I Tre Temerari sono nel pieno delle loro facoltà fisiche e mentali, giammai offuscate da quell'effeminato liquido paglierino chiamato 'bière'.

Decidono così di complimentarsi con il cuoco Orazio. Il forte e gentile Barbagli, senza esitare, esegue.

Ma attenzione! D'improvviso una pista insperata! Al suo ritorno, Barbagli, sotto il desco, trova un messaggio lasciato dall'automatico Carlone.
In codice cifrato su supporto di ardesia, l'astuto Carlone scrive:
S-c-e-m-o
c-h-i l-e-g-g-e.
F-o-r-z-a
j-u-v-e.
Barbagli e Fecchia si compiacciono della rapidità con cui il C.O.B ha appreso i fondamentali pilastri della cultura italica. Ma è il bambino Bruno Caorso che, impaziente, si lancia in una temeraria decodifica: permutando le lettere con una serie inversa di Fibonacci e disponendo a doppia evolvente di cerchio su triangolo di Tartaglia le sole consonanti successive alle prime tre lettere del sinonimo greco di ogni parola, l'imberbe ottiene un nuovo sconcertante risultato:
F-r-u-s-h-t
B-o-b-b-l-e
S-g-u-r-z
A-h-i
P-a-l-o-m-a.
Fecchia resta interdetto. Barbagli guarda Fecchia, poi guarda Caorso che guarda Fecchia e ancora Barbagli. Fecchia guarda Caorso ma non guarda Barbagli che smette di guardare Fecchia ma vorrebbe guardare Caorso. Caorso non guarda Barbagli e non guarda Fecchia. Così che, non si sa da dove, un poderoso sganassone si assesta sul cranio del bambino insolente.
Ma Fecchia, d'un tratto, ha il lampo del genio maschio ed urla: l'ultima parola è Paloma! E' Paloma che dobbiamo contattare!
Paloma è un'ex-prostituta trapanese esperta in giochi ad alto contenuto erotico quali la canasta ed il sudoku. Segue tutte le serie televisive trasmesse dal suo luminoso cinescopio Philco, ma solo via satellite per sapere prima degli altri come vanno a finire. Fecchia la conobbe qualche anno fa a Milano durante l'inaugurazione del primo negozio Acca ed Emme e, si vocifera, che il loro incontro fu torrido e passionale dentro un angusto camerino. Oggi lei lavora in terra d'Oltre Alpe ma nessuno sa dove. La sua caratteristica è quella di offrire preziose informazioni per via rigorosamente telefonica. Per evitar sospetti ed intercettazioni, i Nostri decidono - come appreso dal dinamico e frizzante ispettore Derrick - di contattarla da un apparecchio pubblico nella buia metropolitana di Lille.
Ma l'impudente balillo Caorso urla e pesta i piedi per telefonare lui medesimo alla fascinosa Paloma. Barbagli e Fecchia, indomiti ma dal cuore di burro, acconsentono per farlo felice. Caorso afferra la cornetta, compone il numero ed avido come un varano in una vasca di Nutella aggredisce Paloma urlando: Paloma! Christian di Nip&Tuck è gay o no?! Parla Palomaaaa!

Barbagli prontamente gli sottrae l'apparecchio e, mentre Fecchia tiene fermo l'indomabile imberbe, in posa marziale

ascolta la suadente voce di Paloma dire: se è Carlone che cercate, allo zoo lo troverete... e dì a Fecchia che in quel camerino mi ha fatto sentire donna.
Che zoo sia, dunque! Arrivati in loco, i Tre impavidi devono fare subito i conti con bestie di ogni fattezza, genere e dimensione. Mostri con una testa, quattro zampe e, talvolta, financo una coda.
Sulla destra hanno il Kiru kopio: mammifero antropomorfo rapidissimo nel fare le fotocopie.

Sulla sinistra, la Magladicica mesontogonica: mammifero notturno che mima barzellette oscene senza ricordare mai il finale.

E dietro, il Cremaster bombogundam: mammifero ipercinetico che si nutre di Big Babol ma non disdegna Calippo alla Coca Cola.

Ed ecco la sorpresa!!!
L'incredibile novella!!!
Ecco la vista inaspettata!!!
I Nostri scultorei beniamini non credono ai propri occhi!
D'improvviso, appare lui!

CARLONE... CAPOTRENO!
Al suono di un gentile ciuff ciuff, tutto torna chiaro. Carlone non è stato rapito dalle forze del male rosso. E' solo fuggito dal suo destino.
La prima parola di Barbagli: Incredibile!
La prima di Fecchia: Incredibile!
La prima del bambino Caorso: Coppetta con due palline, bacio e gusto puffo.
Potenti sul Caorso arrivano due sganassoni in stereofonia: uno per l'assenza di nesso ed un altro perchè nemmeno Cristina D'Avena mangia più il gusto puffo.
Ma si sa, è nei momenti difficili che nascono sentimenti nobili. Fecchia e Barbagli si chiedono se esista una sola ragione per rattristare il mite Carlone richiamandolo al suo dovere. Lui, l'orsoide buono, nato per la guerra e divenuto capotreno. Perché interrompere il sogno dell'irsuto mammifero che l'uomo ha voluto glaciale e gli eventi hanno reso gentile? Giammai!
Barbagli sentenzia: meglio un giorno da capotreno felice che cento da orsoide co.co.pro!
Fecchia lo abbraccia commosso.
E per entrambi, un pensiero vola alla madre.
E' tornato.
Vola ancora alla madre.
E' tornato di nuovo.
Ma quando il pensiero segue la traiettoria del cuore, l'uomo d'azione comprende che è giunto il tempo del congedo. Barbagli e Fecchia devono lasciare l'insidiosa Lille per tornare al Paese che più amano. Il Paese dei navigatori, dei pittori, degli inventori. Il Paese della politica nobile, dei musei meravigliosi e delle donne bellissime. Il paese del tricolore: l'Olanda.
Un ultimo virile saluto al bambino Caorso - au revoir, enfant terrible - e via!

Epilogo: oggi, Barbagli e Fecchia vivono felicemente in Olanda nella città di Gouda. Qui hanno brevettato un nuovo processo produttivo per fare i buchi nel formaggio che li ha resi ricchi e famosi. Barbagli ha inoltre dato vita ad un esercito privato per il controllo demografico, mediante uso di esplosivi, dell'insidiosa mucca Frisona. Qui lo potete vedere mentre passa in rassegna l'orgogliosa truppa.

Fecchia è stato nominato da Barbagli Sovrintendente Capo Supremo dell'efficientissimo esercito.

Fine
Note dell'autore: i fatti citati non sono frutto di fantasia ma sono realmente accaduti nell'arco di tre giorni trascorsi a Lille nell'Aprile 2007. Dichiaro inoltre, sotto la mia responsabilità, che al bambino Bruno Caorso non è stato torto un capello e Carlone l'Orso Burlone non è stato oggetto di alcuna tortura.
E un pensiero vola a Corrado Guzzanti.
E' tornato.
Fecchia manifesta i primi segni di umana e comprensibile tensione.

Barbagli lo rincuora promettendogli al ritorno una virile camicia Acca ed Emme color pervinca, collezione autunno-inverno, fianchi sagomati e doppio bottone al polsino. Fecchia gradisce e, deciso, afferma: quando il gioco si fa duro i duri indossano Acca ed Emme!
Ed ecco che i Nostri erculei beniamini, per riuscir a far breccia nel mostruoso casolare, adottano il loro migliore travestimento: il suonatore di marimba uzbéko. Perfetta la strategia mimetica, irriconoscibili agli occhi dei più. Quindi, con il mestiere e l'ardire di attori consumati, si fingono avventori affamati e chiedono cibo al nemico. L'ingenuo ragazzotto belga che li accoglie abbocca inconsapevole al raffinato trabocchetto. Senza esitare, li fa sedere all'umile desco.

