venerdì 24 febbraio 2012

Breve appunto autostradale

Mi piacerebbe sapere cosa passa nella mente di quegli idioti che in autostrada mettono sè stessi e, soprattutto, gli altri in condizioni di pericolo. Non è retorica, lo dico sul serio: mi piacerebbe capire cosa pensano quando sfrecciano oltre i limiti di velocità, quando ti sorpassano incazzati per guadagnare qualche metro e tornare in coda poco più avanti, quando ti mandano a quel paese perché hai commesso il grave torto di rispettare le regole. Dove correranno? Di che responsabilità si sentono investiti? Su quali destini del mondo saranno in grado di intervenire?
Io ho il sospetto che, tra le varie ragioni, vi sia una specie di fuga isterica dalla sensazione di essere un perdente. Come non approfittare della grande opportunità rappresentata dal casello con la coda più breve e per questo tagliare orizzontalmente tutta lo spazio stradale? O ancora, come lasciarsi sfuggire la possibilità di sfruttare i microspazi lasciati dalle auto in corsa e per questo zigzagare con traiettorie imprevedibili tra le corsie? Figo eh? Tutto fa brodo quindi per mostrare al mondo quanto siano in gamba questi assi del volante. Certo, magari non hanno tutto ciò che vogliono. Forse vivono in un perenne stato di rabbia, forse pensano che un giorno a forza di correre qualcosa cambierà e nel frattempo rischiano. Gli piacerebbe avere grandi responsabilità ma il mondo, questo mondo di mediocri lumache che si frappone tra loro ed il nulla, non li ha ancora capiti. E allora se lo inventano un ruolo, una sintomatica aggressività al volante che vorrebbe raccontare di posizioni di prestigio, di uffici operosi o di investimenti che non possono attendere. Non importa che sia vero, conta che lo sembri.
Eppure, provando un senso di totale indifferenza nei confronti di questi personaggi, talvolta mi domando come sia possibile che un essere umano dimostri tanta stupidità nel non considerare la potenza degli eventi infrequenti ma pur sempre possibili. Non basta essere abili piloti dai riflessi prontissimi se il mondo che ti circonda è governato dal vecchio e sempre caro caso. Per quanto mi riguarda, però, la cosa più fastidiosa non è avere a che fare con degli irresponsabili ma tentare di rispondere ogni volta a questa domanda: perché un deficiente ha il diritto di mettermi in pericolo?

giovedì 9 febbraio 2012

L'Era Glaciale

C'è sempre un aspetto divertente nelle cose. Come in un diabolico principio d'indeterminazione quanto più vuoi renderle gravi e drammatiche tanto più risulti ridicolo. I mezzi d'informazione, nel loro epico tentativo di rendere reale ciò che è già reale aggiungendo strati emozionali non necessari, riescono ad apparire estremamente comici. E allora ti vedi questi impavidi giornalisti fare le telecronache sotto la neve e - rigorosamente senza ombrello per dare un gusto più stoico a cotanto eroismo - collegarsi dall'ultimo e misterioso paesino dei monti abruzzesi come fossero al fronte sotto un bombardamento. Raccontano aneddoti da brivido ("Un imprenditore, sentiti dei rumori in cantina, vi ha trovato un cervo vivo!". Come tutti sanno, i rumori in cantina vengono prodotti generalmente da cervi deceduti), oppure di vita vissuta pericolosamente ("Ad un certo punto la nostra troupe si è dovuta fermare perché l'auto slittava nella neve e, come documentano le immagini, siamo stati costretti a spalare!". Mancava un "indomiti e fieri" e sarebbe stato perfetto per Fascisti su Marte). Fino ad intensi momenti di pura commozione ("I militari portano i pasti caldi agli anziani che commossi ringraziano" e dalle immagini si vede un signore che aprendo la porta e trovandosi davanti la telecamera resta fermo per circa tre minuti e poi la richiude).

Ma la vera chicca, la perla delle perle, il solitario che brilla di luce propria è il servizio di quel giornalista che, da un paese di cui lo stesso sindaco non è ancora convinto dell'esistenza, riesce a dire (NdA: attenzione che è roba forte, eh): "..ad un certo punto - come riportato da questo eccezionale documento - è piombato sulla strada un lupo che ha cercato di aggredire la nostra auto!" e dalle immagini si vede un lupetto che, mentre attraversa la strada, si volta e scopre d'improvviso che sta arrivando la macchina della poderosa squadra, si prende un accidente e scappa. Ma non è finita. Il neo-Stephen King aggiunge che mentre viaggiavano hanno visto - pensate! - un branco di lupi "aggredire un cervo e mangiarselo!". Ora, che i lupi non siano agnelli è riportato in diversi documenti anche molto antichi, che non pratichino il vegetarianesimo è scritto anche su Focus, ma di grazia mi chiedo, se un lupo avesse fame e si trovasse di fronte un bel quintale di carne cosa dovrebbe fare?

Ed, infine, eccoci arrivati all'apoteosi. Lei, la regina delle frasi ad effetto, quella che mette tutti d'accordo e riesce a fermare, in un attimo d'intensa coscienza, anche il più rumoroso ed efficiente risucchiatore di spaghetti serale: "Da questi cruenti eventi si evince come anche la natura si ribelli!". Ragioniamo un attimo: un lupo affamato che si mangia un cervo non è una cosa tanto strana, ma supponiamo che il lupo sia un Hare-Krishna, e per regolamento, non possa mangiarsi il cervo. Il lupo però, considerato che fa freddo, nevica, ha una fame boia e quel cervo gli sta pure antipatico perché gira voce nel bosco che sia un fetente, decide di mangiarselo lo stesso. La causa della sua fame è il clima che, fino a prova contraria, è un evento naturale, ergo: la natura (il lupo Hare-Krishna ed il cervo fetente) si ribella a sè stessa (l'evento climatico). Bah, non c'è più la natura di una volta... Grazie per questa indimenticabile pagina di cultura ed approfondimento.

lunedì 7 novembre 2011

Adieu, Gabry

Più che una crisi di governo sembra l'Epopea di Gilgamesh e l'Orlando Furioso mixati sapientemente con General Hospital. In un momento in cui un intero paese sta mostrando la sua parte più debole e reale, accumulata nei decenni da una cultura del navigare a vista senza programmazione né parsimonia, dall'informazione emerge che il premier si dimette ma forse no, che la maggioranza non c'è più ma forse no, ma soprattutto:

1. Che la Carlucci abbandona il suo partito perché "Gli voglio bene!"
2. Che Crosetto dice che è una "Testa di c#££o" perché "Gli voglio bene!" (..e due)
3. Che Berlusconi resta perché "Voglio guardare in faccia i traditori!" (..quanto ci scommettete che in aula diranno che gli votano contro perché "Ti vogliamo bene!")
4. Che La Russa sa parlare il tedesco

Direi che in un momento in cui si sta perdendo la fiducia proprio di coloro che dovrebbero acquistare il nostro debito pubblico, questo è il miglior modo per convincerli del tutto. Ed a ben pensarci non poteva che finire così.

Ma resterà l'ultimo fotogramma. Una lacrima sul viso di Gabry a suggellare l'amara decisione. Un soffio di vento porta via le foglie del viale, ancora uno sguardo tra la sciarpa ed i ricci biondi. E "Adieu Gabry, adieu". Grazie per questa emozione. Buio in sala e poi solo...

Pubblicità.

Ma cosa è diventato questo paese?

giovedì 27 ottobre 2011

Assuefazione ricorsiva

"Non è che gridiamo allo scandalo solo per salvarci la coscienza?". Su questo amletico dubbio, Aldo Grasso ci avverte oggi dal Corriere della Sera che forse - ma solo forse, eh - ci stiamo abituando al dolore. Timidamente, con una cravatta a righe orizzontali in accordo perfetto con il suo commento monotonale, solleva l'argomento a cui nessuno aveva mai pensato. E con la ricorsività che è propria della tv che parla di sè stessa, mentre ci rivela che il dolore è ormai palinsesto quotidiano, alla sua sinistra scorrono le immagini del linciaggio di Gheddafi e della morte in pista di Simoncelli. Complimenti.

L'effetto di riflessioni come questa è sempre lo stesso: un significativo "ha ragione". E poi si ritorna a seguire speciali Rai o Mediaset sui delitti più efferati perché è così che ci si fa un'opinione ed è così che ci si sente dalla parte dei giusti e dei buoni, di quelli che si scandallizzano tutti insieme, di quelli che ne possono poi parlare agli amici o al lavoro. Voyerismo. Solo curiosità asettica, quella senza rischi che tanto se guardi dal buco della serratura nessuno se ne accorge, non senti l'odore del sangue o della paura e non senti nemmeno più che il dolore altrui esiste in televisione per vendere pubblicità.

E se domani quel dolore ad uso altrui fosse proprio il tuo? Se accendendo la televisione, giorno dopo giorno, ti accorgessi di essere diventato un Truman Burbank, che vive nel proprio mondo reale mentre gli altri osservano, morbosi e curiosi, il tuo comportarti da essere umano.

Ti chiederesti ancora: "Non è che ci stiamo abituando?".

giovedì 6 ottobre 2011

Think different.


Molti anni fa, condividevo la terrazza di casa con un amico ingegnere elettronico. Volevo acquistare un computer e lui mi disse: "Perché non prendi un Mac? E' fatto meglio degli altri ed ha un ottimo sistema operativo. Ed è anche bello!".
Ecco, a me questo "Ed è anche bello!" mi si è appiccicato addosso. Non avevo le conoscenze tecniche per capire se un computer fosse davvero meglio di un altro. Però ero in grado di capire cosa fosse bello. Mosso, così, da puro senso estetico, acquistai il mio primo Mac LC e da quel giorno cominciai a fare caso al bello e mi domandai: Perché non costruiscono tutti cose belle?
Dopo un po' di tempo, dovetti cambiare la RAM e il disco rigido all'altro computer che avevo in casa, un (brutto) PC. Una volta aperto il case mi colpì tutto quello spazio inutilizzato, i riccioli di polvere, le matasse di cavi avvolte disordinatamente tra loro. Nello staccare lo spinotto di alimentazione del disco rigido, poi, mi tagliai. Allora decisi di aprire il Mac: niente spazio inutilizzato, niente matasse di cavi e tutto si faceva con cassettini estraibili. E lì, con un bel taglio sul polso, compresi che il bello era anche buono. Dietro c'era un bel progetto.
Con il tempo notai che il progetto non si fermava lì. Per esempio, lo si trovava nel packaging: belle e pratiche scatole con dentro piccoli capolavori di ordine. Oppure nella pubblicità, sempre elegante, minimale ed arguta. Ed ancora, nei particolari come la graffetta per aprire lo sportellino della sim card nell'iPhone... Tutto coerente con un'idea.
E quando ti abitui all'idea che i prodotti possono essere fatti integralmente bene non ti basta più il prezzo basso se poi i pulsanti ballano sotto le dita né la potenza di calcolo se poi, per ore ed ore al giorno, devi lavorare su uno triste coso nero.
E, ultima ma non ultima, Apple ha una storia. Una bella storia. Che coincide con la vita del suo creatore. Riconosciuto come uno dei più grandi comunicatori del pianeta, che però non rilascia interviste ed un giorno, premiato con una laurea ad honorem, se ne esce con uno dei discorsi più belli che una persona possa fare.
E' strano perché alla fine stiamo parlando di cose, ma mi dispiace che Steve Jobs oggi non ci sia più. Scrivere questo post sul mio bellissimo MacBook ha un sapore particolare ma è il miglior saluto che sono in grado di fare a Steve.

Stay Hungry. Stay Foolish.

venerdì 30 settembre 2011

Breeze!

