Spett.le Presidente Napolitano,
In data 22/03/08 Le scrissi una mail a cui Lei non ha mai risposto. I casi sono due: o ha letto la mia mail e non l'ha ritenuta degna di risposta o non ha mai letto la mia mail e quindi non ha potuto rispondere. Nel primo caso il comportamento non è molto cortese dato che io ho ritenuto rilevante dedicare parte del mio tempo a Lei ma Lei non ha ritenuto necessario dedicare parte del Suo tempo a me. Nel secondo caso, se a Lei le lettere non arrivano, non si capisce la ragione per cui la Presidenza della Repubblica metta a disposizione dei cittadini un indirizzo e-mail. Io, nel dubbio, Le scrivo di nuovo. Immagino che, in questi giorni, di mail ne stia ricevendo molte ed una ragione ci sarà. Io non entro nel merito del suo comportamento "formale" anche perché ho letto diversi articoli sull'argomento e devo dire che il livello di tecnicismo giuridico potrebbe scoraggiare chiunque e, contemporaneamente, dimostrare tutto ed il contrario di tutto. Quindi passo subito alla parte logica del problema.
Prima domanda: Il cosiddetto lodo Alfano propone la non punibilità per le quattro cariche più importanti dello Stato. Tra queste quattro cariche c'è anche Lei. Ma Lei questa impunità l'ha mai chiesta? L'ha mai desiderata? Sognata? Sperata? E, soprattutto, Le serve? Mi spiego meglio. Se domani qualcuno proponesse una legge per la quale tutti quelli che si chiamano Ottavio possono godere della sospensione della legge anti-fumo io, che mi chiamo Ottavio e che non fumo, penserei che sarebbe una stupidaggine e mi darebbe alquanto fastidio essere inserito a forza in un gruppo di cui non faccio parte e senza che io ne abbia mai fatta richiesta. Lei, come Presidente della Repubblica - ma soprattutto da persona onesta e rispettabile - come si sente nel vedersi, dall'oggi al domani, inserito nella classe degli esenti da giudizio o, se preferisce, dei liberi di delinquere?
Seconda domanda: Dato che questo provvedimento prevederebbe l'impunità per le quattro più alte cariche dello Stato, dovremmo dedurre che siamo governati da quattro persone che non vogliono farsi giudicare come tutti i normali cittadini? Oppure che viviamo in un Paese dove il pericolo da scongiurare è la magistratura? E se fossimo in questa seconda condizione, come si sente Lei che si trova contemporaneamente ad essere il firmatario di un provvedimento che colpisce la stessa categoria di cui Lei è il massimo esponente in qualità di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura?
Terza domanda: Supponiamo che Lei non possa fare altro che firmare il suddetto provvedimento. Ma, allora, vista la rilevanza di una cosa che La coinvolge così direttamente, perché non organizza un bel messaggio a reti unificate e spiega alla nazione la bontà di tale provvedimento - se pensa che lo sia - oppure le ragioni della sua firma a naso turato?
La vuole un'idea? Ok, senta qua. Se la mettesse a disagio andare in televisione, lasci perdere ed utilizzi uno strumento molto più moderno. A me piacerebbe usare il Suo sito web per informarmi e per capire quello che sta succedendo nel mio Paese. Sarebbe uno strumento formidabile, pubblico ed obiettivo che nessuno potrebbe limitare o zittire. E sarebbe molto interessante se Lei spiegasse, con parole comprensibili, le ragioni di un provvedimento su cui Lei sta apponendo la Sua firma. Una firma che dice "Io, Giorgio Napolitano, ho letto e garantisco che questa legge tutela tutti i cittadini di questo Paese che, in ogni istante del mio mandato, rappresento". E invece no. In un sito che ha uno stile molto simile ai mobili della sala da pranzo di mia nonna leggo che Lei il 10 di Luglio ha incontrato la Federazione degli "Amici dei Musei". E' normale tutto questo? Secondo me no e dal mio punto di vista sarebbe molto più utile conoscere il Suo parere piuttosto che leggere ipotesi dai giornali e vederla disegnato come un passivo generatore di firme. Francamente, proprio una brutta immagine.