Ed è così che ha inizio la serie dei poveri piatti da parca cucina dei semplici.
Il frugale antipasto:

La miserrima minestra di ceci e lupini:

Il minuto, e per questo commovente, dolcetto di ghiande e carrube:

I Tre Temerari sono nel pieno delle loro facoltà fisiche e mentali, giammai offuscate da quell'effeminato liquido paglierino chiamato 'bière'.

Decidono così di complimentarsi con il cuoco Orazio. Il forte e gentile Barbagli, senza esitare, esegue.

Ma attenzione! D'improvviso una pista insperata! Al suo ritorno, Barbagli, sotto il desco, trova un messaggio lasciato dall'automatico Carlone.
In codice cifrato su supporto di ardesia, l'astuto Carlone scrive: S-c-e-m-o
c-h-i l-e-g-g-e.
F-o-r-z-a
j-u-v-e.
Barbagli e Fecchia si compiacciono della rapidità con cui il C.O.B ha appreso i fondamentali pilastri della cultura italica. Ma è il bambino Bruno Caorso che, impaziente, si lancia in una temeraria decodifica: permutando le lettere con una serie inversa di Fibonacci e disponendo a doppia evolvente di cerchio su triangolo di Tartaglia le sole consonanti successive alle prime tre lettere del sinonimo greco di ogni parola, l'imberbe ottiene un nuovo sconcertante risultato:
F-r-u-s-h-t
B-o-b-b-l-e
S-g-u-r-z
A-h-i
P-a-l-o-m-a.
Fecchia resta interdetto. Barbagli guarda Fecchia, poi guarda Caorso che guarda Fecchia e ancora Barbagli. Fecchia guarda Caorso ma non guarda Barbagli che smette di guardare Fecchia ma vorrebbe guardare Caorso. Caorso non guarda Barbagli e non guarda Fecchia. Così che, non si sa da dove, un poderoso sganassone si assesta sul cranio del bambino insolente.
Ma Fecchia, d'un tratto, ha il lampo del genio maschio ed urla: l'ultima parola è Paloma! E' Paloma che dobbiamo contattare!
Paloma è un'ex-prostituta trapanese esperta in giochi ad alto contenuto erotico quali la canasta ed il sudoku. Segue tutte le serie televisive trasmesse dal suo luminoso cinescopio Philco, ma solo via satellite per sapere prima degli altri come vanno a finire. Fecchia la conobbe qualche anno fa a Milano durante l'inaugurazione del primo negozio Acca ed Emme e, si vocifera, che il loro incontro fu torrido e passionale dentro un angusto camerino. Oggi lei lavora in terra d'Oltre Alpe ma nessuno sa dove. La sua caratteristica è quella di offrire preziose informazioni per via rigorosamente telefonica. Per evitar sospetti ed intercettazioni, i Nostri decidono - come appreso dal dinamico e frizzante ispettore Derrick - di contattarla da un apparecchio pubblico nella buia metropolitana di Lille.
Ma l'impudente balillo Caorso urla e pesta i piedi per telefonare lui medesimo alla fascinosa Paloma. Barbagli e Fecchia, indomiti ma dal cuore di burro, acconsentono per farlo felice. Caorso afferra la cornetta, compone il numero ed avido come un varano in una vasca di Nutella aggredisce Paloma urlando: Paloma! Christian di Nip&Tuck è gay o no?! Parla Palomaaaa!

Barbagli prontamente gli sottrae l'apparecchio e, mentre Fecchia tiene fermo l'indomabile imberbe, in posa marziale

ascolta la suadente voce di Paloma dire: se è Carlone che cercate, allo zoo lo troverete... e dì a Fecchia che in quel camerino mi ha fatto sentire donna.
Che zoo sia, dunque! Arrivati in loco, i Tre impavidi devono fare subito i conti con bestie di ogni fattezza, genere e dimensione. Mostri con una testa, quattro zampe e, talvolta, financo una coda.
Sulla destra hanno il Kiru kopio: mammifero antropomorfo rapidissimo nel fare le fotocopie.

Sulla sinistra, la Magladicica mesontogonica: mammifero notturno che mima barzellette oscene senza ricordare mai il finale.

E dietro, il Cremaster bombogundam: mammifero ipercinetico che si nutre di Big Babol ma non disdegna Calippo alla Coca Cola.

Ed ecco la sorpresa!!!
L'incredibile novella!!!
Ecco la vista inaspettata!!!
I Nostri scultorei beniamini non credono ai propri occhi!
D'improvviso, appare lui!

CARLONE... CAPOTRENO!
Al suono di un gentile ciuff ciuff, tutto torna chiaro. Carlone non è stato rapito dalle forze del male rosso. E' solo fuggito dal suo destino.
La prima parola di Barbagli: Incredibile!
La prima di Fecchia: Incredibile!
La prima del bambino Caorso: Coppetta con due palline, bacio e gusto puffo.
Potenti sul Caorso arrivano due sganassoni in stereofonia: uno per l'assenza di nesso ed un altro perchè nemmeno Cristina D'Avena mangia più il gusto puffo.
Ma si sa, è nei momenti difficili che nascono sentimenti nobili. Fecchia e Barbagli si chiedono se esista una sola ragione per rattristare il mite Carlone richiamandolo al suo dovere. Lui, l'orsoide buono, nato per la guerra e divenuto capotreno. Perché interrompere il sogno dell'irsuto mammifero che l'uomo ha voluto glaciale e gli eventi hanno reso gentile? Giammai!
Barbagli sentenzia: meglio un giorno da capotreno felice che cento da orsoide co.co.pro!
Fecchia lo abbraccia commosso.
E per entrambi, un pensiero vola alla madre.
E' tornato.
Vola ancora alla madre.
E' tornato di nuovo.
Ma quando il pensiero segue la traiettoria del cuore, l'uomo d'azione comprende che è giunto il tempo del congedo. Barbagli e Fecchia devono lasciare l'insidiosa Lille per tornare al Paese che più amano. Il Paese dei navigatori, dei pittori, degli inventori. Il Paese della politica nobile, dei musei meravigliosi e delle donne bellissime. Il paese del tricolore: l'Olanda.
Un ultimo virile saluto al bambino Caorso - au revoir, enfant terrible - e via!

Epilogo: oggi, Barbagli e Fecchia vivono felicemente in Olanda nella città di Gouda. Qui hanno brevettato un nuovo processo produttivo per fare i buchi nel formaggio che li ha resi ricchi e famosi. Barbagli ha inoltre dato vita ad un esercito privato per il controllo demografico, mediante uso di esplosivi, dell'insidiosa mucca Frisona. Qui lo potete vedere mentre passa in rassegna l'orgogliosa truppa.

Fecchia è stato nominato da Barbagli Sovrintendente Capo Supremo dell'efficientissimo esercito.