Sempre a pensare che le cose importanti siano anche pesanti. Blocchi di granito finemente scolpito. "E' bello perché è difficile". "E' difficile perché è importante". E d'un tratto Rod Stewart che sale le scale. Al piano di sotto una vecchia radio a quattro bande. Fuori c'è tanto sole. Senza accorgermene, una leggera gioia. Non c'è granito né odore di cantina. Un drink con l'ombrellino. La scala di legno che porta alle dune. C'era chi si tuffava nelle onde mentre il mare scompariva dentro la montagna. Breeze..

sabato 24 settembre 2011

Ginevra-Abruzzo in galleria


...eh bè, l'ingegno italico va debitamente celebrato.

lunedì 25 luglio 2011

Amy Jade Winehouse

E' interessante leggere gli articoli scritti in questi giorni sulla morte di Amy Winehouse. C'è chi usa commenti come "Devastante" (Gino Castaldo) oppure chi crea paralleli numerologici con artisti che muoiono a 27 anni come Hendirx, Morrison, Joplin, Cobain (TG1 delle 13.30 di domenica 24 luglio). Personalmente penso alcune cose al riguardo: Amy Winehouse è stata una ragazza dalla voce particolare e con furbi produttori alle spalle. Non ha segnato la storia della musica, non ha ispirato folle di nuovi artisti. La sua tendenza all'autodistruzione era palese ma una cantante che decide di suicidarsi, una volta riuscita nell'intento, diventa una cantante che si è suicidata, non un mito. Trovo, anzi, sgradevole che si continui ad utilizzare l'argomento "vita di eccessi" come fosse un elemento da considerare nel curriculum vitae di una persona di spettacolo. Come se, ciò che non è riuscita a fare la cantante dal punto di vista artistico lo dovrebbe riuscire a fare lo stile di vita che ha scelto volontariamente di condurre. Troppo facile. Quando gli eccessi, le droghe, l'alcol, i farmaci sono importanti tanto quanto il prodotto artistico, quando ci si accorge che senza questi elementi sarebbe difficile avere ottime ragioni per parlare di un cantante, allora significa che c'è qualcosa che non va nella storia. Pur conoscendo lo stile di vita di Hendrix o Joplin o Morrison, il primo pensiero va alla loro musica e non a quanta droga fossero in grado di assumere in una sera. E questo non lo dico per accanirmi contro una persona che non c'è più ma solo per far notare quanta inutilità ci sia nel mondo della critica musicale, dove per poter parlare di qualcosa la devi far entrare per forza in una categoria. Il problema è che Amy Winehouse non fa parte della categoria dei miti ma della categoria di persone che a 27 anni decidono di andarsene. E questo, per me, sarebbe sufficiente.

venerdì 10 giugno 2011

Landsgemeinde


E' così brutta la Democrazia? E' così fastidioso esprimere direttamente il proprio parere senza intermediari? Quanto dev'essere insopportabile il senso di disperazione che ci si porta dentro per arrivare a rifiutare coscientemente la più semplice e civile forma di sovranità popolare? Non ci sono scuse davanti all'evidenza: il marito che si evira per fare un dispetto alla moglie non è un eroe, è solo uno stupido. Ed ancora più stupido è colui che si evira perché qualcuno gli ha consigliato di farlo. Non so voi ma io, indipendentemente dalle posizioni di ognuno in merito ai quesiti referendari, trovo molto triste che si tratti in questo modo l'unico momento di democrazia diretta che abbiamo. Il mio paese non tratta con rispetto il suo popolo perché se lo rispettasse renderebbe il referendum una festa, la celebrazione del rito che ci permette di decidere per noi stessi e la comunità di cui facciamo tutti parte. Lo pubblicizzerebbe ovunque, aiuterebbe le persone a capire ogni singola parola di ogni quesito, esorterebbe con forza ad andare a votare perché più siamo ad esprimere un parere e più la maggioranza sarà una vera maggioranza. Invece no. Senza nessuna vergogna si afferma che i referendum non servono a niente e gli stessi politici che dovrebbero mostrare al popolo la bellezza e l'importanza del vivere insieme in uno stato democratico, ti consigliano di gettare via il tuo diritto, di non dire la tua, di restare quell'impavido guerriero da divano che sei diventato.

Quando si sputa su una cosa così importante significa che la Democrazia non ci interessa più. E se non ci interessa vuol dire che forse non ce la meritiamo.

Io il mio voto me lo tengo ben stretto e nessuno mi convincerà mai che è meglio non votare. Da sempre, mi annoto i nomi di chi consiglia il non-voto perché non li voglio dimenticare. Queste persone non rispettano il voto e per questo non meritano il mio voto.

PS: Nella foto il Landsgemeinde, la più pura forma di democrazia diretta ancora praticata in alcuni cantoni svizzeri. Nella piazza del Comune, le persone si incontrano e per alzata di mano decidono per la propria comunità. In Svizzera, ogni anno si vota per una decina di referendum. E' così brutta la Democrazia?

mercoledì 8 giugno 2011

L'IKEA batte il Papa

Il fatto è questo: secondo il Papa le coppie che non si sposano non sono una vera famiglia. Il mio pensiero in merito è molto semplice e non voglio sprecarci su troppo tempo: è un punto di vista criticabile sotto due aspetti, il merito e la forma. Nel merito perché prima di definire cosa appartenga alla classe Famiglia si dovrebbe definire la classe Famiglia. In altre parole, è Famiglia chi si sposa in chiesa? Ok, quindi non è Famiglia chi si sposa in comune, chi si sposa con rito ebraico, buddista, shintoista o che ne so io. Se così fosse, solo il Papa avrebbe, dunque, il potere di decidere cosa è Famiglia da cosa non lo è ma, dato che non mi risulta nessun brevetto cattolico sulla classe Famiglia, questa ipotesi è da scartare. Il secondo aspetto criticabile è nella forma perché sarebbe molto meglio sentire ogni tanto da parte del Papa qualche prudente "Secondo me", "A mio modestissimo parere" e "Senza voler offendere nessuno". Entrare in punta di piedi in terreni privati è sempre una buona abitudine. Anche per un Papa.

Ma passiamo alla parte più interessante. Fino a qualche tempo fa mi sarei domandato per quale ragione una redazione di un quotidiano avrebbe dovuto dare spazio a pareri così bizzarri. Voglio dire, il Papa ha il diritto di pensare ciò che vuole ma perché dobbiamo conoscere tutti il suo pensiero? Non potrebbe restare nell'ambiente di chi lo segue come accade per gli ebrei, i buddisti, gli avventisti del settimo giorno e via dicendo?

Oggi, però, ho realizzato una cosa. Non ha senso chiedersi perché i giornali diano spazio a queste cose perché i giornali non sono dei fedeli ricetrasmettitori della realtà. A parte l'imparzialità dei cronisti, spesso e volentieri i fatti si raccontano come gli uffici stampa vogliono che vengano raccontati. Anche il Vaticano ha i suoi uffici stampa e forse i meccanismi non sono così casuali. Facciamo un esempio: di tutto ciò che ha detto il Papa, qualcuno riesce a ricordare qualcosa che non sia legata a questa curiosa uscita sulla famiglia? Ma, penso umilmente, non è che una chiesa in piena crisi ricorra a tecniche di marketing per far ancora parlare di sè? Non è che per restare ancora nei ricordi degli italiani - all'estero il problema è già stato risolto - sia necessario ricorrere alle frasi ad effetto come il peperoncino su una minestra sciapetta e un po' noiosa?

Poco tempo fa l'IKEA tese una trappola pubblicitaria che riuscì perfettamente. Se ne uscì con una campagna dove la famiglia era rappresentata da due maschi che si tenevano per mano, attese l'esternazione scandalizzata di qualche politico - Giovanardi ci cascò subito - ed ottenne, nel pieno della polemica, due risultati:
1. La pubblicità su tutti i giornali senza l'acquisto di un solo spazio pubblicitario
2. L'immagine di un brand dall'aria liberale e progressista che non discrimina nessuno

Oggi il Vaticano fa la stessa cosa ma ribalta la campagna ed anch'esso ottiene due risultati:
1. La pubblicità su tutti i giornali senza l'acquisto di un solo spazio pubblicitario
2. L'immagine di un Papa che si conferma come uno dei più reazionari degli ultimi tempi

Se l'intento fosse quello di riavvicinare le persone alla chiesa sarebbe meglio se la Santa Sede contattasse l'ufficio marketing dell'IKEA. Ah, beata innocenza!

domenica 8 maggio 2011

40

Ad occhi chiusi
il suono dell'acqua.
Le ombre cinesi
sono foglie fragili.

Sei gentile
quando non pensi.

Mentre il vento muove piano
l'amaca al sole,
sul timo
piccoli fiori.

martedì 19 aprile 2011

La tecnica del "Poliziotto buono, poliziotto cattivo"

Dopo aver discusso le tecniche "I problemi degli italiani sono altri" e del "Dito medio", oggi parleremo di una terza tecnica estremamente efficace: la tecnica del "Poliziotto buono, poliziotto cattivo". Prima di iniziare con l'analisi dettagliata, però, è bene fare una breve riflessione introduttiva. L'obiettivo di una strategia mediatica, ben prima del trasferimento di un messaggio, è la creazione di un contatto tra la sorgente di tale messaggio ed il suo target. I metodi per creare un contatto tra sorgente e target sono moltissimi anche se, in generale, la sorgente rappresenta la fonte di uno stimolo mentre il target il recettore di tale stimolo. Se lo stimolo funziona si genera nel target un effetto risposta, se non funziona il target rimarrà indifferente. L'instaurarsi di un effetto nel target, dunque, è la condizione fondamentale affinché si crei il "contatto" di cui sopra. Il famoso adagio "non importa se bene o male, l'importante è che se ne parli" è la sintesi esatta di questo concetto: usa qualsiasi mezzo per destare curiosità nel tuo target perché la curiosità è l'anticamera dell'attenzione e, come insegnano i venditori a domicilio, quando riesci ad infilare un piede nella porta sei già a metà dell'opera. Dunque, se vuoi essere ascoltato, la parola d'ordine è: infila il piede nella porta.

Come già anticipato sopra, i metodi per destare curiosità sono moltissimi, più o meno eleganti, più o meno discutibili, ma oggi parleremo di un metodo estremamente subdolo perché non crea un contatto attraverso una reazione singola e ben definita del target, ma attraverso la sensazione derivante da un contrasto tra due reazioni diametralmente opposte. Ma come funziona questa tecnica?

I passi da seguire sono essenzialmente tre:
1. Si sceglie un tema particolarmente delicato;
2. Si fa una dichiarazione estremista (poliziotto cattivo) prendendo una posizione netta e facilmente attacabile;
3. Si lascia divampare la polemica sui mezzi d'informazione per qualche giorno;
4. Si fa - o si fa fare - una nuova dichiarazione ridimensionando, chiarendo o, addirittura, negando (poliziotto buono) di aver prodotto la prima dichiarazione.

Questa tecnica è molto versatile e può essere applicata con alcune varianti. E' possibile, infatti, che la prima dichiarazione venga prodotta da un membro di partito per poi essere ridimensionata da un altro membro dello stesso partito. In alternativa, può essere prodotta da un membro di partito ed essere poi chiarita da un membro di un altro partito appartenente però alla stessa coalizione. Ma nulla vieta che lo stesso autore della prima dichiarazione ridimensioni, chiarisca, contestualizzi, precisi, smentisca, neghi la sua stessa dichiarazione.

Ma perché dovrebbe funzionare questa curiosa tecnica? Innanzitutto, tra la produzione e la smentita, cioè tra il punto 2. ed il punto 4., si rispetta la regola del sopracitato adagio: non importa come, l'importante è che se ne parli. La distanza tra il punto 2. ed il punto 4. corrisponde, infatti, all'intenso battage pubblicitario che a costo zero permette ai protagonisti di godere di un'esposizione mediatica pressoché continua. I giornali attraverso le loro più autorevoli penne iniziano a produrre editoriali di difesa o di accusa, di sdegno o di orgogliosa accettazione; le televisioni attivano i loro format d'informazione con interviste, servizi e dibattiti in prima serata e tutto questo spinge le persone a schierarsi, scegliere ma, soprattutto, parlarne. E, come d'incanto, nasce la curiosità verso un tema fino al giorno prima sconosciuto. E dove c'è la curiosità c'è anche... l'attenzione. Il piede nella porta è stato posizionato. La sorgente ha contattato il target.