mercoledì 9 luglio 2008
venerdì 20 giugno 2008
Le due donne
C'erano molti rumori. Le voci, il vetro dei bicchieri, il suono delle posate. Le due donne si sedevano sempre vicino alla vetrata e da lì potevano vedere la strada principale con gli alberi e le macchine lontane che correvano sulle pozzanghere. Ogni tanto fuori passava qualcuno e da sotto l'ombrello guardava dentro con gli occhi sgranati oppure facendo smorfie. Una ordinò un risotto allo zafferano e un'acqua naturale mentre l'altra penne con gamberi e zucchine ed un bicchiere di vino bianco.
- "E come state?"
- "...bene. Certo devi fare un po' la mamma e un po' la moglie però...insomma, è un po' diverso"
- "Già...ma è così che va. Tocca a tutte. Prima o poi tocca a tutte"
- "...cioè...nel senso...non è più un gioco. Quando sei fidanzata...non sto dicendo che adesso sia brutto però è diverso. Si cambia"
- "Ma si infatti"
- "E poi devo stirare. Non mi piace proprio avere la sera le montagne di panni da stirare però se non lo faccio io..."
- "Ma vorresti che lo facesse lui? Sei tu adesso la donna di casa"
- "Sai che tra una settimana è il suo compleanno?"
- "...già risolto?"
- "Ma si, alla fine gli ho comprato un maglione. Oh senti... lui non se li compra. Prima ci pensava sua mamma"
- "...ma com'è tua suocera?"
- "No, simpatica, davvero! Mi dice che per lei sono come una figlia. Che non vede l'ora di diventare nonna"
- "Quando nuora e suocera vanno d'accordo è la cosa migliore. Bene"
. "Mi ha anche detto che non mi devo offendere se ogni tanto mi dice come fare certi piatti perché a lui piacciono come li fa lei, che si sa che i figli sono così"
- "Ma certo. I figli maschi sono tutti così. Ma...bambini?"
- "Sua sorella l'ha già fatto. Anzi, fatta. E adesso tocca a noi"
- "Così fate giocare i nipotini insieme! Ma per il regalo...è il primo che gli fai da sposati?"
- "No è il secondo. Qualche mese fa gli ho regalato un cellulare. Però non era quello che voleva lui"
- "E che ti ha detto?"
- "...che lo voleva di quelli che si aprono così. Che io non me ne intendo e dovevo chiederglielo prima"
- "...si la prossima volta chiediglielo. Che quando non sei sicura... sennò butti via un sacco di soldi. Io infatti prima gli chiedo quello che gli serve e quando dice che non gli viene in mente niente gli regalo un pigiama che almeno è una cosa utile. Poi figurati se adesso ho tempo di farmi venire le idee. Una volta ci pensavo ma adesso... Ordiniamo il caffè?"
- "No mi sa che... oh, guarda sta arrivando"
Si avvicinò al tavolo una donna alta in un completo scuro con la targhetta dorata sul bavero della giacca ed usò un tono cortese.
"Signore, l'ora a vostra disposizione è finita. Dovete tornare in camera per le medicine e poi il dottore vuole vedere i vostri disegni"
- "E come state?"
- "...bene. Certo devi fare un po' la mamma e un po' la moglie però...insomma, è un po' diverso"
- "Già...ma è così che va. Tocca a tutte. Prima o poi tocca a tutte"
- "...cioè...nel senso...non è più un gioco. Quando sei fidanzata...non sto dicendo che adesso sia brutto però è diverso. Si cambia"
- "Ma si infatti"
- "E poi devo stirare. Non mi piace proprio avere la sera le montagne di panni da stirare però se non lo faccio io..."