Fine
Note dell'autore: i fatti citati non sono frutto di fantasia ma sono realmente accaduti nell'arco di tre giorni trascorsi a Lille nell'Aprile 2007. Dichiaro inoltre, sotto la mia responsabilità, che al bambino Bruno Caorso non è stato torto un capello e Carlone l'Orso Burlone non è stato oggetto di alcuna tortura.
E un pensiero vola a Corrado Guzzanti.
E' tornato.
domenica 2 settembre 2007
"O Lille o Morte!" - Seconda Parte
Il ricordo di Fecchia che arringa fiero le masse in raffinata tenuta Acca ed Emme dura un istante esatto, né di più, né di meno, ed è già tempo per i Nostri gladiatori di addentrarsi nella infida arena che prende il nome di Lille. Già, Lille. Che vuol dire Lille? Forse, un femmineo colore? No! Forse, una storpiata canzonetta di Venditti Antonello? Nemmeno! Lille, tradotto fedelmente dal primitivo idioma delle genti di Fiandra, vuol dire luogo ove se non hai paura significa che sei già morto quindi inizia a toccarti i maroni, vaccaboia. Barbagli, esperto di lingua e moschetto, comprese subito la pericolosità del compito affidato. Tacque però, per il bene primo della missione, della patria e dell'acconto per il volo pluto-marxista-sodomita già versato.
Momento di maschia commozione.
Finita.
Ma ecco che il bambino Bruno Caorso conduce con cipiglio risoluto gli Eroi verso il suo poderoso automezzo. Nel baule gli oggetti che contraddistinguono l'Uomo che sa vivere: una coperta, due bidoni di fertilizzante, una scarpa da ginnastica - la destra! - e mezzo panino secco. Alla guida il bambino Caorso è rapido e sportivetto e ad ogni sorpasso, il pestifero infante, apostrofa il sorpassato con amichevoli frasi idiomatiche quali: tua sorella suona il piano e lui la tromba. Fecchia ride alle garbate facezie. Barbagli resta cupo: il nemico potrebbe essere ovunque.
Solo giunti al quartier generale Barbagli si rilassa. Il luogo è sicuro e inattaccabile. I tre bronzi di Riace suggellano lo scampato pericolo urbano con un nerissimo caffè sorbito in impeccabile posa marziale, come a dire: mi riposo ma con vigore!

Ma si sa, il nero caffè, per l'Uomo di polso italico, chiama una sola cosa: il più classico, antico e praticato sport della romana penisola. Il Gioco del Maschio Dardo Acuminato.
La sfida è serrata ma non c'è storia: Barbagli con fanatismo futurista dà spettacolo. Senza fallo - nel senso che non sbaglia, perbacco! - propone in sequenza le migliori posizioni di questo ardito e faticoso sport:
- Posizione 39: la Retroversa, anche detta del Granchio barbuto;

- Posizione 51: la Comoda, anche detta del Gufo che ti guarda e non ti dice nulla;

- Posizione 78: la Napoletana, anche detta del Cobra a palloncino;

- Posizione 94: la Vaporella, anche detta del Gecko molesto;

Tutti centri pieni e gagliardi! Bene! Bravo Barbagli!

Fecchia sbotta sincero: che talento!
Il bambino Caorso di rimando: che culo!
E si prende un sacrosanto sganassone.
Ma cosa distingue l'Uomo dall'ometto? La 'U' maiuscola ed 'etto'? Giammai! E' l'inattaccabile senso del dovere. I Nostri sono qui per una missione e la missione porteranno a termine, costi quel che costi. E quale compito è stato assegnato da Roma agli Indomiti Nostri Unici e Soli? Forze rosse hanno tramato nell'ombra e sono riuscite nel criminale e cinico intento di sottrarre al bambino Bruno Caorso l'ultima meraviglia e vanto della Italica ricerca scientifica: l'automa prototipo C.O.B. (Carlone l'Orso Burlone). L'imberbe infernale Caorso aveva scambiato il raffinato automa Carlone per un simpatico peluche e solo con esso si addormentava sereno. E proprio durante il suo profondo sonno bambino è avvenuto il facile ratto. Dove sarà nascosto Carlone? A che tipo di torture lo staranno sottoponendo? E' tempo di agire!
Ma ecco che un attimo prima di prendere la via dell'ignoto, Fecchia, fine conoscitore della pittura primitiva, nota sui muri del quartier generale un simbolismo arcaico non nuovo all'occhio dello studioso preparato.

Senza indecisione alcuna, sentenzia: periodo proto-neanderthaliano. Postura semi-eretta!
Molto eretta! - chiosa con sulfurea ironia il bambino Caorso.
E si prende un altro sacrosanto sganassone.
Ma dove sarà Carlone l'Orso Burlone? E i nostri eroi riusciranno a ritrovare il raffinato automa tenerone? Ed è vero che le donne quando dicono no è sì? E il caffè bisogna berlo amaro? E le doppie punte sono un problema risolvibile? Questo e tanto altro ancora nella terza ed ultima vigorosa puntata di "O Lille o Morte!".
Momento di maschia commozione.
Finita.
Ma ecco che il bambino Bruno Caorso conduce con cipiglio risoluto gli Eroi verso il suo poderoso automezzo. Nel baule gli oggetti che contraddistinguono l'Uomo che sa vivere: una coperta, due bidoni di fertilizzante, una scarpa da ginnastica - la destra! - e mezzo panino secco. Alla guida il bambino Caorso è rapido e sportivetto e ad ogni sorpasso, il pestifero infante, apostrofa il sorpassato con amichevoli frasi idiomatiche quali: tua sorella suona il piano e lui la tromba. Fecchia ride alle garbate facezie. Barbagli resta cupo: il nemico potrebbe essere ovunque.
Solo giunti al quartier generale Barbagli si rilassa. Il luogo è sicuro e inattaccabile. I tre bronzi di Riace suggellano lo scampato pericolo urbano con un nerissimo caffè sorbito in impeccabile posa marziale, come a dire: mi riposo ma con vigore!

Ma si sa, il nero caffè, per l'Uomo di polso italico, chiama una sola cosa: il più classico, antico e praticato sport della romana penisola. Il Gioco del Maschio Dardo Acuminato.
La sfida è serrata ma non c'è storia: Barbagli con fanatismo futurista dà spettacolo. Senza fallo - nel senso che non sbaglia, perbacco! - propone in sequenza le migliori posizioni di questo ardito e faticoso sport:
- Posizione 39: la Retroversa, anche detta del Granchio barbuto;

- Posizione 51: la Comoda, anche detta del Gufo che ti guarda e non ti dice nulla;

- Posizione 78: la Napoletana, anche detta del Cobra a palloncino;

- Posizione 94: la Vaporella, anche detta del Gecko molesto;

Tutti centri pieni e gagliardi! Bene! Bravo Barbagli!

Fecchia sbotta sincero: che talento!
Il bambino Caorso di rimando: che culo!
E si prende un sacrosanto sganassone.
Ma cosa distingue l'Uomo dall'ometto? La 'U' maiuscola ed 'etto'? Giammai! E' l'inattaccabile senso del dovere. I Nostri sono qui per una missione e la missione porteranno a termine, costi quel che costi. E quale compito è stato assegnato da Roma agli Indomiti Nostri Unici e Soli? Forze rosse hanno tramato nell'ombra e sono riuscite nel criminale e cinico intento di sottrarre al bambino Bruno Caorso l'ultima meraviglia e vanto della Italica ricerca scientifica: l'automa prototipo C.O.B. (Carlone l'Orso Burlone). L'imberbe infernale Caorso aveva scambiato il raffinato automa Carlone per un simpatico peluche e solo con esso si addormentava sereno. E proprio durante il suo profondo sonno bambino è avvenuto il facile ratto. Dove sarà nascosto Carlone? A che tipo di torture lo staranno sottoponendo? E' tempo di agire!
Ma ecco che un attimo prima di prendere la via dell'ignoto, Fecchia, fine conoscitore della pittura primitiva, nota sui muri del quartier generale un simbolismo arcaico non nuovo all'occhio dello studioso preparato.