Alcune persone si domandano come possa funzionare una tecnica che impone al singolo, al partito o alla coalizione di assumere un comportamento ondivago denotante scarsa serietà e credibilità. Ingenui! Il punto su cui focalizzare l'attenzione è il tempo. Si deve considerare che il punto 4., l'operazione di ridimensionamento del poliziotto buono, viene effettuata solo dopo qualche giorno. In questo lasso di tempo, la sorgente resta silente lasciando lavorare i propri detrattori. Quando questi giungono all'acme della polemica, schiumanti di rabbia e sdegno, la sorgente fa sapere brevemente che:
1. Le sue parole sono state travisate;
2. Il contesto da cui le sue parole sono state estratte era un altro;
3. E' tutta una macchinazione del nemico nell'ennesimo tentativo di incastrare chi pensa ai veri problemi del paese.
Et voilà! L'urlante sdegno del "nemico" viene disinnescato in un attimo perché tramutato in tanto rumore per nulla. La sorgente ha di fatto usato l'avversario per raggiungere il target polarizzandone le posizioni. I giorni sono trascorsi nel mantra infinito che ripete il nome della sorgente. L'avversario è annichilito perché, correndo dietro alla sorgente, non avrà mai il tempo di proporre qualcosa di proprio. Al target resterà la sensazione di assenza di alternativa.

Infine, non bisogna dimenticare un ulteriore effetto. Se questa tecnica venisse attuata all'interno dello stesso partito o coalizione, l'intervento del poliziotto buono dopo la sparata del poliziotto cattivo, può essere pubblicizzata come "libero e vivace dibattito interno" che poi "nel rispetto delle opinioni di tutti permette di raggiungere sempre una posizione meditata e di buon senso". Che senso di sollievo l'arrivo del poliziotto buono, vero? Ma la trappola è già scattata. La tecnica ha funzionato.

martedì 1 marzo 2011

Perché i telefilm italiani sono così brutti?

Ultimamente, sui canali televisivi italiani, si nota un fiorire di telefilm e fiction home-made. Io non ho niente contro il prodotto italiano, anzi, visto che siamo pieni di Storia e storie da raccontare le sceneggiature non mancherebbero. In più siamo creativi, emozionali e, soprattutto, diversi perché un telefilm sulla quotidianità siciliana sarebbe diverso da uno sul vivere a Milano, a Torino o a Trento. E tutto questo è, secondo me, interessante e ricco di spunti potenziali.

Riflettevo su queste cose l'altra sera guardando una puntata di Cold Case, per chi non l'avesse mai visto è un telefilm americano su casi avvenuti nel passato e non ancora risolti. Cold Case è, a mio parere, un telefilm ben fatto. Le trame sono credibili, la fotografia è bella, gli attori ben caratterizzati e la colonna sonora sincronizzata con il mood delle scene. Poi penso ai telefilm italiani e mi viene in mente Un posto al sole, Un medico in famiglia, I Cesaroni e Capri. Con l'ultimo in modo particolare ho pensato ad ogni puntata che non si potesse fare peggio di così. Smentito sistematicamente.

Sento già pronta la critica: ma gli americani hanno budget stellari, noi no! Io non ho mai pensato che i soldi siano una condizione essenziale per fare un buon prodotto. Anzi, sono convinto che se dessero un budget stellare al regista di Capri si otterrebbe la stessa cosa ma con attori più famosi e qualche effetto speciale in più. Insomma, da una piccola schifezza si passerebbe ad una kolossal-schifezza. Quindi? Qual è il problema?

Non sono un addetto ai lavori ma ho notato alcune cose che non mi piacciono nei telefilm italiani e qui di seguito trovate l'elenco:
1. Gli attori:
- sono di chiara estrazione teatrale e lo si nota da certe esagerazioni nelle mimica, nei respiri e nelle intonazioni della voce. "Vorrei un caffè, grazie" diventa il Macbeth e fa obiettivamente un certo effetto.
- non sono di estrazione teatrale ma vorrebbero diventarlo. Come sopra ma con effetti ancora più divertenti nelle scene di impatto emotivo. "Perché mi fai questo!" con lacrima finta, sguardo da pesce pallato e voce monotonale stile robottino molisano.
- non sono di estrazione teatrale e non lo saranno mai. Un fulgido esempio è offerto da ciò che accade nella tenda berbera in Capri. Non sapete di cosa si tratti? Meglio così.
4. Le riprese: le scene dei telefilm italiani sono tipicamente statiche. L'ammorbante effetto teatrale si fa sentire anche qui perché si tende a far prevalere l'espressività - spesso mai pervenuta - dei volti. Raramente le riprese sono curiose o sorprendenti, raramente cercano di essere un po' più ricercate del riprendere due che parlano inquadrando un pezzo di schiena di uno ed il viso dell'altro. E' come se la regia si auto-censurasse a favore degli attori anziché formare tutt'uno con essi.
5. Le storie: in genere molto buoniste. C'è tanta famiglia ed alla fine tutto si risolve con il trionfo dell'ammmòre.
6. La colonna sonora: ma qualcosa di un po' più moderno no eh? Non è che smettendo di usare archi e pianoforti si commette peccato. Il genio umano ci ha regalato anche batterie, bassi e chitarre elettriche ed un po' più di sporcizia terrena ogni tanto sarebbe più d'impatto che il suono cherubinico di 'sti archi da pellegrinaggio spirituale.

Ho la sensazione che alla fine sia un problema di regia. Ci sono registi italiani di film - quelli che mi piacciono da questo punto di vista sono Virzì, Soldini e Di Gregorio - che riescono a mettere insieme attori con caratteristiche, età e storie professionali molto diverse e, nonostante ciò, si ha la sensazione che i film siano omogenei, credibili e gradevoli. I registi di telefilm, invece, mettendo insieme "materiale umano" diverso non riescono in questo intento ed il risultato è una somma (brutta) delle parti anziché un tutt'uno. Non è raro che negli USA molti telefilm siano belli anche perché dietro spesso c'è lo zampino di nomi come Spielberg, Scott o, in passato, Crichton ma secondo me c'è qualcosa di più. E' come se ci fosse un'idea più generale di telefilm ed il prodotto è, prima che ben fatto, ben progettato. Nessuno dà l'idea di essere lì perché prestato dal teatro o in attesa di fare cose più impegnate. E' lì perché sta facendo il telefilm e la cosa è talmente forte che molti attori saranno per sempre associati alla serie televisiva e non ai film fatti in seguito (da Fonzie ad Arnold fino a Fox Mulder e Dana Scully). Quindi mi sorge spontanea una domanda: ma con tutti i ricercatori italiani che vanno a specializzarsi all'estero, perché i registi e gli sceneggiatori di telefilm non si possono fare qualche annetto di studio fuori dall'Italia? Se poi in loro assenza non si girasse Capri 2... pazienza.

domenica 13 febbraio 2011

La tecnica del "Dito Medio"

In un post precedente, cari lettori, abbiamo trattato diffusamente la tecnica dialettica denominata "I problemi sono altri". In breve, per chi non ne fosse ancora edotto, tale tecnica è semplice ed efficace poiché permette a chi non ha la più pallida idea di quali siano i problemi di smarcarsi con eleganza qualunquista ed ottenere il consenso di chi come lui - in genere la maggioranza - non sa di che cosa si stia parlando. Ignoranti sì, ma con dignità. Dal punto di vista pratico, la tecnica si applica durante una concitata discussione tuonando, ad esempio, un virile "Insomma! I problemi degli italiani non sono questi!". E' importante notare che la tecnica dev'essere applicata con intensa mimica d'insofferenza, occhi sgranati e tono grave perché più si esprime intensità emotiva e più si dimostra quanto l'argomento ci stia a cuore. Per evitare poi che qualcuno - sempre più raro, ad onor del vero - vi chieda conto di quali siano questi problemi, sciorinate prontamente una lista di luoghi comuni quali "Il lavoro, i figli, le tasse, il costo della vita!" e via dicendo. Se proprio voleste essere tranquilli non lesinate il potente "E ti sembra poco tutto questo?". In alternativa, ma solo in contesti più popolari quali piazze e bar, può bastare un perentorio "E non mi fate dire altro!".

Oggi parleremo di un'altra tecnica che però, lo dico subito, è di livello avanzato. Tale tecnica è detta del "Dito Medio" che, a differenza della precedente, richiede un certo studio ed è spesso attuata in ambienti televisivi. Passiamo dunque alla pratica. La tecnica del Dito Medio prevede essenzialmente cinque fasi:
Fase 1. Ci si mostra impeccabili e compunti. Con educata grazia si saluta il presentatore ed il pubblico e si assume una posizione tipica da monarca attendendo la domanda.
Fase 2. Si inizia una sottile nonché fastidiosa opera di disturbo verso chi sta parlando. Si lanciano suoni (tipo "Bah!") o brevi frasi (tipo "Ma dai!") nei punti salienti del concetto espresso in modo da non farlo percepire completamente all'ascoltatore.
Fase 3. La fase di disturbo cresce. Si sovrappone voce su voce con lunghi periodi tuonanti ma incomprensibili che fanno riferimento a concetti elevati e da cui emergono parole chiave come "Libertà!", "Diritto!", "Democrazia!". Non dimenticate di condire il tutto con espressione e gestualità teatrale, snocciolate numeri e statistiche - tanto nessuno le controllerà - e minacciate sempre di metter mano a fantomatici documenti, testi di leggi, archivi storici che portate in una borsa. Tali documenti devono presentare segni di evidenziatore ed usura evidente così da risultare carte minuziosamente studiate.
Fase 4. L'esplosione si fa incontenibile. Urlando frasi che somigliano a dichiarazioni di guerra, offendendo presentatore, regista, autori e pubblico rei di aver sovvertito le regole democratiche di una corretta informazione ed aver costruito ad arte una trappola mediatica degna dei regimi più autoritari, vi alzate e sciabolate in aria un vigoroso dito medio appellandovi al popolo onesto e silenzioso che paga per subire tale ignominia.
Fase 5. Abbandonate lo studio con passo deciso ed espressione risoluta. La severità delle movenze non deve tradire resa bensì severa scelta di un duro ma inevitabile, retto e coerente esilio.

In molti pensano che la tecnica del Dito Medio venga utilizzata per generare confusione e non permettere all'interlocutore di esprimere con chiarezza il proprio pensiero. Nulla di più sbagliato. Tale tecnica annichilisce sì il civile interlocutore, tuttavia questo è solo un effetto secondario. Il vero target, infatti, non è chi c'è nello studio bensì il pubblico a casa. La continua interruzione sguaiata e a voce alta è per il cervello umano stancante e fastidiosa. L'effetto estenuante è fondamentale perché, seppur interessati all'argomento, si abbandona la trasmissione per l'impossibilità di resistere alla sensazione sgradevole e la stessa sensazione ci accompagnerà tutte le volte che vedremo l'autore di tale tecnica in altre trasmissioni. Risultato: per un meccanismo banalmente associativo, si comincerà a provare insofferenza prima verso la persona e poi verso l'argomento. A differenza, dunque, della tecnica "I problemi sono altri", la tecnica del Dito Medio è solo in apparenza più volgare ma in realtà è molto raffinata. Non rappresenta, infatti, un'elegante fuga con ricerca di consenso, bensì un metodo per creare antipatia ed insofferenza verso uno specifico argomento con l'intento di evitarne l'approfondimento e sviarne l'attenzione. Quando si riscontrano nella popolazione segnali di saturazione con innesco della prima tecnica - "Basta! I problemi degli italiani non sono questi!" - significa che la tecnica del Dito Medio sta funzionando perfettamente.

venerdì 21 gennaio 2011

Fuckin'ology

Tutti quelli che si affannavano a dire che la televisione avrebbe bruciato il cervello delle persone avevano torto. A mio parere la televisione non ha bruciato il cervello delle persone, più semplicemente l'ha creato. Non è un problema di intelligenza presente ma non sfruttata, di potenzialità represse e frustrate. Il problema è che si è creata una connessione così salda tra ciò che si pensa e ciò che si vede in televisione che molte persone reagiscono a ciò che accade in funzione di ciò che avviene in tv. Ogni piccola esperienza della propria vita è già stata presentata e tutto ciò che accade non è più nuovo, triste, bello o giusto. E' semplicemente già visto. La televisione è un grande anticipatore di eventi che anestetizza le reazioni. Dentro di essa tutto è speciale ma fuori tutto è mediocre. La tua vita normale, i tuoi vestiti, la tua compagna, la tua macchina, il tuo lavoro, le tue reazioni non sono speciali. Solo in televisione lo diventerebbero. E allora perché sforzarsi? Perché studiare, perché cercarsi un lavoro, perché coltivare i propri interessi, perché fare tutta questa dannata fatica. E, soprattutto, perché avere pazienza?