- "Ma vorresti che lo facesse lui? Sei tu adesso la donna di casa"
- "Sai che tra una settimana è il suo compleanno?"
- "...già risolto?"
- "Ma si, alla fine gli ho comprato un maglione. Oh senti... lui non se li compra. Prima ci pensava sua mamma"
- "...ma com'è tua suocera?"
- "No, simpatica, davvero! Mi dice che per lei sono come una figlia. Che non vede l'ora di diventare nonna"
- "Quando nuora e suocera vanno d'accordo è la cosa migliore. Bene"
. "Mi ha anche detto che non mi devo offendere se ogni tanto mi dice come fare certi piatti perché a lui piacciono come li fa lei, che si sa che i figli sono così"
- "Ma certo. I figli maschi sono tutti così. Ma...bambini?"
- "Sua sorella l'ha già fatto. Anzi, fatta. E adesso tocca a noi"
- "Così fate giocare i nipotini insieme! Ma per il regalo...è il primo che gli fai da sposati?"
- "No è il secondo. Qualche mese fa gli ho regalato un cellulare. Però non era quello che voleva lui"
- "E che ti ha detto?"
- "...che lo voleva di quelli che si aprono così. Che io non me ne intendo e dovevo chiederglielo prima"
- "...si la prossima volta chiediglielo. Che quando non sei sicura... sennò butti via un sacco di soldi. Io infatti prima gli chiedo quello che gli serve e quando dice che non gli viene in mente niente gli regalo un pigiama che almeno è una cosa utile. Poi figurati se adesso ho tempo di farmi venire le idee. Una volta ci pensavo ma adesso... Ordiniamo il caffè?"
- "No mi sa che... oh, guarda sta arrivando"
Si avvicinò al tavolo una donna alta in un completo scuro con la targhetta dorata sul bavero della giacca ed usò un tono cortese.
"Signore, l'ora a vostra disposizione è finita. Dovete tornare in camera per le medicine e poi il dottore vuole vedere i vostri disegni"
venerdì 13 giugno 2008
Solo un insetto
La trappola della fretta è nascosta in ciò che fai.
Momenti in cui le cose diventano solo cose.
E passi in mezzo senza sentire.
Passi in mezzo senza guardare.
Fai un elenco dopo l'altro
di ciò che non puoi fare.
E nutri fieramente il tuo diritto di star male.
L'animale ti fa credere che non stai facendo nulla.
Che la giornata è stata solo perder la giornata.
Ora ho sonno e ciò che scrivo non mi piace.
Ma lo scrivo.
Perché è da ricordare ogni giorno
che sento con il mio sentire.
E non uccido un brutto insetto solo perché è brutto.
Lo lascio camminare sul mio dito per un po'
e lui mi abbandona delicato.
Visto che ne valeva la pena?
Momenti in cui le cose diventano solo cose.
E passi in mezzo senza sentire.
Passi in mezzo senza guardare.
Fai un elenco dopo l'altro
di ciò che non puoi fare.
E nutri fieramente il tuo diritto di star male.
L'animale ti fa credere che non stai facendo nulla.
Che la giornata è stata solo perder la giornata.
Ora ho sonno e ciò che scrivo non mi piace.
Ma lo scrivo.
Perché è da ricordare ogni giorno
che sento con il mio sentire.
E non uccido un brutto insetto solo perché è brutto.
Lo lascio camminare sul mio dito per un po'
e lui mi abbandona delicato.
Visto che ne valeva la pena?
sabato 7 giugno 2008
Gentile Ministro dell'Ambiente...
Lettera appena spedita al Ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo ed ispirata dalle dichiarazioni del Governo sulle nuove linee guida in tema di energia nucleare.