Senza indecisione alcuna, sentenzia: periodo proto-neanderthaliano. Postura semi-eretta!
Molto eretta! - chiosa con sulfurea ironia il bambino Caorso.
E si prende un altro sacrosanto sganassone.
Ma dove sarà Carlone l'Orso Burlone? E i nostri eroi riusciranno a ritrovare il raffinato automa tenerone? Ed è vero che le donne quando dicono no è sì? E il caffè bisogna berlo amaro? E le doppie punte sono un problema risolvibile? Questo e tanto altro ancora nella terza ed ultima vigorosa puntata di "O Lille o Morte!".
venerdì 31 agosto 2007
giovedì 2 agosto 2007
Holiday Celebrate

Ok, ci siamo.
Vacanza.
Giorno sacro = holy day.
Vacans = esser vacuo, libero.
Ho voglia di non lavorare per un po'.
Di non guardare le cose dai monitor.
Di mangiare e sentire che sto mangiando.
Di svegliarmi perché non ho più sonno.
Di decidere all'ultimo momento e poi cambiare idea.
Di non sapere come andrà a finire.
Di lasciar perdere.
Di lasciarmi in pace.
Per un po'.
Enjoy the silence (and Life).
Buone vacanze da Otty, Ottavio e me.
sabato 21 luglio 2007
"O Lille o Morte!" - Prima Parte
I Protagonisti
Fieri e gagliardi, i migliori frutti di questa nostra orgogliosa Italia, Barbagli e Fecchia accettano con sublime coraggio l'ardua missione loro dall'Alto affidata. Con spirito indomito e pronto alla pugna partono senza 'se' e senza 'ma' per la terra d'Oltre Alpe. 'Obbedisco!' la loro parola prima. "Perire giammai!" la seconda.
Nel tripudio tricromatico dell'operoso popolo bergamasco che festante saluta la dipartita degli Eroi, Barbagli e Fecchia subiscono il primo scandaloso affronto: il bimotore alato che la memoria tosto fa correre all'impresa dannunziana ed ormai pronto al decollo, è rosso!

Feriti nel cuore ma non nell'impavida risolutezza - giammai! - Barbagli e Fecchia imbarcano i loro granitici corpi sull'aeromobile pluto-marxista-sodomita. Ed ecco il secondo imperdonabile affronto: il sedicente capitanuccio Giorgetti, uomo di dubbie capacità amatorie, relega i nostri prodi ove è assente l'opercolo verso l'infinito!

Come nutrir la poesia che alberga nei cuori dei due virgulti? Come rimarginar la ferita di un coraggioso viaggio senza nubi aver rimirato? In Barbagli e Fecchia monta irrefrenabile la voglia di evirare il rosso ed efèbo Giorgetti.

Ma a qual fine consumar cotanta energia se il viaggio ancor non è cominciato? La saggezza e la calma del Giusto risiedono nella mente dei Nostri e Fecchia, genuino e mai domo, sbotta con un orgoglioso: "Me ne frego!". Senza perdersi d'animo - giammai! - Barbagli e Fecchia occupano il tempo in allegre ed italiche facezie che immuni rende loro dal vigliacco boicottaggio bolscevico.
Ma ecco l'arrivo a Lille. Barbagli, forte e gentile, indossa, in onore del popolo ospitante, il caratteristico copricapo che caratterizza da secoli le genti d'Oltre Alpe.

Sulla scaletta dell'aeromobile pluto-marxista-sodomita è il tripudio. La folla lo osanna e lo acclama - "Barbagli Président!" - e lui, salutante, non si nega.
Dopo le foto e gli autografi di rito, l'incontro con il terzo prode del gruppo: il bambino Bruno Caorso. Caorso ha 43 anni e risiede col maschio ardore che la femmina non disdegna in quel di Lille. Emulo di Chuck Norris, ama mangiare la pizza con le mani e, talvolta, anche con i capperi (di suo cugino). Appena visionato il copricapo di Barbagli non attende attimo per esprimere tutta la sua approvazione.

"Scelta perfetta nelle tinte come pure nel modello. Un vero francese tu appari, mon ami!" le sue fedeli e toccanti parole.
Poi, rivolto a Fecchia chiede ove Barbagli possa aver mai acquistato un così elegante e tradizionale copricapo e Fecchia con decisione cristallina e senza ombra d'imbarazzo risponde: "Da Acca ed Emme, perbacco! Il negozio più maschio ed italiano della romana penisola, ove anch'io rifornisco me medesimo con gusto ed eleganza".

Ed il ricordo di Fecchia vola al giorno in cui, con lo stile asciutto dell'uomo che non pensa ma agisce, arringò le masse di Nepezzano nel corso della tavola rotonda "L'arrosticino abruzzese: archetipo del prèt-à-porter". Eccone testimonianza d'archivio mentre si concede fiero ed impeccabile alla stampa .