Diventando un luogo così rilevante per la vita delle persone, la televisione è ora riuscita a guadagnare un nuovo livello: dando visibilità regala merito. Dopo un passaggio televisivo, se sei un cuoco di trattoria diventi un grande chef, se sei una che canta diventi un'artista, se sei uno che parla diventi un opinionista. E se sei gay? Un opinionista arguto. A questo punto, s'innesca il feedback. Se esci dalla televisione chi guarda la televisione ti riconoscerà fuori da essa e tu potrai vendere questo merito certificato a tutti coloro che vorranno sentirsi sempre più vicini al meraviglioso mezzo. Se proprio non riescono ad entrarci almeno ne frequentano i frequentatori.

E qui la cosa si fa interessante. Supponiamo che tu non sia capace di fare nulla. Supponiamo che tu ricada nel gruppo di persone descritte sopra, cioè quelle che non hanno né voglia né pazienza. Che fai? Non c'è problema. Tutti sono target di qualcosa. Potresti specializzarti in un brillante corso per Personal Shopper oppure uno - più impegnativo - per Cool Hunter (se vi foste posti la domanda, tranquilli, non me li sono inventati, esistono davvero e a Milano li vedete pubblicizzati in metropolitana).

Si però io ho ancora meno pazienza e diventare un Cool Hunter potrebbe essere anche faticoso, non hai qualcosa d'altro? Ma certo! Fai la zocc... ehm, scusa, volevo dire che c'è una nuova professione dai sicuri sviluppi futuri: la escort. Ma devo studiare? Noooooo. Ma devo impiegare anni prima di vedere i risultati? Ma va! Guarda, è un lavoro bellissimo. Ristoranti di lusso, belle macchine, personaggi dello spettacolo e gente facoltosa che ti darà un sacco di soldi. Ne sono sicuro: tu hai i numeri e riuscirai a farti un futuro con le tue mani! E se sei brava potresti anche...andare in televisione!!! Davverooooooooo?! E potrei far vedere a tutti ciò che so fare? Si...ehm..ma che sai fare? Beh, sono molto sincera e ho fatto due anni di danza moderna.

Tutta questa gente non è matta. Ha solo una visione delle cose rinforzata a feedback e scambiata per mondo reale. E la televisione li aiuta perché, nel tempio in cui ogni cosa diventa speciale, ci sarà sempre spazio per tutti. E vuoi che non si trovi spazio per una zocc...ehm, volevo dire una Fuckin'ology consultant? E pure sincera!


PS: Ho vissuto molti anni in un quartiere dove la prostituzione era fatto noto e normale ed ho avuto modo di conoscere donne che hanno fatto questo lavoro per una vita. Parlare con loro mi piaceva perché le loro storie non erano di gente che non aveva voglia o pazienza, né di gente che lo faceva per andare in televisione. Erano storie interessanti su come sono fatti gli uomini. Ed alcune erano allegre sessantenni che ti raccontavano con orgoglio che i loro figli erano laureati.

lunedì 6 dicembre 2010

L'università italiana: brevi appunti dal mondo reale (Prima parte)

In tema di università le dichiarazioni ormai si limitano ad inutili frasi ad effetto e, come sempre, non esiste una seria e magari noiosa trasmissione televisiva d'informazione ma un fiorire di rumorosi e colorati programmi che intrattengono il telespettatore, lo eccitano, lo aizzano, facendogli credere di essere parte di qualcosa e alla fine non gli spiegano nulla. Ciò che resta è un effimero incattivimento e il solito elementare trasferimento di frasi fatte che diventa l'alternativa - comoda - al costruirsi un'opinione propria. Sarebbe interessante, a mio parere, mostrare agli italiani come funzionano le cose all'estero e come università - spesso prese come esempio mitico - siano diventate e restino eccellenti. Perché l'impressione che ho è che in Italia si viva - o si voglia vivere - in una specie di salottino privato del tutto incurante e svincolato da ciò che accade fuori. Uscendo dal salottino ti rendi conto che tutto va ad un'altra velocità e quello che sembra in patria problema insormontabile, tenzone politica, gradino invalicabile, scandalo pruriginoso, all'estero è visto come solita opera buffa all'italiana, divertente ed incomprensibile, ma del tutto insignificante. Il problema però esiste e non fa neanche tanto ridere perché se è vero che ci piace rotolarci tra i rifiuti della polemica, con le dichiarazioni istituzionali seguite dall'inattività pratica è anche vero che il meccanismo è in irreversibile disfacimento ed il peggio arriverà presto.

Torniamo quindi al tema principale e, toccando alcuni punti, cerchiamo di raccontare qualcosa di reale. Partiamo dal concetto di Università: L'Università non esiste. Esistono LE università. E' evidente - a quanto pare non a tutti - che le necessità di un ricercatore di Storia non siano le stesse di un ricercatore di Scienze Biologiche e tutti i discorsi su un'astratta ed omogenea entità chiamata "Università" sono segno di scarsa qualità dell'analisi. Dunque, io non so quali siano le spese delle facoltà umanistiche ma so bene che far funzionare un laboratorio di ricerca costa ed anche tanto e tagliare uniformemente i fondi dell'entità - inesistente - "Università" significa penalizzare chi costa di più non per spreco ma per necessità. Detto questo, sarebbe bene anche rendere i controlli sulla spesa più stringenti e questo, per alcune facoltà scientifiche, non sarebbe nemmeno tanto difficile perché se un laboratorio - trascorso un ragionevole lasso di tempo - non pubblica articoli, non partecipa a network internazionali e non collabora con nessuno è difficile che stia ricercando qualcosa. Inoltre, questo tipo di giudizio è alquanto oggettivo perché del tutto indipendente dalla presenza-assenza di baroni e relative discendenze. Nelle università però tutti sanno chi fa ricerca e chi non la fa ma il trattamento resta comunque lo stesso.

Dunque, il primo dato dal mondo reale è che la ricerca costa molto ed ogni discorso serio sull'università non dovrebbe prescindere dal fatto che avere ottime idee e non poterle realizzare è come non avere ottime idee. Per questa ragione, l'Unione Europea mette a disposizione fondi per finanziare la ricerca all'interno di programmi definiti "strategici". E qui arriva il secondo dato dal mondo reale: in molte università italiane tutta la fase di ricerca fondi, studio della regolamentazione e compilazione della documentazione non è svolta da personale dedicato ma dagli stessi ricercatori che se va bene si dividono tra laboratorio e carte, se va male abbandonando definitivamente il laboratorio per le carte.

Una pittoresca idea che ho sentito in questi giorni è quella che l'università sia un posto in cui una generica figura denominata "ricercatore" occupi il suo tempo trotterellando allegro sui prati verdi della scoperta. Prima di tutto va chiarito che in università esiste una gerarchia. E in virtù di questa gerarchia, spesso accade che il professore associato fa ciò che dovrebbe fare il professore ordinario ed il ricercatore fa ciò che dovrebbe fare l'associato. E siccome anche il ricercatore non vuole essere l'ultimo anello della catena alimentare, ciò che non fa lui lo farà il dottorando. Inoltre, si sottolinea sempre troppo poco il fatto che l'università riesce ad andare avanti non solo grazie al personale ufficiale ma anche grazie a quella marea "atipica" che, con l'orizzonte contrattuale di un anno, fa ricerca, lezioni, laboratori senza tutele e rappresentando una risorsa preziosa a basso costo.

Infine, tocchiamo un argomento interessante: la scoperta e le sue conseguenze. Nonostante molti amino immaginare la scienza come distante dal vil denaro, in realtà quando un'idea è buona le ricadute economiche e pratiche possono essere notevoli. Si stima che i ricercatori italiani emigrati all'estero abbiano prodotto una ricchezza in termini di valore di brevetti pari a quattro miliardi di euro. Ciò significa che il costo sostenuto per la formazione è tutto a carico dell'Italia, i profitti invece sono a favore del resto del mondo. In effetti, siamo un paese generoso. Ma perché non è facile brevettare prodotti universitari in Italia? Le ragioni sono varie ma, oltre al totale disinteresse pubblico nei confronti di ciò che si produce nelle università, una vera malattia cronica è la mancanza di un meccanismo semplice che non obblighi lo scienziato con una buona idea ad occuparsi di ciò che non conosce (burocrazia, legislazione, analisi di mercato, analisi dei costi, profittabilità). Ci sono paesi che considerano la ricerca scientifica con grande rispetto perché, se ben gestita, rappresenta un asset prezioso sotto molti aspetti e, saputo dell'esistenza di stati benefattori come l'Italia, propongono ai ricercatori stranieri delle condizioni talmente vantaggiose che rifiutare diventa impossibile. In pratica, se l'idea è valutata come interessante, il ricercatore viene aiutato sotto tutti i punti di vista fino alla commercializzazione finale del prodotto. L'ente aiutante si prenderà in cambio una buona percentuale dei profitti ed il ricercatore, oltre alla rimanente percentuale, vedrà la sua idea diventare realtà in tempi ragionevoli. In Italia, in qualche università ed istituto, esiste qualcosa di simile ma non è certo la regola. Ad onor del vero, qualcuno sostiene che un meccanismo così orientato al risultato potrebbe ridurre la creatività del ricercatore. Io penso che sia molto più pericoloso per la creatività del ricercatore il vedere le proprie idee diventare scoperte di altri solo perché si è atteso troppo aspettando fondi, personale e macchinari per realizzarle. Inoltre, il rischio di riduzione della creatività non sembra spaventare tutte le persone in gamba che abbandonano l'Italia.