Gentile Ministro dell'Ambiente,
In questi giorni in Italia il tema dell'ambiente è tornato all'onore delle cronache non solo per il problema dell'immondizia a Napoli ma anche per la proposta del Governo di aprire nuove centrali nucleari. Io non sono un esperto di energia nucleare e ciò che noto con disappunto è che, nonostante la maggior parte delle persone ne sappia quanto me, spesso assisto a discussioni infinite sul nulla dove le due fazioni - pro e contro il nucleare - si affrontano con astio. Sembra che l'interesse cada non tanto sull'oggetto della discussione quanto sul piacere nell'apparire più o meno aggressivi. E alla fine il più forte decide. Anche se posso capire che in televisione attiri molto di più la discussione accesa, meglio ancora l'insulto, io trovo che passare una serata a guardare due persone che alzano la voce mentre parlano di cose alquanto delicate e concludere alla fine che ne si sa quanto prima sia solo un modo poco divertente di perdere tempo. Ciò che mi interessa è, indipendentemente dalla coalizione che ha vinto le elezioni, cosa ne sarà della qualità della mia vita e di quella delle persone a cui tengo. E Lei, in questo momento, è il custode istituzionale di tale qualità. Quindi Le scrivo. Ora, io non ho mai capito una cosa: noi viviamo in un continente che oltre ad essere ricco di cultura è anche ricco di esperienza in campo energetico. Molti Paesi da decenni testano tutte le possibili fonti energetiche alternative ed alcune funzionano talmente bene da fornire oggi quantitativi non irrilevanti di energia. Nonostante ciò, tutte le volte che viene eletto un nuovo Ministro dell'Ambiente in Italia si ricomincia a parlare di "esperimenti", "impianti pilota", "studi di fattibilità" e via dicendo. Ragioniamo un attimo in termini pratici: dato che, come detto sopra, l'esperienza in Europa non manca, per quale ragione non la si misura? Voglio dire, ci vuole tanto a costruire una serie di indicatori quantitativi che misurino i rapporti quantità/efficienza, costi/ricavi, livelli di rischio ambientale e fattibilità sul territorio di tutte le fonti energetiche e le tecnologie oggi disponibili? Io in televisione o sui giornali non ne ho mai sentito parlare. E non è una cosa di difficile realizzazione visto che ogni anno varie riviste economiche compilano tabelle analoghe - ma molto più complesse - per misurare, ad esempio, la qualità della vita nei vari Paesi del mondo. E non sarebbe nemmeno una cosa costosa visto che tutti i dati sono già disponibili. Si tratta solo di costituire una commissione di personalità unanimemente riconosciute - possibilmente all'estero - di statistici, medici, chimici, fisici e geologi che raccolgano i dati disponibili in materia di energia e relativi effetti ambientali e lasciare loro il compito di definire indici quantitativi e punteggi. Basterebbero pochi mesi di lavoro per arrivare ad un risultato attendibile ed esaustivo. Disponendo di queste tabelle sintetiche sarebbe molto più semplice non solo scegliere quanto, come e dove investire in termini energetici ma anche comunicare con le persone perché tutti siamo in grado di capire il significato di una valutazione numerica, pochi invece un linguaggio farcito di tecnicismi di settore o slogan da pubblicità. Non solo. Il disporre di misure quantitative permetterebbe anche di considerare delle scelte di tipo integrato che consentirebbero, a parità di efficienza, di ottimizzare uno dei parametri fondamentali: la sicurezza ambientale. Indipendentemente da chi lo ha eletto, penso che, da parte di un governante, basare le proprie scelte su dati di fatto misurabili e per questo dimostrabili sia molto serio e più accettabile. E' solo questione di civiltà e rispetto perché l'aria che respiro io è la stessa che respira Lei e tutte le scelte che si fanno in campo ambientale dovrebbero tenere ben presente il fatto che siamo tutti coinvolti. In mancanza di un'informazione cristallina sulle fonti che determinano le ragioni di una scelta, in mancanza di una discussione reale tra chi governa e chi è governato, l'unica cosa che si può pensare è che le variabili da cui dipendono le scelte in campo energetico siano legate ad interessi di parte e questa è proprio la strada che porterebbe al classico disastro annunciato ed irreversibile. Ma questo non è il nostro caso, vero Ministro?