Ma cosa attende i nostri eroi in terra straniera? Quali insidie dovranno affrontare? E con quali prove si dovranno misurare? Tutto questo e molto altro ancora nella prossima potente puntata di "O Lille o Morte!"
mercoledì 18 luglio 2007
Katherine's chunk #1
...Scrivetemi ancora;
quando non siate troppo di cattivo umore
e non tutto vi sembri impostura.
Per oggi: addio!
Con tutto il mio amore
rigorosamente relativo.
(Katherine Mansfield, Diario. Dall'Oglio)
quando non siate troppo di cattivo umore
e non tutto vi sembri impostura.
Per oggi: addio!
Con tutto il mio amore
rigorosamente relativo.
(Katherine Mansfield, Diario. Dall'Oglio)
lunedì 16 luglio 2007
So 80's
Cyndi Lauper(Photo by Unnforgettable)
L'altro giorno ho fatto vedere su YouTube il video di Time after Time a Fede: Cyndi Lauper vive in una roulotte col suo uomo che porta sempre un cappello e sente il bisogno di cambiare aria. Una sera in un bar si presenta a lui con una raccapricciante capigliatura a scacchi e ci resta male perché lui - giustamente - non le dice che è una strafiga. Lei scappa e ripensa com'era bello starsene da mammà che, ovviamente, è povera e per sopravvivere scopa sempre con mestizia, nel senso che fa le pulizie con una faccia da funerale. Cyndi belli-capelli comunica il suo malessere esistenziale al maschio col cappello e lui l'aiuta a fare la valigia (ecco, io qui piangevo). Cyndi e lui alla stazione, si amano ma si devono lasciare (?!), arriva il treno, lui ci resta di merda, lei fa il segno della 'T' con le mani, la musica sfuma e tanti saluti. Fede non la smetteva più di ridere e io ho pensato che il video effettivamente facesse un po' cagare. Però è difficile da spiegare. La musica a volte non è bella in sè ma è bella perché ti fa ricordare cose belle e, alla fine, ti ci affezioni. Scenografia surreale del sentire. E' proprio come le piastrelle della cucina di mia nonna.
lunedì 9 luglio 2007
Depeche Mode's chunk #1
Precious and fragile things
Need special handling
My God what have we done to You?
We always try to share
The tenderest of care
Now look what we have put You through...
Things get damaged
Things get broken
I thought we'd manage
But words left unspoken
Left us so brittle
There was so little left to give
(Depeche Mode, Precious, Mute 2005 )
Need special handling
My God what have we done to You?
We always try to share
The tenderest of care
Now look what we have put You through...
Things get damaged
Things get broken
I thought we'd manage
But words left unspoken
Left us so brittle
There was so little left to give
(Depeche Mode, Precious, Mute 2005 )
giovedì 28 giugno 2007
Precious
Se ripeti una cosa alcune volte diventa credibile.
Se la ripeti tante volte diventa vera.
Sei adulto. Sei una persona con delle responsabilità. Hai una moglie. Hai un marito. Hai dei figli. Hai una casa. Hai un lavoro. Hai una lavatrice. Domani comprerai un'aspirapolvere. Il fine settimana si pulisce la casa. Il nome sul citofono. Il nome sulla cassetta della posta. Il nome sulla porta. Il nome sulle buste.
Se una cosa la ripeti tante volte diventa vera.
E' così per tutti, perché non dovrebbe esserlo anche per te? Non cambiare niente. Non toccare niente. Lascia tutto così com'è.
Quando eri piccolo eri felice.
Adesso però sei grande. Non ti preoccupare. Succede a tutti quindi è normale.
Se lo ripeti tante volte diventa vero.
Se lo ripeti tante volte diventa vero.
Ma hai un nemico. E questo è davvero pericoloso.
Un giorno succede qualcosa. L'imprevisto. La cosa che non doveva succedere.
E di colpo lo vedi.
Abita in mezzo al petto. Ed è sempre stato lì.
Quando eri piccolo eri felice. Quando eri piccolo lo sentivi.
Adesso sei grande e insegni anche tu come morire prima di morire.
Non essere affettuoso perché è ridicolo.
Non innamorarti troppo perché soffrirai.
Non cambiare nulla perché è pericoloso.
Non fare ciò che ti piace perché ci sono cose più importanti.
Il tempo passa. Le cose che non hai fatto. Le cose che non hai detto.
Lui però è ancora lì. In mezzo al petto.
E quel giorno lo hai sentito di nuovo.
Tu non sei andato via.
Hai solo scelto la strada più lunga per tornare a casa.
Se la ripeti tante volte diventa vera.
Sei adulto. Sei una persona con delle responsabilità. Hai una moglie. Hai un marito. Hai dei figli. Hai una casa. Hai un lavoro. Hai una lavatrice. Domani comprerai un'aspirapolvere. Il fine settimana si pulisce la casa. Il nome sul citofono. Il nome sulla cassetta della posta. Il nome sulla porta. Il nome sulle buste.
Se una cosa la ripeti tante volte diventa vera.
E' così per tutti, perché non dovrebbe esserlo anche per te? Non cambiare niente. Non toccare niente. Lascia tutto così com'è.
Quando eri piccolo eri felice.
Adesso però sei grande. Non ti preoccupare. Succede a tutti quindi è normale.
Se lo ripeti tante volte diventa vero.
Se lo ripeti tante volte diventa vero.
Ma hai un nemico. E questo è davvero pericoloso.
Un giorno succede qualcosa. L'imprevisto. La cosa che non doveva succedere.
E di colpo lo vedi.
Abita in mezzo al petto. Ed è sempre stato lì.
Quando eri piccolo eri felice. Quando eri piccolo lo sentivi.
Adesso sei grande e insegni anche tu come morire prima di morire.
Non essere affettuoso perché è ridicolo.
Non innamorarti troppo perché soffrirai.
Non cambiare nulla perché è pericoloso.
Non fare ciò che ti piace perché ci sono cose più importanti.
Il tempo passa. Le cose che non hai fatto. Le cose che non hai detto.
Lui però è ancora lì. In mezzo al petto.
E quel giorno lo hai sentito di nuovo.
Tu non sei andato via.
Hai solo scelto la strada più lunga per tornare a casa.
domenica 24 giugno 2007
Sesso, bugie e bottoni
L'altro giorno ero in metropolitana e stavo ascoltando i discorsi di due ragazze sedute dietro di me. Una raccontava all'altra una storia già sentita mille volte: il fidanzato va a letto con un'altra e lei lo viene a sapere. Che fare? Le brillanti opzioni sul tavolo erano 3:
1. Gli stacco i maroni mentre dorme
2. Non gliela dò per un mese
3. Lo perdono
Si accordarono per un mix della seconda e la terza: il mondo non ha perduto due testicoli e non ha guadagnato una carcerata. Confortante.
Fin qui tutto abbastanza scontato. Interessanti però erano le ragioni del perdono: era ad una festa, aveva bevuto, ha perso i freni inibitori, lei era una gran zoccola. Tutto sommato lui ne esce scagionato perché, infondo infondo, lui non era proprio lui, era un lui così così, un po' lui e un po' boh.
Ne vogliamo parlare un attimo? Parliamone.