Di fronte a questa situazione dolosamente sterile, i politici e l'informazione che fanno? Tirano fuori la solita storia che dovrebbe consolare il paese: il genio italiano conquista il mondo! E' vero, i ricercatori italiani spesso sono eccellenti ricercatori e quando vanno all'estero se ne rendono conto anche loro - difatti non tornano più - ma questo è un vanto solo a metà. Accanto a situazioni di evidente spreco, genealogia, fannulloneria e sindromi da "Mi sono sistemato ed ora chissenefrega", esistono ottimi ricercatori e sapere di avere un potenziale elevato in casa e poi vederlo sprecare ogni giorno per ragioni che non riguardano la ricerca ma il totale disinteresse, impreparazione e disorganizzazione è deprimente. Ed ancora più deprimente è l'uso cinicamente politico che ormai si fa di ogni cosa.

lunedì 8 novembre 2010

Il Regno di Giovanardi

Per tutto il giorno oggi, il Corriere della Sera e La Repubblica, mettono come notizia fondamentale la conferenza nazionale sulla famiglia dal titolo «Famiglia: storia e futuro di tutti» organizzata dalla Presidenza del Consiglio dei ministri. Ovviamente, una delle ragioni per cui si accendono i riflettori su un evento minore come questo è l'assenza del Presidente del Consiglio. Non entrerò nel merito della scelta - non serve molta intelligenza per evidenziare l'evidente ed ancora meno ne serve per fingere che non lo sia - al contrario, vorrei far notare che, l'effetto collaterale di tale esposizione mediatica ha permesso al sottosegretario alla Famiglia Carlo Giovanardi di esporre dei dati e darne un'interpretazione quantomeno bizzarra. Giovanardi dice che:
- nel 1972 i matrimoni sono stati 419 mila contro i 246.613 del 2008;
- il tasso di natalità è sceso a 1,42 figli per donna italiana;
- il tasso di natalità è di 2,3 figli per donna straniera;
- negli ultimi anni sono cresciute le separazioni legali e i divorzi.
Da questi dati deduce che: «C'è una seria crisi della natalità e dell'istituto matrimoniale». Non contento poi, estende la disamina alla legge 40 sulla fecondazione affermando che: «La legge 40 viene contestata da chi in nome del desiderio di genitorialità ritiene lecito e possibile ricorrere all'acquisto dei fattori della riproduzione procurandosi sul mercato materiale genetico in vendita e trovando terze persone che si prestano o a dare l'utero in affitto o donatori che possano dar vita all'embrione. Scienza e biotecnologie possono togliere ai figli il diritto di nascere all'interno di una comunità d'amore con identità certa paterna e materna».
E' sempre interessante notare come le parole possano distorcere anche l'oggettività dei numeri. Tanto per cominciare non capisco la seria preoccupazione di Giovanardi. Se i matrimoni e il tasso di natalità calano, vuol dire che, negli ultimi 30 anni, le persone hanno deciso di fare meno figli, sposarsi di meno e divorziare di più. E' così terribile tutto ciò? Questo dicono i numeri e mi sembra che non dicano nulla di nuovo se consideriamo le normali società laiche ed occidentali, il modo di vivere delle persone ed il loro modo di lavorare. Il discorso evidentemente cambia se, nel concetto di famiglia, si innesta una visione religiosa. Considerando la famiglia come una struttura inscindibile e sacra, un luogo puro e incontaminato ove nascono bimbi felici, allora ogni riduzione del tasso di crescita di questo Paradiso Giovanardiano è da percepire come "seria crisi". Se poi a questa visione ci agganciamo anche il fatto che i cinesi, ed ancor di più gli indiani, si risproducono a tassi stratosferici senza essere nemmeno cattolici, bè questo penso proprio che tolga il sonno a Giovanardi e a tutti i fieri difensori della Famiglia (F maiuscola, mica cotica eh!). Ancora più interessante poi è, in contrapposizione al meraviglioso Paradiso Giovanardiano, il temibile Inferno Giovanardiano. Orde di sedicenti - ma non meritevoli - portatori di desiderio genitoriale che acquistano, probabilmente su internet e pure con l'iPhone4, fattori di riproduzione (occhio a non dire "sperma" perché nella conferenza della famiglia c'è solo amore, mica zozzerie appiccicose) ed affittano uteri. La scienza e le biotecnologie - fetenti e cornute, aggiungerei per chiarezza - negano ai bimbi di nascere all'interno di comunità d'amore, non permettendo loro di avere madre e padre certi (a dire il vero, la certezza del padre è sempre stato un annoso problema anche prima delle biotecnologie).
Non mi aspetto che Giovanardi cambi opinione anche perché basterà il tempo a fargli capire che il suo micro-mondo d'amore per definizione, indipendente dalle persone e minacciato dalla scienza è solo una sua personalissima visione. Più che altro mi domando per quale ragione, una coppia - sposata o non sposata - che non la pensasse come Giovanardi e volesse un figlio debba subirsi la cosmogonia giovanardiana. Posto che sia legittimo per un cattolico pensarla come gli pare, la legge dovrebbe essere tale da permettere alle persone di scegliere secondo coscienza (la propria, possibilmente). Anche se, lo ammetto, non essere degni del Regno di Giovanardi è sempre una bella soddisfazione.

Aggiornamento delle 16.45:
E dopo il Regno di Giovanardi, le Tavole di Sacconi: "Le politiche pubbliche che si realizzano con benefici fiscali sono tarate sulla famiglia naturale fondata sul matrimonio e orientata alla procreazione". Propongo a Sacconi e Giovanardi di rifiutare sdegnati i voti presi da tutti i divorziati, separati e conviventi d'Italia. Poi rifiuterei anche i voti di chi ha consumato rapporti prematrimoniali. E, già che ci siamo, rifiuterei anche i voti di gay e lesbiche. E chi è sposato e va a mignotte? Uhm...no quelli no: rientrano in un sano e vivo rapporto di famiglia naturale.

Aggiornamento delle 18.15:
Dopo le polemiche Sacconi precisa: "Ho fatto la distinzione tra una dimensione pubblicistica e una privatistica per quanto riguarda altre relazioni affettive che devono avere rispetto in una dimensione privatistica". Aaaaaaah ecco, adesso è più chiaro. Io avevo capito che la relazione affettiva in una dimensione privatistica fosse cornubata da una pelta di scrofo che misasse la rumba del misto cannaiolo con un po' di aggotico e mirto concubino..

venerdì 22 ottobre 2010

Lettera spedita alla segreteria di redazione del Tg1

Buongiorno,
Vi scrivo alle 14.00 del 22 ottobre, al termine del Tg1 per raccontarVi come mi sento e cosa sto pensando del Vostro telegiornale. Pochi minuti fa stavo pranzando quando è iniziato l'immancabile, quotidiano aggiornamento sul delitto di Sarah Scazzi. Detto molto sinceramente mi sono sentito a disagio mentre, mangiando come tante altre persone a quell'ora, ho sentito leggere gli atti delle dichiarazioni del presunto omicida che ricostruiva nei minimi dettagli l'accaduto. E quando il conduttore del telegiornale ha esortato i telespettatori che avessero dubbi o semplici curiosità sulla vicenda a scrivere o telefonare alla trasmissione di approfondimento delle ore 16.00, il mio disagio si è trasformato in schifo. Come si può esortare la curiosità delle persone verso un omicidio? Come si può trattare un delitto come fosse un evento di costume? E, infine, come si può non avere delicatezza verso chi ha perduto qualcuno di caro in circostanze come queste? Immagino quale sia la Vostra risposta. Forse mi direte che, a giudicare dagli ascolti, è questo che la gente vuole vedere. Probabilmente avete ragione ma io penso che l'informazione pubblica non dovrebbe rincorrere la parte più brutta di noi. Semmai, è proprio in queste situazioni che si dovrebbe contrapporle sensibilità e rispetto. I parenti di quella ragazza non valgono meno dei milioni di persone che vogliono notizie sempre più raccapriccianti e particolari sempre più macabri. Caricare la curiosità più morbosa del pubblico durante un Tg per poi soddisfarla nelle trasmissioni di approfondimento dove gli spazi pubblicitari magari costano di più. E' questo il meccanismo? Se la risposta fosse negativa, Vi faccio una proposta. Perché le entrate pubblicitarie prodotte dalle "trasmissioni di approfondimento" su questa vicenda non le donate alla Signora Scazzi? Almeno le paghereste il dolore nel vedere ogni giorno lo spettacolo triste di sua figlia in televisione.
Distinti saluti.

lunedì 4 ottobre 2010

I problemi sono altri, cioè quelli, e ci siamo capiti (Terza parte)

Ma perché mi è venuta voglia di parlare di questo argomento? Qualche giorno fa seguivo un programma di approfondimento politico quando un noto imprenditore italiano, dopo aver ascoltato il rappresentante del governo e quello dell'opposizione parlare di società off-shore, paradisi fiscali, scoop pilotati, giornalisti misteriosi, lotte di potere e marciume vario , se ne esce con la fatidica frase "Va bene ma, a parte tutti questi argomenti che non appassionano certo gli italiani, perché non parliamo dei veri problemi del paese?". In prima battuta, l'intervento dell'imprenditore mi era sembrato sensato: continuare a sentire questi due accapigliarsi sull'accusa e la difesa di un sistema che in altri paesi avrebbe già mandato tutti a casa mi stava infastidendo. Ma poi, mi sono chiesto, perché tutti questi argomenti non dovrebbero appassionare gli italiani?

Io forse faccio parte di uno strano gruppo di italiani ma a me ciò che i miei governanti fanno fuori dal parlamento interessa. E perché non dovrebbe? Proprio come quando lo stimato ingegnere, primario, architetto, avvocato, manager o imprenditore effettuando aggressive evoluzioni in autostrada con il suo rombante monolocale biturbo, dimostra prima di tutto di essere un incivile e solo in un'ultima istanza - e come aggravante - un professionista, così il politico, prima di essere uno strepitoso governante, dovrebbe essere un cittadino per bene. Questo ragionamento non farebbe una grinza se non fosse che ormai per gli italiani tutto ciò che non accade in parlamento è solo vita privata e, in un misto di garanzia della privacy all'amatriciana e cattolicissimi non scagliare mai la prima pietra, si permette a chiunque di candidarsi, essere eletto e trasformare i suoi vizi privati in pubbliche virtù. E più condisci di ironia le tue marachelle, più sbandieri la tua tendenza all'eccesso, alla cafonaggine e alla furbizia con un cipiglio da simpatica canaglia e più le persone ti percepiscono come quello sveglio che però è anche vicino, accessibile e, forse un giorno, emulabile. Evviva quindi il ganassa di tutti noi, il compagnone che ce l'ha fatta, l'uomo che, nonostante il suo carico di grande responsabilità, è simpatico e ci regala allegri momenti del quotidiano che, vabbè sarà pure imperfetto, ma non sottilizziamo perché questa è la sua vita privata e i veri problemi sono altri.

Ecco, io di fronte a questa commedia non reggo. Visto che non mi sento diverso da un danese, da un austriaco o da un inglese, non capisco perché dovrei accontentarmi di affidare la gestione della cosa pubblica - cioè anche mia - e i soldi pubblici - cioè anche miei - a qualcuno che cade sui fondamentali. Se hai già dimostrato di saper delinquere o, nella migliore delle ipotesi, se da anni dimostri di non saper fare assolutamente nulla perché dovresti rappresentarmi?

sabato 2 ottobre 2010

I problemi sono altri, cioè quelli, e ci siamo capiti (Seconda parte)

Chi ama usare il giochetto "I problemi degli italiani sono altri!"? A differenza di quanto sostenuto da mygenomix (vedi commento alla Prima parte) che ritiene sia d'uso e consumo delle opposizioni in quanto esenti da responsabilità, io verifico ogni giorno che il trucco è usato bipartisan. Ho sentito proprio oggi esponenti di partiti di governo ed opposizione darne sublime prova. Il trucco è amato perché permette all'opposizione di dimostrare che il governo non è in grado di risolvere i problemi del paese e al governo di dimostrare che, dato che i governi passati hanno lasciato loro in eredità situazioni disastrose, ora non hanno colpe e stanno, comunque, lavorando per noi. Insomma, con la stessa frase si ottengono effetti favolosi. Sempre.

Ma c'è qualcosa di più. Quando si dice che i problemi che interessano gli italiani sono altri e quando gli interessati producono solennemente quel tipico movimento verticale del cranio che in occidente significa "Sì, sono d'accordo" non viene il dubbio a qualcuno che non si abbia la minima idea di che cosa si sta parlando? Tralasciando l'ovvia argomentazione che potenzialmente ogni italiano può dare alla parola problema una sua connotazione e quindi parlare genericamente di problemi degli italiani è non dire assolutamente nulla, la mia domanda è: ma gli italiani sanno davvero quali sono i problemi degli italiani?

Gli italiani hanno un'idea di cosa stia succedendo al paese sotto l'aspetto economico, industriale, energetico, ambientale? Perché io ho il vago sospetto che a forza di essere tranquillizzati nel sentire che ci sono dei problemi che tutti conoscono e qualcuno ci sta lavorando, poi non interessi più quali essi siano. E' come sapere che un cane fa la guardia da tempo immemore ad un cancello ed il solo fatto di sentire un "Bau!" ogni tanto ci distolga dal verificare se il cancello sia aperto, chiuso o se esista ancora un cancello. Non basta protestare contro le tasse troppo alte o l'assenza di posti di lavoro. Queste sono conseguenze di anni di ignoranza tranquillizzata da estemporanei "Bau!". E non basta continuare a dire che "I problemi degli italiani sono altri!" perché finché non si spiegherà agli italiani quali sono questi problemi e gli italiani non inizieranno a consumare un po' di energia per capire e giudicare arriveranno presto altre conseguenze contro cui protestare. Ma saranno solo conseguenze di problemi. Non IL problema.