Gentile Ministro dell'Ambiente,
In questi giorni in Italia il tema dell'ambiente è tornato all'onore delle cronache non solo per il problema dell'immondizia a Napoli ma anche per la proposta del Governo di aprire nuove centrali nucleari. Io non sono un esperto di energia nucleare e ciò che noto con disappunto è che, nonostante la maggior parte delle persone ne sappia quanto me, spesso assisto a discussioni infinite sul nulla dove le due fazioni - pro e contro il nucleare - si affrontano con astio. Sembra che l'interesse cada non tanto sull'oggetto della discussione quanto sul piacere nell'apparire più o meno aggressivi. E alla fine il più forte decide. Anche se posso capire che in televisione attiri molto di più la discussione accesa, meglio ancora l'insulto, io trovo che passare una serata a guardare due persone che alzano la voce mentre parlano di cose alquanto delicate e concludere alla fine che ne si sa quanto prima sia solo un modo poco divertente di perdere tempo. Ciò che mi interessa è, indipendentemente dalla coalizione che ha vinto le elezioni, cosa ne sarà della qualità della mia vita e di quella delle persone a cui tengo. E Lei, in questo momento, è il custode istituzionale di tale qualità. Quindi Le scrivo. Ora, io non ho mai capito una cosa: noi viviamo in un continente che oltre ad essere ricco di cultura è anche ricco di esperienza in campo energetico. Molti Paesi da decenni testano tutte le possibili fonti energetiche alternative ed alcune funzionano talmente bene da fornire oggi quantitativi non irrilevanti di energia. Nonostante ciò, tutte le volte che viene eletto un nuovo Ministro dell'Ambiente in Italia si ricomincia a parlare di "esperimenti", "impianti pilota", "studi di fattibilità" e via dicendo. Ragioniamo un attimo in termini pratici: dato che, come detto sopra, l'esperienza in Europa non manca, per quale ragione non la si misura? Voglio dire, ci vuole tanto a costruire una serie di indicatori quantitativi che misurino i rapporti quantità/efficienza, costi/ricavi, livelli di rischio ambientale e fattibilità sul territorio di tutte le fonti energetiche e le tecnologie oggi disponibili? Io in televisione o sui giornali non ne ho mai sentito parlare. E non è una cosa di difficile realizzazione visto che ogni anno varie riviste economiche compilano tabelle analoghe - ma molto più complesse - per misurare, ad esempio, la qualità della vita nei vari Paesi del mondo. E non sarebbe nemmeno una cosa costosa visto che tutti i dati sono già disponibili. Si tratta solo di costituire una commissione di personalità unanimemente riconosciute - possibilmente all'estero - di statistici, medici, chimici, fisici e geologi che raccolgano i dati disponibili in materia di energia e relativi effetti ambientali e lasciare loro il compito di definire indici quantitativi e punteggi. Basterebbero pochi mesi di lavoro per arrivare ad un risultato attendibile ed esaustivo. Disponendo di queste tabelle sintetiche sarebbe molto più semplice non solo scegliere quanto, come e dove investire in termini energetici ma anche comunicare con le persone perché tutti siamo in grado di capire il significato di una valutazione numerica, pochi invece un linguaggio farcito di tecnicismi di settore o slogan da pubblicità. Non solo. Il disporre di misure quantitative permetterebbe anche di considerare delle scelte di tipo integrato che consentirebbero, a parità di efficienza, di ottimizzare uno dei parametri fondamentali: la sicurezza ambientale. Indipendentemente da chi lo ha eletto, penso che, da parte di un governante, basare le proprie scelte su dati di fatto misurabili e per questo dimostrabili sia molto serio e più accettabile. E' solo questione di civiltà e rispetto perché l'aria che respiro io è la stessa che respira Lei e tutte le scelte che si fanno in campo ambientale dovrebbero tenere ben presente il fatto che siamo tutti coinvolti. In mancanza di un'informazione cristallina sulle fonti che determinano le ragioni di una scelta, in mancanza di una discussione reale tra chi governa e chi è governato, l'unica cosa che si può pensare è che le variabili da cui dipendono le scelte in campo energetico siano legate ad interessi di parte e questa è proprio la strada che porterebbe al classico disastro annunciato ed irreversibile. Ma questo non è il nostro caso, vero Ministro?