Nel mio armadio ci sono 25 camicie. La media di bottoni per camicia (escludendo quelli del colletto) è circa 9. A questi bisogna aggiungere i bottoni dei pantaloni, eventualmente la zip e, spesso, la cintura. Infine, ci sono le scarpe che spesso hanno le stringhe. Per le donne vale un discorso analogo, al quale però bisogna sommare trappole micidiali quali gancetti del reggiseno, fermagli per capelli e collant. Insomma, per arrivare nudi alla meta bisogna passare attraverso un rito di spogliazione che, se fatto in modo incrociato (lui spoglia lei e lei spoglia lui), può generare configurazioni siamesi indivisibili e richiedere l'intervento dei pompieri. Ora, tralasciando i casi in cui i vestiti vengono strappati con vigorosa passione (poi però il novello Hulk dev'essere estremamente credibile nello spiegare alla cornificata che gli succede solo quando si arrabbia), l'abbigliamento migliore per il tradimento è il saio. Certo però che presentarsi da una tipa vestito da frate potrebbe non risultare attraente. E' curioso notare come si è passati dalla cintura di castità localizzata al bottone di castità diffuso. Ma non divaghiamo: la tesi di questo post è che la storiella del 'lui non era in lui' è sempre in voga ma poco credibile. Chi riesce da quasi lui a completare indenne il lungo rito dello slacciamento, sganciamento e sfilamento non è poi così fuori di sè. Diciamo più semplicemente che in quel momento gli va di fare quello che sta facendo. Detto questo, se fossi nei panni di una donna tradita, non opterei per l'ipotesi 'staccamento dei maroni'. Una lunga, intensa e reiterata pressione del ginocchio sulle gonadi però...
1. Gli stacco i maroni mentre dorme
2. Non gliela dò per un mese
3. Lo perdono
Si accordarono per un mix della seconda e la terza: il mondo non ha perduto due testicoli e non ha guadagnato una carcerata. Confortante.
Fin qui tutto abbastanza scontato. Interessanti però erano le ragioni del perdono: era ad una festa, aveva bevuto, ha perso i freni inibitori, lei era una gran zoccola. Tutto sommato lui ne esce scagionato perché, infondo infondo, lui non era proprio lui, era un lui così così, un po' lui e un po' boh.
Ne vogliamo parlare un attimo? Parliamone.
Nel mio armadio ci sono 25 camicie. La media di bottoni per camicia (escludendo quelli del colletto) è circa 9. A questi bisogna aggiungere i bottoni dei pantaloni, eventualmente la zip e, spesso, la cintura. Infine, ci sono le scarpe che spesso hanno le stringhe. Per le donne vale un discorso analogo, al quale però bisogna sommare trappole micidiali quali gancetti del reggiseno, fermagli per capelli e collant. Insomma, per arrivare nudi alla meta bisogna passare attraverso un rito di spogliazione che, se fatto in modo incrociato (lui spoglia lei e lei spoglia lui), può generare configurazioni siamesi indivisibili e richiedere l'intervento dei pompieri. Ora, tralasciando i casi in cui i vestiti vengono strappati con vigorosa passione (poi però il novello Hulk dev'essere estremamente credibile nello spiegare alla cornificata che gli succede solo quando si arrabbia), l'abbigliamento migliore per il tradimento è il saio. Certo però che presentarsi da una tipa vestito da frate potrebbe non risultare attraente. E' curioso notare come si è passati dalla cintura di castità localizzata al bottone di castità diffuso. Ma non divaghiamo: la tesi di questo post è che la storiella del 'lui non era in lui' è sempre in voga ma poco credibile. Chi riesce da quasi lui a completare indenne il lungo rito dello slacciamento, sganciamento e sfilamento non è poi così fuori di sè. Diciamo più semplicemente che in quel momento gli va di fare quello che sta facendo. Detto questo, se fossi nei panni di una donna tradita, non opterei per l'ipotesi 'staccamento dei maroni'. Una lunga, intensa e reiterata pressione del ginocchio sulle gonadi però...
mercoledì 20 giugno 2007
Franco's chunk #1
Nelle metro giapponesi, oggi
macchine d'Ossigeno.
Più diventa tutto inutile
e più credi che sia vero
e il giorno delle Fine
non ti servirà l'Inglese.
...E sulle biciclette verso casa
la Vita ci sfiorò.
(Franco Battiato, Il Re del Mondo, EMI 1979)
macchine d'Ossigeno.
Più diventa tutto inutile
e più credi che sia vero
e il giorno delle Fine
non ti servirà l'Inglese.
...E sulle biciclette verso casa
la Vita ci sfiorò.
(Franco Battiato, Il Re del Mondo, EMI 1979)
mercoledì 13 giugno 2007
Quello che le donne odiano degli uomini
Qualche giorno fa mi è venuta voglia di sapere cosa le donne non sopportano degli uomini. Al quesito diretto, il pattern di risposta femminile è più o meno il seguente:
- Fase 1: innesco del modo restoschisciachemalenonfa. Generazione di frasi topiche quali mah non saprei..., ci dovrei pensare..., così su due piedi non mi viene niente...
- Fase 2: prime avvisaglie di tempesta imminente. Lo sguardo da schivo si fa fiero. Dopo un blando antipasto di difettucci maschili all'acqua di rose si passa ai piatti forti. Fanno capolino locuzioni del tipo aaah poi questa è veramente odiosa..., se c'è una cosa che non sopporto..., aspetta aspetta aspetta questa te la devo dire perché fa proprio schifo... Tu, rappresentante del sesso opposto, cominci, piano piano ma inesorabilmente, a sentirti una merda.
- Fase 3: gli argini si sono rotti. Il monologo tracima travolgendo l'intero universo maschile. Anatomia, fisiologia, estetica, comportamento, psicologia: nulla sfugge all'ira funesta. Per farle smettere bisogna sedarle.
Il risultato di tutto ciò è una bella lista di nefandezze. Ovviamente non è esaustiva e nemmeno condivisa da tutte in tutte le sue parti, però ha il pregio di essere stata stilata solo ed esclusivamente da donne e quindi qualcosa vorrà pur significare. Io difenderei volentieri la categoria a cui appartengo ma non lo farò perché molti punti hanno come unico difetto il fatto di essere veri, quindi c'è poco da difendere. La lista - a parte l'eliminazione delle ridondanze e la sintesi di qualche concetto - è trascritta così com'è, nuda e cruda. A proposito: sapete qual è il difetto più ricorrente riscontrato nell'uomo? Sua madre.
Grazie a tutte per la sentita collaborazione.
Quello che le donne odiano degli uomini:
- Il non ascoltare
- Il non rispondere alle domande
- Il marsupio
- Il far finta di aiutare generando solo confusione
- Il lasciare il lavoro a metà nelle faccende domestiche
- La mutanda al posto del boxer (non parliamo poi di quella con l'apertura davanti)
- La canotta sotto la camicia e la canotta in generale (esclusi i modelli)
- La camicia slacciata troppo (diciamo dal terzo bottone in giù)
- I calzini corti
- Il non tirare giù/su la tavoletta del water
- Il parlare solo di sport
- La ciabatta
- Lo sbraco dopo qualche anno (rutto incontrollato e altri gas)
- L'ipersensibilità a gravi patologie quali il raffreddore
- Il chiedere alla mamma e l'essere mammoni in generale
- Le ossessioni erotiche tipiche: il rapporto anale, il rapporto orale, l'orgia con più donne e le lesbiche (sempre strafighe, ovviamente)