E siamo arrivati al punto. Perché permettiamo a questa gente di fingere di stare dalla nostra parte e sentirci per questo soddisfatti fino alla prossima puntata? Quello che noto io in Italia è che si è passati da un principio di rappresentanza ad un principio di totale ed assoluta delega. Sei un politico? Allora devi sapere le cose al posto mio così io evito di farmi un mazzo così per studiarle. Un esempio? Il referendum. Il senso di fastidio che attanaglia la maggior parte degli italiani quando devono onorare il diritto della democrazia diretta dimostra quanto piaccia il masochismo. E la brillante tesi è: i politici sennò che ci stanno a fare? Semplice: ad ammirare questo antico e glorioso popolo che docilmente si flette con geometrica angolazione di 90°.

Quindi, ricapitolando: siete sul bus, al bar o tra amici? Usate questo fantastico trucchetto! Concludete sempre con un criptico "Eh, ma i problemi degli italiani sono altri!" funziona sempre, farete un figurone e tutti saranno d'accordo con voi. Ma attenzione: non dite mai quali sono questi problemi perché a loro basta sapere che qualcuno sa che loro sanno di sapere. E ci siamo capiti.

venerdì 1 ottobre 2010

I problemi sono altri, cioè quelli, e ci siamo capiti (Prima parte)

C'è un vecchio trucco dialettico tanto amato dai politici che, personalmente, trovo tanto efficiente quanto fastidioso. E' il trucco dell'interrompere qualsiasi tipo di discussione con il classico "...ma i problemi sono altri!". Le varianti multiforme sotto cui, pernicioso, si traveste possono essere:
- "Le priorità del nostro paese sono altre"
- "Ciò di cui parlate non appassiona gli ascoltatori"
- "Gli italiani non pensano a queste cose"
- "Anziché litigare su questi argomenti dovreste pensare ai veri problemi dell'Italia"
Questa tecnica è vecchia come il mondo perché è perfetta (e mi spiace per chi ha assentito ad ogni variante) per un popolo cialtrone. Non ne posso più di sentire politici che dichiarano di conoscere quali siano i problemi importanti per gli italiani perché se lo sapessero davvero li avrebbero già dovuti risolvere. Quindi i casi sono due: o li conoscono e non li sanno risolvere o non li risolvono perché non li conoscono. Quale preferite?
Ma torniamo alla suddetta tecnica: perché funziona così bene? Funziona perché in un istante crea il gruppo, accomuna sconosciuti che d'un tratto si sentono chiamati in causa, rispettati nel vago sentire e stimolati nella loro generalizzata incazzatura. Usare questa tecnica è come lavorare sui grandi numeri, sparare sulla folla e, colpendo qualcuno, sostenere di essere degli infallibili cecchini. Ogni volta che si afferma "dovreste pensare ai veri problemi" si dice tutto e quindi nulla perché si crea uno spazio vuoto che ognuno può riempire con il suo specifico problema o la sua specifica ignoranza. Tutti sono d'accordo se si cambia il livello di zoom e risalire fino alle classi più generali aumenta il consenso. Se dico che l'ambiente dev'essere salvaguardato tutti sono d'accordo ma se dico che domani ti costruirò un smaltitore di rifiuti sotto casa il consenso cambia. Se dico che la mobilità è importante tutti sono d'accordo ma se domani un binario di treno, un aeroporto o un pilone dell'autostrada appariranno davanti al tuo balcone il consenso cambia.
Ma la forza di questa tecnica non è solo legata al creare gruppo. C'è qualcosa di più. La forza di questa tecnica permette all'effimero club degli scontenti di essere e restare tali senza fare nessuna fatica. Con in più la certificazione dall'autorevole personaggio pubblico di turno. Che bella sensazione di calda intimità potersi accoccolare nel proprio strisciante senso di insoddisfazione con qualcuno che ti rimbocca le coperte! E poi vuoi mettere: al bar, al mercato, sull'autobus anche tu puoi sfoderare il tuo "Ma non sono questi i veri problemi!" e come attivando una connessione bluetooth ti ritrovi circondato da tanti dispositivi annuenti che ti rendono re per un giorno. E senza fatica! (NdA: ovviamente mi rifiuto di considerare la tesi di coloro che pensano che la gente non debba avere opinioni precise perché per questo ci sono i politici. Non amo perdere tempo).
Diffido quindi da chi utilizza o subisce passivo questa tecnica perché, sotto un'apparente necessità di sintesi, nasconde spesso ricerca di facili consensi e tanta pigra ignoranza. C'è un problema da risolvere? Lo risolvi. Non sai bene quale sia il problema? Studia.

lunedì 20 settembre 2010

Sorprendente

"Dato che mi piace il sushi mi sono tatuato il mio nome in giapponese sul braccio".
(Franceso Silvestre, cantante dei Modà - Top of the pops, 18-09-2010)

martedì 7 settembre 2010

Terremoto fai da te

Bizzarre certe reazioni. In Italia esiste un Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) che ha un bel sito web (http://cnt.rm.ingv.it/earthquakes_list.php), ben mantenuto, pieno di dati interessanti ed aggiornati sugli eventi sismici del nostro Paese. Ebbene, è notizia di ieri che il Presidente dell'INGV, Enzo Boschi, stia pensando di bloccare la pubblicazione di tali dati a favore di un ben più misero report sintetico. La ragione di questa scelta è stata motivata con il rischio che tali dati vengano utilizzati per interpretazioni poco scientifiche e fantasiose. Ripeto: bizzarra reazione. Il fatto che un sito web - proprio perché ben fatto - permetta a chiunque di scaricarsi dei dati ed analizzarli come gli pare generalmente, nel mondo, non porta a trasformare lo stesso sito in qualcosa che non serve a niente e a nessuno. Sarebbe come se l'Organizzazione Mondiale della Sanità, solo perché qualcuno si mette ad analizzare i dati dell'influenza suina per verificarne personalmente l'effettiva pericolosità, decidesse di colpo di non fornire più i dati. Ma che senso ha? La scelta di pubblicare dati è nobile di per sè e non ha nulla a che vedere con il controllo a valle degli stessi. Io potrei essere un ricercatore serio o uno che usa i gradi Richter per prevedere i numeri del lotto, e con questo? Anche la tesi dell'inutile allarmismo è debole perché censurare dati preziosi - e probabilmente generati con denaro pubblico - in favore di una più tranquilla ignoranza mi sembra uno scambio in perdita. E' vero che nessuno inventerebbe più teorie esotiche usando dati reali ma, visto che la buona scienza sopravvive solo con i dati mentre quella cattiva sopravvive con qualsiasi cosa, l'allarmismo semplicemente si sposterebbe su terreni più incontrollabili come il complotto, la superstizione, i segni dal cielo, le statue che piangono, i fondi di caffè ed altre manifestazioni di varia umanità. Per non rischiare di buttare via il bambino con l'acqua sporca, in genere, non si smette di fare bambini...

giovedì 19 agosto 2010

I Modà raccontano una storia tesa

Sicuramente c'è del misterioso e dell'incomprensibile in alcuni fenomeni. Uno tra questi è stato il singolare ed inspiegabile evento di questa estate per cui sintonizzandosi su una stazione radio qualunque in una fascia oraria qualunque di una regione italiana qualunque il risultato era sempre lo stesso: un'irreversibile e progressivo trito di maroni prodotto dai Modà. La canzone ti sorprende subito con un tocco di novità: il tic tac di un orologio. E vabbè, ma ecco che dopo poco parte la voce che, sulle sforzate tonalità di una stitichezza da ricovero, inizia a raccontare una storia travagliata. Eh si, la storia è tesa: lui è un fattore lucano e lei un'ecologista senza pregiudizi. Preoccupata del consumo energetico preferisce avere rapporti sessuali al buio. Purtroppo lui non è interessato all'ecologismo e la storia fatica a decollare. Pochi argomenti in comune e scarso dialogo fanno regredire la coppia a stadio neanderthaliano dove "sgrunt!" vuol dire proprio "sgrunt!". Il linguaggio impoverito porta alla comunicazione non verbale fatta di graffi e morsi. E che cavolo, tienile spenta 'sta luce no!? La storia prosegue senza possibilità di soluzione. Le mazzate sono tante e tutto per una abat-jour. Lei se ne va ma dopo quattro mesi torna per capire se si può passare al fotovoltaico. Niente. Nisba. Lui non ne vuole sapere. In un crescendo di emozioni forti la musica porta all'epilogo: un lampo, un tuono, bela una capra, è passato così poco e lui resta da solo. Tié, ti sta bene. Cosa avevi in comune tu con un'ecologista? Hai voluto fare di testa tua? Niente pannelli? Niente riciclaggio? Nemmeno una paletta eolica? Così impari.

sabato 24 luglio 2010

Veronesi, "noi" e "loro"

Leggo questa mattina su La Repubblica (http://www.repubblica.it/politica/2010/07/24/news/veronesi_nucleare-5790768/?ref=HRV-1) una breve ed interessante intervista che riguarda l'oncologo Umberto Veronesi. In estrema sintesi: il ministro Prestigiacomo gli offre la presidenza dell'agenzia per il nucleare, lui è tentato di dire sì, Bersani gli fa sapere che se accetta dovrà abbandonare l'incarico di senatore nel Pd.
Non voglio esprimere pareri sul nucleare ed ognuno a riguardo può pensare quello che gli pare. Ciò che ha stimolato il mio interesse è la posizione del Pd più che la scelta di Veronesi. A parte questioni marginali come il fatto che Veronesi sia stato eletto come indipendente ed ha sempre detto di non voler prendere la tessera di nessun partito, la mia domanda è: una volta che l'opinione di un governo è esattamente contraria alla tua ed una volta che la decisione è stata presa e le centrali si faranno, è più intelligente mettere a capo di un'agenzia di controllo un esperto di livello internazionale o il solito professionista di area governativa?
Certo, nessuno vieta a Veronesi di accettare, ma dirgli "se lo fai te ne vai" mi pare sottointenda un cortese "è meglio che tu non lo faccia". Ed arriviamo al nocciolo - appunto - della questione: la politica vive sulla contrapposizione, il bene comune no. Essere al contempo un esperto riconosciuto ed un esponente di una parte politica rende tutto più difficile perché puoi agire da esperto riconosciuto solo nel perimetro che la parte politica ha disegnato. Se esci dal perimetro dicendo semplicemente che, da uomo di scienza, vorresti tutelare la salute pubblica in una posizione molto delicata come la presidenza di un'agenzia di controllo sul nucleare, allora sei invitato ad andartene perché la tutela di un bene comune ammorbidisce troppo la contrapposizione politica. E adesso chi lo spiega all'elettorato che Umberto Veronesi è vegetariano e filo-nucleare? Non è più trendy così!
I partiti italiani non vivono di vita propria ma necessitano di un nemico. C'è sempre un comunista o un fascista nascosto in un armadio, in un comodino, sotto un pianoforte. Veronesi da questo punto di vista ha fatto una cosa gravissima perché in nome di un inutile vezzo chiamato "controllo della salute pubblica", ha ridotto le distanze con il nemico. Da oggi in poi, sono pronto a scommettere, che saranno in molti a trattare Veronesi come "il traditore". Per queste persone sarebbe molto meglio se l'oncologo rifiutasse sdegnato l'offerta permettendo che al suo posto si metta un signor nessuno - magari anche un po' amico - a tutelare la salute mia, tua, dei fascisti, dei comunisti, dei guelfi, dei ghibellini, dei Montecchi e dei Capuleti in nome della conservazione della distanza tra "noi" e "loro".
Ripeto: non ne faccio una questione di esaltazione o rifiuto del nucleare. Noto a tutti che ormai il nucleare si farà e noto a tutti che l'improvvisazione e la creatività italiana con il nucleare sarebbe meglio evitarle, io preferirei che le persone migliori occupassero i posti sensibili anziché giocare al "se parli con lui non sei più mio amico". Si chiama "sicurezza e salute pubblica" e non ha nulla a che fare con il "noi" e "loro".