lunedì 26 maggio 2008
Piccole esplosioni #1: Oggi proprio no, dai
Lui aveva già gli occhi aperti quando la luce entrò dalle persiane. Quattro linee luminose e perfettamente parallele sulla parete a sinistra del letto. L'anno prima lei aveva voluto dare un tocco di novità alla casa dipingendo le pareti di giallo e comprando anche lampade a stelo. In camera si sentivano le voci ovattate dei vicini al piano di sopra che si preparavano. Lui, disteso sul fianco, notò un puntino scuro sulla parete. Non riusciva a capire se fosse un piccolo ragno o una macchia. Pensò che aveva un po' di cose da fare. Doveva lavare l'auto e avrebbe potuto farlo sabato pomeriggio. Oggi però doveva passare dalla posta per pagare una bolletta e, se fosse avanzato tempo prima di andare in ufficio, fare il pieno da un benzinaio lungo la strada. Ieri sera, mentre parcheggiava, la spia arancione della riserva si era accesa. Fin da subito aveva trovato il disegno delle lampade a stelo troppo liberty. A suo tempo pensò che non fosse così importante. A suo tempo pensava che i particolari non fossero importanti. Forse il puntino scuro sulla parete si era mosso. Dalla radiosveglia uscì d'improvviso un suono elettronico e continuo. Lui restò fermo. Lei mosse le gambe e sbadigliò. Poi voltandosi verso la sua schiena, con voce assonnata: "'giorno. Vado prima io sennò...". Lui sentì un polpaccio freddo sfiorargli la gamba. Lei si sedette sul bordo del letto e cercò con i piedi le pantofole prima di andare in bagno. Nei giorni lavorativi la sera andavano a letto presto e la mattina non facevano colazione insieme. Era per non perdere tempo. Per non uscire tardi. Un giorno, avvicinandosi all'orecchio, lui le sussurrò "Oggi facciamo con calma?", lei sorrise e ad alta voce: "Oggi proprio no, dai". Si incontravano ogni giorno già vestiti sulla porta di casa mentre stavano per uscire. E si salutavano con un bacio veloce.
venerdì 16 maggio 2008
Le inchieste di Ambra
E' sempre un po' deprimente vedere come nel nostro Paese il genere "inchiesta" sia davvero un genere per pochi. Ci sono persone che hanno scritto articoli di approfondimento talmente utili alla conoscenza di tutti che sono state uccise. Altre, a causa della loro chiarezza e puntualità hanno perso il posto di lavoro. Ma come dicevo, il genere è per pochi ed oggi, in Italia, di vere inchieste non se ne leggono molte. Stavo pensando a questa cosa quando ho letto un articolo apparso sul Corriere della Sera il 28 aprile. Niente di tremendo. Niente mafia o corruzione. Solo un piccolo ma - in termini di metodo - illuminante articolo sui rave. Il fatto che l'argomento non sia di quelli pericolosi non giustifica, a mio parere, né l'imprecisione di chi scrive né la disattenzione di chi legge. Anzi. E' un'aggravante: proprio perché il giornalista in questi casi non sta rischiando nulla potrebbe anche impegnarsi un poco di più e magari scrivere la cronaca puntuale e non grottesca di una sua esperienza. Ambra Craighiero, autrice del suddetto articolo, parte cauta. Si avvicina con passo felpato all'argomento con un titolino delicato delicato: "Dentro un rave illegale, dall'sms alle anfetamine. Ecco cosa accade". Wow! Qui non si scherza. Questa è roba che scotta, ragazzi. L'Ambra, sprezzante del pericolo, si è "infiltrata" in un selvaggio bosco tra Alzate Brianza e Cantù a caccia di rave "a base di musica techno". Niente di meno! Ma non basta: "Per confonderci