- Il non sapere dove sono in casa le cose di uso comune
- Il fare solo la 'scrollatina' anzichè usare la carta igienica
- Il ritenere gli amici maschi della fidanzata sempre cretini
- Il non chiedere mai informazioni quando non sanno la strada
- Il mettere tutti i loro oggetti nella borsa di lei
- Il non ricordarsi gli appuntamenti
- Il semplificare le cose
- Il voler avere sempre ragione
- Il negare l'evidenza
- L'essere disordinati e poco organizzati
- L'essere maschilisti
- L'essere arroganti
- L'essere egocentrici
- L'essere narcisi
- Il dimenticarsi le cose che contano
- L'avere difficoltà con gli elettrodomestici
- Il non centrare il water
- Il guardare sempre e solo il culo e le tette delle donne (ma mai quelli della fidanzata/moglie)
- L'essere premurosi con le donne altrui
- Il portare i fantasmini/le pedaline e toglierseli per ultimi durante
la svestizione
- Il non chiedere per paura di sapere
- Il guidare come se avessero il fuoco sotto al culo
- Il considerare la scelta di un regalo piu' complicata del lancio dello shuttle (e se falliscono ci rimangono anche male)
- Il pensare che loro non sono lenti ma è lei che è schizzata/isterica
- Il non dire mai TUTTA la verità (a volte neanche mezza)
- Il non poter vivere senza almeno una donna (1 <= almeno < infinito)
- Il ragionare quasi SEMPRE con l'attributo
- Fase 1: innesco del modo restoschisciachemalenonfa. Generazione di frasi topiche quali mah non saprei..., ci dovrei pensare..., così su due piedi non mi viene niente...
- Fase 2: prime avvisaglie di tempesta imminente. Lo sguardo da schivo si fa fiero. Dopo un blando antipasto di difettucci maschili all'acqua di rose si passa ai piatti forti. Fanno capolino locuzioni del tipo aaah poi questa è veramente odiosa..., se c'è una cosa che non sopporto..., aspetta aspetta aspetta questa te la devo dire perché fa proprio schifo... Tu, rappresentante del sesso opposto, cominci, piano piano ma inesorabilmente, a sentirti una merda.
- Fase 3: gli argini si sono rotti. Il monologo tracima travolgendo l'intero universo maschile. Anatomia, fisiologia, estetica, comportamento, psicologia: nulla sfugge all'ira funesta. Per farle smettere bisogna sedarle.
Il risultato di tutto ciò è una bella lista di nefandezze. Ovviamente non è esaustiva e nemmeno condivisa da tutte in tutte le sue parti, però ha il pregio di essere stata stilata solo ed esclusivamente da donne e quindi qualcosa vorrà pur significare. Io difenderei volentieri la categoria a cui appartengo ma non lo farò perché molti punti hanno come unico difetto il fatto di essere veri, quindi c'è poco da difendere. La lista - a parte l'eliminazione delle ridondanze e la sintesi di qualche concetto - è trascritta così com'è, nuda e cruda. A proposito: sapete qual è il difetto più ricorrente riscontrato nell'uomo? Sua madre.
Grazie a tutte per la sentita collaborazione.
Quello che le donne odiano degli uomini:
- Il non ascoltare
- Il non rispondere alle domande
- Il marsupio
- Il far finta di aiutare generando solo confusione
- Il lasciare il lavoro a metà nelle faccende domestiche
- La mutanda al posto del boxer (non parliamo poi di quella con l'apertura davanti)
- La canotta sotto la camicia e la canotta in generale (esclusi i modelli)
- La camicia slacciata troppo (diciamo dal terzo bottone in giù)
- I calzini corti
- Il non tirare giù/su la tavoletta del water
- Il parlare solo di sport
- La ciabatta
- Lo sbraco dopo qualche anno (rutto incontrollato e altri gas)
- L'ipersensibilità a gravi patologie quali il raffreddore
- Il chiedere alla mamma e l'essere mammoni in generale
- Le ossessioni erotiche tipiche: il rapporto anale, il rapporto orale, l'orgia con più donne e le lesbiche (sempre strafighe, ovviamente)
- Il non sapere dove sono in casa le cose di uso comune
- Il fare solo la 'scrollatina' anzichè usare la carta igienica
- Il ritenere gli amici maschi della fidanzata sempre cretini
- Il non chiedere mai informazioni quando non sanno la strada
- Il mettere tutti i loro oggetti nella borsa di lei
- Il non ricordarsi gli appuntamenti
- Il semplificare le cose
- Il voler avere sempre ragione
- Il negare l'evidenza
- L'essere disordinati e poco organizzati
- L'essere maschilisti
- L'essere arroganti
- L'essere egocentrici
- L'essere narcisi
- Il dimenticarsi le cose che contano
- L'avere difficoltà con gli elettrodomestici
- Il non centrare il water
- Il guardare sempre e solo il culo e le tette delle donne (ma mai quelli della fidanzata/moglie)
- L'essere premurosi con le donne altrui
- Il portare i fantasmini/le pedaline e toglierseli per ultimi durante
la svestizione
- Il non chiedere per paura di sapere
- Il guidare come se avessero il fuoco sotto al culo
- Il considerare la scelta di un regalo piu' complicata del lancio dello shuttle (e se falliscono ci rimangono anche male)
- Il pensare che loro non sono lenti ma è lei che è schizzata/isterica
- Il non dire mai TUTTA la verità (a volte neanche mezza)
- Il non poter vivere senza almeno una donna (1 <= almeno < infinito)
- Il ragionare quasi SEMPRE con l'attributo
domenica 10 giugno 2007
Guida pratica per diventare vecchi
1. Frequenta solo persone che sai già cosa pensano prima ancora che parlino2. Fai sempre la stessa strada, mangia le stesse cose e conserva le tue abitudini
3. Guarda tanta televisione
4. Pensa ad una cosa che ti renderebbe felice e non farla
5. Non sorprendere mai nessuno, soprattutto chi ami
6. Pensa che lo puoi fare domani
7. Usa spesso la parola oramai
8. Pensa che non è colpa tua
9. Vedi la routine come l'inevitabile destino delle cose
10. Smetti di festeggiare il tuo compleanno
11. Pensa che chi ride molto è una persona poco seria
12. Impedisci a te stesso - ma soprattutto agli altri - di fare una sana cazzata
13. Continua a scambiare la tua noia per serenità
14. Non affrontare le crisi
15. Smetti di amare follemente ciò che ami
16. Pensa che nessuno ti abbandonerà mai
17. Non pensare che di vita hai solo questa
giovedì 7 giugno 2007
Chuck's chunk #1
Il meccanico grida nel vento: "Tu non sei il tuo nome".
Una scimmia spaziale di quelle che sono sedute dietro gli fa contrappunto: "Tu non sei i tuoi problemi".
Il meccanico grida:"Non sei i tuoi problemi".
Una scimmia spaziale urla: "Tu non sei la tua età".
Il meccanico grida: "Non sei la tua età".
(Chuck Palahniuk, Fight Club. Traduzione Tullio Dobner, Mondadori)
Una scimmia spaziale di quelle che sono sedute dietro gli fa contrappunto: "Tu non sei i tuoi problemi".
Il meccanico grida:"Non sei i tuoi problemi".
Una scimmia spaziale urla: "Tu non sei la tua età".
Il meccanico grida: "Non sei la tua età".
(Chuck Palahniuk, Fight Club. Traduzione Tullio Dobner, Mondadori)
giovedì 31 maggio 2007
Anti-mucca