sabato 26 giugno 2010

Forever iPhone

Chiariamo subito: sono tra quelli che pensa che la Apple sia una delle più belle ed appassionanti storie imprenditoriali e - nella persona di Steve Jobs - personali, mai esistite. Sono tra quelli che pensa che lavorare con strumenti di qualità sia cosa buona e giusta, ma che non sia scritto da nessuna parte che una cosa di qualità debba essere per forza brutta. Inoltre, da 17 anni sono un utente Mac pienamente soddisfatto che trova nei prodotti Apple tutto ciò che cerca racchiuso in un design che da sempre è un esempio di perfetta eleganza minimale. Detto questo, però, provo un certo fastidio nel vedere tante persone fare la stessa cosa quando l'unica ragione per farla diventa il timore di non essere abbastanza uguale agli altri. La paura di essere giudicato negativamente non perché stai facendo qualcosa di male ma perché NON stai facendo ciò che fanno tutti. Pensavo questo ieri mentre leggevo un'interessante statistica su chi comprerà l'ultimo iPhone 4. A quanto pare, su un campionamento effettuato in 3 città americane (San Francisco, New York e Minneapolis) il 77% delle persone che comprerà il nuovo iPhone 4 è già possessore di un iPhone. Più precisamente, nel 2008 questa percentuale era del 38% e nel 2009 era del 56%. E' vero che con il trascorrere degli anni questa percentuale non può che aumentare perché aumentando gli iPhone in circolazione aumenta anche il numero di proprietari pregressi ma è anche vero che l'età dell'iPhone è di soli 3 anni e quindi, o la Apple infila in ogni release di iPhone qualcosa di vitale importanza per la sopravvivenza dell'utente o l'utente iPhone si sta progressivamente rincoglionendo. Sarei più portato a pensare che sia vera la seconda ipotesi anche perché mi capita sempre più spesso di sentire al ristorante gente che comunica solennemente la fase lunare della serata o le previsioni del tempo in Lituania. Li vedi serissimi estrarre il loro iPhone, agire professionali sul display, attendere qualche istante con il volto illuminato in uno stato di quasi meditazione e dichiarare sicuri che negli ultimi sette secondi nessuno gli ha chiesto l'amicizia in Facebook. Wow! Potenza della tecnologia: lascia stupido chi è già stupido.

domenica 13 giugno 2010

La musica della Madonna

Ogni tanto sui media appaiono notizie che mi incuriosiscono, come questa presa dal Corriere della Sera del 13/06: "La discoteca cristiana in spiaggia: si balla con don Fiscer alla consolle" (http://www.corriere.it/cronache/10_giugno_12/discoteca-cristiana-arenzano_4c118d50-75fa-11df-9eaf-00144f02aabe.shtml).

Nell'articolo si narra di come don Roberto Fiscer, 33 anni ex dj sulle navi da crociera ed ora vice parroco di Arenzano, abbia messo in piedi la prima "discoteca cristiana" sulla spiaggia dove - dichiara - si può "ballare con Gesù e la Madonna d'estate sulla spiaggia, divertendosi e pregando".

Ricordo che da piccolo, ogni tanto, con il mio gruppetto di amici si andava all'oratorio perché solo lì trovavamo, al bar, la spuma. Mentre noi ci divertivamo a coltivare una stoica tendenza al dolce far nulla punteggiato da goliardiche imprese e raffinate meditazioni sul sesso, all'oratorio ognuno faceva qualcosa. C'era chi giocava a pallone, c'era chi recitava, c'era chi organizzava lotterie e...c'era chi suonava. Quello che suonava la chitarra in chiesa non mi piaceva e non mi piacevano nemmeno le canzoni. Non dico che l'armonizzazione fosse sempre brutta ma i testi mi sembravano scontati e, alla fine, gli accordi erano sempre gli stessi. Dopo qualche anno, il ragazzo che mi stava antipatico che suonava la chitarra venne sostituito e, con mia sorpresa, notai che arrivò una band. C'era tutto: il batterista, il tastierista, il bassista, la chitarra elettrica e pure l'amplificatore! Pronto all'impatto sonoro e alla rivoluzione copernicana nei profumi d'incenso di una domenica a messa attesi l'attacco di batteria...uno...due...tre, bacchette rotanti e vai! E invece no. Nonostante fosse tutto pronto per una "Iron Messa Maiden", partì "Dove troveremo tutto il pane". Ma come! Prima c'era il chitarrista che mi stava antipatico e va bene, ma ora che ci sono questi capelloni unti e post-punk mi riparte di nuovo 'sta roba?

Col passare degli anni notai che, quella che poteva sembrare un'osservazione giovanile, in realtà, nascondeva una costante tipica della Chiesa cattolica. Sembra che la parola d'ordine da diversi decenni sia conquistare i giovani. Anche la pubblicità seleziona dei targets e selettivamente cerca di centrarli. L'unica differenza è che la pubblicità evita di dire ai targets che sono un target e, dopo averli studiati nelle abitudini e nei bisogni, dice loro esattamente ciò che vogliono sentirsi dire. Per la Chiesa, ovviamente, non può essere così. Prima di tutto perché non può "vendere" qualsiasi cosa bensì una sola e ben precisa. In secondo luogo, perché non può dire al target - cioè il giovane - tutto ciò che lui vorrebbe sentirsi dire. Diciamo quindi che, nell'ottica di una strategia di marketing, lo svantaggio di partenza è evidente.

In sintesi, quindi: la Chiesa si è messa in testa da un po' di tempo di andare alla conquista dei giovani. Per questo cerca di fare marketing. Non può però usare tutte le armi del marketing sennò andrebbe contro i suoi stessi principi. Risultato: nasce una forma di catto-marketing un po' curiosa e un po' naive che non si capisce bene chi voglia raggiungere. In pratica la fine logica soggiacente è la seguente: i giovani ridono? Ridiamo! I giovani ballano? Balliamo!

Uhm... strategia deboluccia. Dal mio punto di vista - e non voglio offendere nessuno - mi sembra un po' semplicistica l'idea che è sufficiente indossare la pelle del giovane per conquistare la sua fiducia. Chierichetti punk, preti con le Nike bene in vista, parroci dj che cantano 'Shake the devil off' e 'Gesù ti ama', gente che indossa magliette con stampati i Vangeli e Madonne e Bibbie in versione iPhone mi sembrano inutile ciarpame più autoreferenziale che altro. A parte la discutibile utilità dell'operazione e cioè parlare ai giovani con il linguaggio dei giovani - cosa vorrà dire questa frase non l'ho mai capito - mi sorge un dubbio: fare una "discoteca cristiana" serve di più a gente che ha la musica ma non ha una Chiesa o a gente di Chiesa che non ha la musica?

lunedì 31 maggio 2010

Le Grandi Scoperte

Giusto una riflessione. Ieri, il Governatore della Banca d'Italia Mario Draghi ha detto che "Gli evasori fiscali sono tra i responsabili della macelleria sociale in Italia", che "Tra il 2005 e il 2008 il 30% della base imponibile dell'iva è stato evaso: in termini di gettito sono oltre 30 miliardi l'anno, 2 punti di pil" e conclude che "L'evasione è un freno alla crescita perché richiede tasse più elevate per chi le paga". Sgomento in sala. Gli industriali presenti, colti da sincero sdegno, vergano nervosi sui loro blocchi la tremendissima parola: "evasione". Che scandalo! Che scempio! In Italia esiste questa roba chiamata "evasione"?!
L'altro ieri, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha detto che "Il costo dello Stato non è più sostenibile". Sgomento nella macchina statale. Ma come? In un mercato del lavoro dove il co.co.pro (pure laureato, mannaggia a lui!) è il contratto standard, è possibile che ora i riflettori si accendano su umili mega-stipendiati con lavoro a tempo indeterminato?

Ma niente paura perché a tempo di record abbiamo messo in piedi una manovrina mica male che gli inglesi (che "Giravano nudi a caccia di marmotte quando noi già s'uccideva Giulio Cesare", C. Guzzanti) ci invidiano. Sorge spontanea una domanda: visto che ci mettono così poco a stilare manovre coi fiocchi e visto che bastava informarsi non in tv per capire cosa stesse succedendo realmente all'economia italiana e mondiale, perché non l'hanno fatta prima?

In questo clima di surreale orgoglio italico, che si vanta delle toppe e non del vestito, non so se sentirmi maschiamente fiero o un tantino preso per il .ul. (consonante = c, vocale = o).

mercoledì 12 maggio 2010

Sempre loro...

Una delle cose belle di un blog sono i suoi lettori. Una delle cose belle dei lettori di un blog è che partecipano al blog. Uno dei più attenti lettori del mio blog è Moreno (aka Emmecola) che dopo aver partecipato ad un indimenticabile sketch di Otty&Fede, dopo avermi aiutato nella stesura di una statistica sulla non casualità del ripieno dei tramezzini nei supermercati, dopo avermi assecondato e stimolato nello sviluppo di un'innumerevole quantità di idee che invaderanno il mercato nei prossimi anni (ovviamente senza di noi come brevettatori) e dopo aver vissuto la magia di un anno di tesi a base di filosofia, cucina, musica, scienza e storie vere, ecco che mi invia un interessante articolo:



A' rieccole. Silenziose e infide si fingono interessanti agli occhi degli ingenui ricercatori. Questi pantagruelici quadrupedi sono riusciti a dissimulare - con spocchia e fastidiosa vanità - comportamenti degni di sistemi organizzati. Ma diamine, il solo fatto di passare gioiosi in auto e vedere queste cattedrali bovine in piedi ruminanti o squadernate senza grazia al suolo non significa certo che siano assimilabili a sistemi biologici ben più degni d'interesse quali api e formiche! E' vero che la matematica soggiacente al modello non sembra delle più raffinate - e ci mancherebbe pure! - ma il solo fatto di consumare prezioso glucosio per attivare funzioni cognitive atte all'elaborazione di un modello matematico che spieghi il perché di un comportamento che è solo un segnale di evidente fannullona mollezza non è giustificabile.
Gli autori, argutamente, notano che questi insidiosi mammiferi o stanno tutti in piedi o stanno tutti distesi e, per questo, ne ricavano un segnale di organizzazione. E già qui mi vien da chiedere è forse intelligente un animale che vive in questo modo? Ma gli stessi autori giungono ad una conclusione ancora più sorprendente: "Happy cows tend to copy each other". E qui non sono d'accordo. Copiare a volte è una scelta volontaria (= forma d'intelligenza) altre volte è una necessità (= segnale di non grande intelligenza). Secondo voi, felicità a parte, questi mammiferi chiamati "mucche" stanno nella prima o nella seconda categoria?
Io so la risposta...

lunedì 10 maggio 2010

Brindisi!

Notato come la Grecia sia sparita dai titoli dei giornali? Notata l'euforia? Sembra che tutto sia tornato normale. Le foto appiccicate accanto ai titoloni sono di gente sorridente davanti a trend positivi e la terminologia usa termini come "record", "brindisi", "avanti tutta". Vedendo tutta questa gioia verrebbe voglia pure a me di levare il calice ma poi mi chiedo a cosa stiamo brindando?

Siamo nel pieno di una crisi di dimensioni storiche che venti giorni fa tutti chiamavano recovery.
L'Europa sembra esistere solo perché esiste l'Euro che però bisogna sostenere sennò morirebbe.
Le borse mostrano strani crolli e recuperi nell'arco di dieci minuti e la scusa è che un operatore ha sbagliato a schiacciare un tasto.
Le proiezioni macro-economiche sono tutto tranne che entusiasmanti.
E gran finale...mettiamo sul piatto 750 miliardi di euro per evitare il fallimento di interi Stati. Da dove verranno questi soldi non è ben chiaro ed è interessante ricordare che prima di tirare fuori quella "misera" trentina di miliardi per salvare la Grecia è stato necessario attendere il rischio reale che l'Euro collassasse. Il mio sospetto è che sia solo una manovra anti-speculativa e forse neanche tanto utile visto che, mentre scrivo, l'Euro è a 1.272 sul Dollaro.
Ma tutto verrà fuori tra un po', quando i brindisi saranno finiti e i fumi dell'alcol svaniti.