abbiamo indossato la felpa con il cappuccio in stile 'Paranoik Park' e ci siamo introdotti tra alcuni ragazzi diretti al party segreto". Questo è vero giornalismo d'assalto: l'Ambra è entrata in contatto con i temibili ragazzi del party segreto e - mi sciolgo dall'ammirazione - s'è comprata pure la felpina. E poi "Raggiungiamo a fatica il luogo nascosto (...) Centinaia di ragazzi con il cappuccio della felpa sopra la nuca ballano a due dita dalle casse e dai diffusori di techno." Daje co' ste felpe...però una cosa non l'ho capita: che differenza c'è tra casse e diffusori techno? E poi deduco che dalle casse non esce techno...quindi dai diffusori esce techno e dalle casse no...ma che cavolo di casino c'era quella notte tra Alzate Brianza e Cantù?. Bah. Ahò, questa sta a documentà, la fai finì o no?! "Lo faranno per ore senza staccarsi mai, sotto l'effetto dell'ectasy o della anfetamina che dura anche 12 ore. Qui, la droga di ogni genere si consuma ritualmente: in coppia, a gruppi, da soli. Sono quasi le 3 di notte e qualcuno cerca di scaldarsi con i due fuochi accesi per affrontare il freddo che è ancora proibitivo." Quindi ricapitoliamo: centinaia di ragazzi felpa-dotati pieni di ecstasy stanno in condizioni da Campagna di Russia mentre ascoltano musica vicino a diffusori che trasmettono techno e le casse emettono non si sa che. Ma ecco il finale lirico: "Alle 4 il cielo era stellato, molti di loro erano stesi per terra." Sai com'è Ambra...alle 4...un po' di sonno magari...no? Ora la mia domanda è: ma questo articolo perché è stato pubblicato? Perché se questa fosse cronaca dovrebbe quantomeno essere obiettiva e lasciare al lettore un margine di giudizio. Ma dicendomi che questi ragazzi partecipano a rave illegali sfondandosi le orecchie e riempiendosi tutti quanti allegramente di droga in mezzo al fango che idea mi posso fare? Se l'articolo non mi facesse così ridere potrebbe sembrarmi lievemente di parte. E magari mi potrebbe anche far sorgere il sospetto che sia un articolo che non deve informare ma generare un'idea preconfezionata in chi legge. Tanto è facile no? Gli ingredienti ci sono tutti: il bosco di notte, l'illegalità, l'alcol, la droga e la musica che pompa ad alto volume. E poi è così comodo scriverci sopra un pezzo: essendo nel bosco o in fabbriche dismesse non si rischiano fastidiose querele dai titolari di locali alla moda; non essendo autorizzati da carte bollate e permessi comunali i rave si possono definire tranquillamente "illegali" che fa sempre il suo effetto; non essendo frequentati da politici non c'è rischio e si può tranquillamente scrivere qualsiasi cosa che tanto nessuno protesterà in modo rumoroso. Ma si dài Ambra, spariamo sui ravers, la nuova frontiera dell'inchiesta italiana. Tanto non ci sentono più a forza di stare "a due dita dalle casse e dai diffusori di techno".
- Articolo completo
- Foto (pronti per roba veramente impressionante?)
- Articolo completo
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giovedì 8 maggio 2008
Elogio del Borderline
Dedicato a tutti gli irregolari
Siamo alieni che non conoscono la lingua
Pecorelle smarrite e maliziose
Casi molto umani e fieramente irrecuperabili
Perché tornare indietro se qui si sta così bene?
Preferiamo il buffet agli invitati
E la persona al suo vestito
E' per questo che ti guardiamo negli occhi
E' per questo che ti ascoltiamo quando parli
Ed è per questo che hai paura, vero?