Le mucche mi sono antipatiche, non so che farci. La loro immagine di mansueti e placidi mammiferi brucanti è la rappresentazione esatta di animali prossimi all'inettitudine totale. Le hanno dipinte in tutte le maniere, coi fiori in testa, con la tinozza di legno sotto le mammelle, con le ciglia lunghe e gli occhi dolci, sorridenti su scatole di formaggini, pezzate di viola in qualche cantone svizzero. E loro che fanno? Niente. Mai uno scatto di orgoglio o un segnale di stizza. Mai una sana e bovina ribellione. Questi esoftalmici parallelepipedi di carne, cattedrali semoventi su tappeto erboso hanno anche le zampe corte. Ogni tanto provano a correre e poi si fermano subito perchè - giustamente - se ne vergognano. Che poi ho visto mucche del Senegal e mica hanno le zampe così corte, sono molto più dignitose. Certo, quelle del Senegal se ne stavano sulla spiaggia e ti domandi: ma c'è un posto più inutile di una spiaggia per una mucca? Non c'è erba da brucare e non fanno neanche il bagno. E che ci stanno a fare sulla spiaggia 'ste intronate?! Bah, non le capirò mai. Poi, se fai un rumore ti guardano, se ti avvicini ti guardano, se le guardi ti guardano: ma che ti guardi? A parte che secondo me la mucca ci fa ma non ci è perché quando la osservi sta sempre lì a studiare il metro quadro d'erba che ha sotto quella bifora di naso che si ritrova, ma se appena appena ti distrai... tràc, non è più dov'era prima! Perchè ti muovi solo quando mi giro, infida giovenca? E' evidente che questi bestioni dallo stomaco barocco, rompicapo da esame di anatomia comparata, sanno quello che fanno e fanno quello che vogliono. Stereotipo di vaccina stoltezza, sacre in alcuni paesi e celebrate da Antonella Clerici, le mucche nascondono qualcosa. Ma probabilmente non se lo ricordano.
martedì 8 maggio 2007
36
Ho sempre pensato - o almeno così mi hanno fatto credere - che l'età fosse in qualche modo legata a dei cambiamenti interiori profondi. Se però ripenso a quando avevo 16 anni non è che noti cambiamenti così sconvolgenti. Alla fine sono sempre io: amo fare le stesse cose e mi danno fastidio le stesse cose. Continuo ad ascoltare tanta musica e leggere libri. Continuo ad amare la cucina, i vini e il cioccolato. Continuo ad odiare mucche e cachi. Certo, ho solo un po' più di esperienza ma il nucleo di Ottavio è sempre quello.
Alcune cose però le ho imparate:
1. Non devi avere paura del tuo cuore. Mai.
2. Essere sinceri è dura ma ti fa sentire meglio.
3. Se parli quando hai un problema hai buone possibilità di risolverlo.
4. Gli amici sono l'unica via di fuga quando la situazione è disperata.
5. Prima di fare ciò che ti piace devi capire cosa ti piace.
6. Fare shopping è divertente.
Ecco, questo ho imparato in 36 anni. Di questo passo, a 72 avrò capito che bere tanta acqua fa bene all'organismo. Meglio tardi che mai. Buon compleanno ad otty, ad Ottavio e a me. Tutto sommato andiamo abbastanza d'accordo.
Alcune cose però le ho imparate:
1. Non devi avere paura del tuo cuore. Mai.
2. Essere sinceri è dura ma ti fa sentire meglio.
3. Se parli quando hai un problema hai buone possibilità di risolverlo.
4. Gli amici sono l'unica via di fuga quando la situazione è disperata.
5. Prima di fare ciò che ti piace devi capire cosa ti piace.
6. Fare shopping è divertente.
Ecco, questo ho imparato in 36 anni. Di questo passo, a 72 avrò capito che bere tanta acqua fa bene all'organismo. Meglio tardi che mai. Buon compleanno ad otty, ad Ottavio e a me. Tutto sommato andiamo abbastanza d'accordo.
mercoledì 2 maggio 2007
La stanchezza
Sono stanchissimo. Fisicamente a pezzi. Ogni cosa richiede impegno: dal lavoro ai rapporti con le persone. Provi ad essere quello che non sei con alcuni e ci riesci. Cerchi di essere quello che sei con altri e non ci riesci. Gli effetti sono sempre imprevedibili. Però, la stanchezza serve sempre a qualcosa. Se ti stanchi vuol dire che da qualche parte stai andando e se ti muovi, prima o poi, la strada giusta la trovi. Ok, a nanna. Buonanotte.
martedì 1 maggio 2007
Dedicato
Oggi è il primo maggio e io sono a casa. Non mi sto propriamente riposando ma non sto nemmeno lavorando.
Tutto sembra più lento. Io più del solito.
Però in un giorno di riposo come questo c'è anche chi sta lavorando.
C'è chi lo fa perchè lo deve fare per contratto.
C'è chi lo fa perché non ha un contratto.
Ma c'è anche chi lo fa per "scelta consapevole".
E' poco, lo so, ma a queste persone è dedicato il post di oggi.
E, se ci riuscite, non stancatevi troppo.
Tutto sembra più lento. Io più del solito.
Però in un giorno di riposo come questo c'è anche chi sta lavorando.
C'è chi lo fa perchè lo deve fare per contratto.
C'è chi lo fa perché non ha un contratto.
Ma c'è anche chi lo fa per "scelta consapevole".
E' poco, lo so, ma a queste persone è dedicato il post di oggi.
E, se ci riuscite, non stancatevi troppo.
domenica 29 aprile 2007
Linus
Molto prima che fosse coniato il termine VeeJay. Molto prima che piazza Duomo a Milano diventasse uno studio televisivo. Molto prima di vari "A Night With" e "Music Awards"... Insomma, molto prima c'era lui: Linus. Io tornavo da scuola, mangiavo e mi fiondavo in poltrona a vedere DJ Television. A parte un tanto delicato quanto candido interesse per la nippo-americana Kay Rush (ehm...), la mia attenzione cadeva poi su Linus: toni pacati, maglietta nera, occhi azzurri e naso enorme. Mi piaceva come presentava i video. Pet Shop Boys, Sandy Marton, Spandau: aveva sempre l'aria di una persona misurata. Mai urlante, mai retorico, mai divo. Adesso lo vedo ancora in televisione perché riprendono "Dj Chiama Italia" radiofonico della mattina e lo trasmettono in tv la sera. Hilary Duff, Justin Timberlake, Avril Lavigne: lui ha ancora l'aria di una persona misurata. Non è diventato urlante, non è diventato retorico, non è diventato divo. E un po' mi fa piacere. Tutto qui.
PS:...certo che adesso al posto di Kay Rush c'ha vicino Nicola Savino!
PS:...certo che adesso al posto di Kay Rush c'ha vicino Nicola Savino!
sabato 28 aprile 2007
Il Signore degli Anelli
Per definizione un pregiudizio è un giudizio a priori, cioè non basato sull'esperienza ma sull'idea che si ha di qualcosa. Io ho sempre avuto un pregiudizio nei confronti delle mucche e dei libri di Tolkien. In realtà, un minimo di esperienza l'ho avuta (dei libri di Tolkien, non delle mucche): iniziai a leggere qualche anno fa "Lo Hobbit" ma a pagina 100 pensai che 13 nani, gente coi piedi pelosi e potenti maghi barbuti non fossero il mio genere. E da qui nacque il pregiudizio. Quando uscì al cinema la trilogia de "Il Signore degli Anelli" il mio raffinato pensiero fu "che palle". Grazie però alla critica cinematografica molto particolare di una mia amica mi è venuta la voglia di vedere il film. Dico subito che mi manca la terza parte quindi ho visto solo "La Compagnia dell'Anello" e "Le due Torri". Giudizio critico: una figata. Gagliardo ed attento come un segugio mi sono messo alla caccia di significati reconditi, fiutando implicazioni socio-politico-religiose, allegorie pre-no-global e post-industriali. Eh eh, riuscirò anch'io a dire qualcosa di clamorosamente intelligente sull'argomento garantendomi gloria e lodi per il resto dei miei anni, pensavo. Risultato: niente. Oh, non c'ho trovato niente! Finché, una notte mi è venuta in mente una possibile interpretazione: tutti i personaggi è come se avessero dentro di sè delle componenti malvagie e delle componenti buone. Un evento esterno le fa emergere. Se l'evento è negativo (l'anello, la sete di potere) emergono le componenti negative. Se l'evento è positivo (l'amicizia, il coraggio, la lealtà) emergono quelle positive. Ciò che distingue le persone però, e qui arriviamo al punto, non è tanto a quale evento vanno incontro (il destino) ma in che proporzione hanno dentro di sè componenti buone e cattive perché solo questo deciderà l'intensità di attrazione verso l'evento esterno. Tutto qua? Si, embè?! Oh, più di tanto non mi viene. Comunque il film è bello. I pregiudizi meno.
venerdì 27 aprile 2007
Slava
La sera del 11 novembre 1989 mi fermai davanti al televisore mentre al Tg1 stavano trasmettendo un servizio sulla caduta del muro di Berlino. Si vedeva un signore calvo e vestito di scuro che, seduto su una sedia, suonava un violoncello. La cosa che mi colpì di più al momento furono due piedi gialli di Topolino che facevano capolino dietro la sua spalla sinistra disegnati sul muro. Quel signore era Mstislav Rostropovich che pensò di festeggiare la caduta del muro nell'unico modo che conosceva: suonando Bach con il suo violoncello. La scena era surreale: un pezzo di muro di Berlino coperto di graffiti, un maestro del violoncello, persone tutte intorno che ascoltavano in silenzio. La vergogna, l'arte, l'uomo. Questa scena mi fece pensare ad una cosa di cui sono ancora convinto: le cose sottili e belle della natura umana si lasciano mangiare, calpestare e fare a pezzi dalla brutalità e dalla violenza ma non muoiono mai e alla fine ci sarà sempre qualcuno a ricordarci che siamo, in fondo, esseri delicati. Io non ho mai conosciuto il signor Rostropovich e non ho mai assistito ad un suo concerto ma quella sera, suonando da solo davanti ad un muro, mi insegnò qualcosa. Oggi, il signor Rostropovich se ne è andato.
mercoledì 25 aprile 2007
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