Io, nel frattempo, continuo a leggermi notizie sulla Grecia e sul mondo reale.

venerdì 23 aprile 2010

Hai presente la Grecia?

La sensazione di distanza dalle cose è spesso un fatto mediatico: siamo più o meno preoccupati in funzione di quanto spazio e con quale tono l'informazione tratta un argomento. In genere, gli aspetti finanziari vengono percepiti abbastanza distanti dalle persone e ne è un esempio il fatto che venire a conoscenza di sprechi, sperperi se non addirittura furti di denaro pubblico non smuove le coscienze. La finanza annoia. E' un fatto. Ed è anche un male. Perché se è vero che non fa molto figo parlare di prodotto interno lordo e debito pubblico è anche vero che le società civili restano tali finché l'economia regge. Poi inizia il buio.
Come ho già detto in un post precedente trovo molto interessante seguire ciò che sta accadendo alla Grecia. Mi piacerebbe sapere di più su cosa succede a pochi chilometri dall'Italia, su cosa il governo stia chiedendo ai greci, su cosa stia succedendo all'occupazione, agli stipendi, ai servizi, ai consumi, alle pensioni, alla vita quotidiana delle persone. Ma queste informazioni ai giornali italiani arrivano nel solito tono tecnico-soporifero che non colpisce e non allarma. Tra queste notizie leggo oggi che il Primo Ministro Papandreou ha accettato di utilizzare il prestito di 45 miliardi di Euro messo a disposizione dalla UE e dal Fondo Monetario Internazionale. Non più di un mese fa l'aveva rifiutato orgogliosamente. Dunque?
Nel World Economic Outlook il Fondo dichiara "In the near term, the main risk is that – if left unchecked – market concerns about sovereign liquidity and solvency in Greece could turn into a full-blown and contagious sovereign debt crisis" ed Axel Weber, capo della Bundesbank rincara "A possible default by Greece would most likely be a severe economic blow for other countries in monetary union".
In pratica se la Grecia crolla scatena l'effetto domino quindi bisogna salvarla a tutti i costi. Ma non tutti gli Stati UE sono esposti in egual misura al suo debito e come reagirebbero i cittadini francesi o tedeschi nel apprendere d'un tratto che si devono accollare il costo del salvataggio greco? Ed una volta creato il precedente greco, si potrebbe negare poi lo stesso trattamento a tutti gli altri Stati in analoghe condizioni?
I prodotti derivati sono ancora tutti lì e quando la gente capirà cosa sono sarà il segnale che è già troppo tardi. Il poter disporre di informazioni su uno Stato europeo che sta passando in mezzo ad una crisi non così improbabile per altri Stati europei sarebbe molto utile. Ma i media preferiscono non far appassionare troppo le persone a questi argomenti perché, usando la stessa filosofia che anima un prodotto derivato, non importa se la gravità del problema crescerà esponenzialmente domani, l'importante è fingere oggi.

domenica 21 marzo 2010

Il bisturi dei distinguo

[...] "Secondo il pontefice c'è stata «una preoccupazione fuori luogo per il buon nome della Chiesa e per evitare gli scandali», che ha avuto come risultato «la mancata applicazione delle pene canoniche in vigore e alla mancata tutela della dignità di ogni persona» [...] Il Papa ha raccomandato ai colpevoli un esame di coscienza, un «pentimento sincero», «preghiere e penitenze per coloro che avete offeso» e di fare «personalmente ammenda per le vostre azioni» (Corriere della Sera 20 marzo 2010)

"La Chiesa deve assumersi la sua parte di responsabilità, che gli autori (degli abusi) siano laici o religiosi non fa alcuna differenza. Tutti sono sottoposti al Codice penale svizzero, senza eccezione". (Doris Leuthard, Presidente della Confederazione elvetica, La Repubblica estratto da Le Matin Dimanche 28 marzo 2010)


Ci sono cose che dovrebbero mettere tutti d'accordo. Ci sono cose per cui tutti dovrebbero provare un solo, unico ed umano disgusto. Ci sono cose che non dovrebbero lasciare spazio ai distinguo, alla chiacchiera, all'analisi tecnica del foro da cui ora esce solo il fumo di uno sparo. Ma non è così. Nemmeno questa volta.

Prove documentali, vittime finalmente testimoni, reportage circostanziati che raccolgono tempi, modi, luoghi di una vergogna che il solo ascoltare ti fa venire voglia di girarti per non essere anche tu uno di quelli che guarda. E sei lì, tra la pubblicità di una bibita e di un'auto, mentre anziani signori raccontano di loro bambini, loro nell'istituto di Verona, loro sordi e muti costretti a fare la doccia con "quelli", loro che oggi guardano fissi la telecamera mentre la voce fuori campo legge i nomi di tutti quei "Don".

E poi i giornali che scrivono di altre storie, altri istituti, altri Paesi, altri "Don". Ci dovrebbe essere qualcosa che ci mette tutti d'accordo. L'assoluto disgusto è nell'atto, nella violenza vigliacca e disumana che per la personale soddisfazione istantanea distrugge i ricordi di chi un giorno avrà nipoti e a cui sentirà di mentire raccontando che il mondo è bello. Fa abbastanza schifo questo?

Eppure la sottile lama dei distinguo ha già iniziato a lavorare. Io stesso ho già sentito parlare di intrighi internazionali ed attacchi programmati. "Certo, alle vittime va tutta la nostra solidarietà, però...". Senti come lavora il coltello del distinguo? Affilate lame di "però" sezionano l'argomento per trovare chi c'è dietro, stanare il regista e portare a galla l'intento persecutorio. E fettina dopo fettina, le parole allontanano dalla realtà, il tempo dalle sensazioni. Piano piano, ciò che disgusta naturalmente l'Uomo diventa "argomento di dibattito", il senso di empatia si trasforma in "necessità di un'analisi obiettiva contro ogni strumentalizzazione".

Ma basta davvero questo per non provare vergogna? Perché non escono dagli uffici stampa e dal linguaggio felpato dei portavoce? Perché non chiedono alle vittime di aiutarli a ricostruire i fatti e ai giornalisti di raccontare ogni singola storia? Perché non forniscono alla giustizia terrena il materiale necessario per aiutarli a punire chi ha fatto così tanto male?

mercoledì 10 marzo 2010

Forever Young ed il Tasso di non-creatività

In quest'epoca di bassa fedeltà e altissimo volume
il rumore allucinante delle radio non ci molla mai;
e quanti cantanti musicisti arrabbiati
che farebbero meglio a smettere di fumare.
Brutta produzione altissimo consumo,
la musica è stanca, non ce la fa più,
e quante cantanti di bella presenza
che starebbero meglio a fare compagnia.
(Franco Battiato, La musica è stanca, EMI Records 1983)

Ascoltando la radio o guardando i canali musicali, ho la stessa impressione: la musica è stanca. Non è questione di qualità, non è questione di suono. Bionde ridens, adolescenti insulsi, lesbian-fake, esistenzialisti "de noi artri", punky-fashion, macho-teneroni e donne dal sedere enorme - che non ci sarebbe niente di male se non diventasse l'unica cosa che ricordi alla fine di un video - raggiungono qualità sonore notevoli grazie a budget stellari, ma la loro musica? Com'è la loro musica?

E' sempre difficile dare giudizi perché si rischia di cadere nel gusto personale ed essere poi presi per il nonno della situazione (..."perché sei un nonno!", anticipo il buon G prima che lo dica lui). D'altra parte, ogni epoca ha i suoi conflitti generazionali che vedono i genitori scagliarsi contro i miti dei figli dimenticando che dai loro genitori ricevettero lo stesso trattamento. Generalmente la regola è che il nuovo cantante è sempre peggiore di quello vecchio perché, detto sinteticamente, quello vecchio "sapeva cantare", quello nuovo è un "drogato analfabeta". Io vorrei evitare questo delicato modo di giudicare perché è lo stesso che ha portato a classificare come "mostri" gente che ha riscritto le regole musicali, toccando così forte milioni di persone da diventare colonna sonora di una vita oltre che segno indelebile di un'epoca.

Quindi? Come se ne esce? Come sta la musica oggi? Secondo me c'è un modo per capire lo stato di salute della musica. E' un metodo obiettivo perché non riguarda il gusto personale ma solo dati misurabili. Introduco due semplici parametri:

1. Numero assoluto di cover prodotte annualmente (CPA)
2. Tempo che intercorre tra l'uscita del brano originale e l'uscita della sua cover (TOC)

Di questi tempi si noterà come il primo parametro (CPA) aumenti mentre il secondo (TOC) si riduca. Cioè, ogni anno ci sono sempre più cover che ripropongono brani originali sempre più recenti. Dividendo il primo per il secondo (CPA/TOC) si può ottenere una sorta di Tasso di non-creatività - tristemente crescente negli ultimi anni - che esprime il nostro progressivo allontanamento dal piacere di essere speciali perché capaci di creare cose che prima di noi non esistevano.

Chiarisco subito: il problema non è fare cover. Il problema è che oggi tutti fanno cover e, ad onor del vero, spesso non sono nemmeno granché. Ma la domanda sorge spontanea: perché il sottoscritto, in una bella mattina di marzo, decide di investire parte del suo amato tempo per scrivere un post sullo stato della musica oggi? Prima di tutto perché mi diverte un sacco e in secondo luogo per una ragione affettiva. Qualche tempo fa scrissi che la musica degli anni '80 è stata tanto brutta quanto indimenticabile. Come testimone adolescente di quel periodo, sento quella musica come parte di me, esattamente come i cartoni giapponesi, il Commodore 64 e la voce di Dan Peterson. Volente o nolente, amandola ed odiandola, non ci posso fare nulla e me ne accorgo appena partono le prime note di una canzone dei Culture Club, dei Duran, degli Spandau, di Howard Jones o dei Talk Talk.

Questo breve e sentito preambolo è solo per far capire il mio stato emotivo quando ho sentito la cover non di Hendrix, non dei Pink Floyd, non dei Beatles ma... degli Alphaville, Forever Young. Giocano facile Jay-Z e Mr Hudson perché pompare di bassi e rappare un brano come questo significa ridurre al minimo il rischio di non vendere. E' curioso notare come molti di questi "Yo-man!" testimonials di storie d'infanzia difficile, di rischio e rivalsa, di coraggio che non si piega e non si spezza, di vittoria sul duro ring della vita ed un passato che ancora ulula da lontano optino poi per operazioni commerciali che manderebbero primo in classifica anche il mio orsacchiotto.

Jay-Z a parte, ascoltando mesto e rassegnato la cannibalizzazione di Forever Young, mi chiedevo: se il mio passato ha per istantanee canzoni originali, quale tipo di passato avranno gli adolescenti di oggi. Cover? Credo di no per una ragione molto semplice: con un Tasso di non-creatività in crescita esponenziale, l'emivita di una cover è infinitamente inferiore a quella di un brano originale. In questo mercato devi mangiare masticando veloce, digerire in fretta e dimenticare ciò che hai appena ingerito sennò non possono vendertelo di nuovo. Il passato è un lusso per pochi.

Chissà cosa succederà tra qualche anno. La musica sta diventando sempre più ciò che le si costruisce intorno. Le vite finte dei cantanti finti, i mega-show visibili dalla Luna, le interviste con rissa ed i party-orgia con la pistola, la coca che così fan tutti e la noia che fa snob. L'istantanea dei ricordi che in questo esatto secondo si stanno formando ha per colonna sonora una cover. E domani cosa sarà? La cover di una cover? "Bassa fedeltà ed altissimo volume", la musica è stanca ed il Tasso di non-creatività non perdona. Io mi riascolto Forever Young, quella degli Alphaville e mi tengo ben stretta la mia brutta musica indimenticabile.