Schegge rinsavite che giocano con le pozzanghere
Esemplari senza codice né proprietario
Gli ombrelli non si usano
Perché la pioggia è un regalo
Sai che differenza c'è tra Oggi e Domani?
La stessa che c'è tra Imprevisto e Imprevedibile
Non firmiamo contratti finché morte non vi separi
Non puliamo la casa dimenticando di pulire il corpo
Non rinunciamo a noi per avere un salotto con vista autostrada
E il sesso ci piace perché siamo giocosi
E il cibo ci piace perché siamo golosi
Re senza corona
Ogni cosa ci appartiene
La paura non fa paura
E la paura di lasciarsi non è la ragione che ci tiene insieme
La distanza da chi amiamo rende solo la nostra casa più grande
Perchè la nostra casa non sono le pareti
E questa sera è speciale
Perché questa sera
Sta avvenendo ora
E noi siamo qui
Siamo alieni che non conoscono la lingua
Pecorelle smarrite e maliziose
Casi molto umani e fieramente irrecuperabili
Perché tornare indietro se qui si sta così bene?
Preferiamo il buffet agli invitati
E la persona al suo vestito
E' per questo che ti guardiamo negli occhi
E' per questo che ti ascoltiamo quando parli
Ed è per questo che hai paura, vero?
Schegge rinsavite che giocano con le pozzanghere
Esemplari senza codice né proprietario
Gli ombrelli non si usano
Perché la pioggia è un regalo
Sai che differenza c'è tra Oggi e Domani?
La stessa che c'è tra Imprevisto e Imprevedibile
Non firmiamo contratti finché morte non vi separi
Non puliamo la casa dimenticando di pulire il corpo
Non rinunciamo a noi per avere un salotto con vista autostrada
E il sesso ci piace perché siamo giocosi
E il cibo ci piace perché siamo golosi
Re senza corona
Ogni cosa ci appartiene
La paura non fa paura
E la paura di lasciarsi non è la ragione che ci tiene insieme
La distanza da chi amiamo rende solo la nostra casa più grande
Perchè la nostra casa non sono le pareti
E questa sera è speciale
Perché questa sera
Sta avvenendo ora
E noi siamo qui
37
Una piccola candela sul tavolo
e guardarsi intorno in una sera di maggio.
La vita è il più bel posto dove vivere.
e guardarsi intorno in una sera di maggio.
La vita è il più bel posto dove vivere.
domenica 27 aprile 2008
Il fiore di un attimo
L'acqua si tinse del colore dell'inchiostro
Ed il sentire si confuse con un po' di umidità
Le piccole mosche arrivarono di notte
Cercavano distrazione per iniettare nero umore
Raffinato è il macchinario, indifesa la delicatezza
Senza far rumore sfruttano la stanchezza
Volano indisturbate nella mente di velluto
E ciò che fai diventa ciò che non vorresti fare
Ciò che mangi ciò che non vorresti mangiare
Ciò che dici ciò che non vorresti dire
Spostai l'attenzione sulla mia mano che afferrava un libro
L'alibi è la scusa di una scusa
La stretta tra la bocca dello stomaco e il diaframma
E mi accorsi di me
Mi accorsi di te
Io non ho mai regalato fiori
La mano afferra il libro ma non lo comprerà
Questa sera ho petali arancioni per te
Lascio che accada
E servo cibo insipido alla rabbia
Il tuono non è il temporale
E la pioggia mi servirà per tenerti abbracciata più forte di così
Naturale come il respiro, le dita e il suono del cuore
C'è tutto il tuo sguardo nel tuo guardare
E mi addormento così
Mettendo il naso nel tuo orecchio
domenica 20 aprile 2008
Appunti psicoacustici #2
Cosa: Reckoner, Radiohead
Dove: Milano, Parco Nord
Quando: Martedì, ore 9.40, Aprile
Note: Piove sui vetri, le macchine sollevano acqua, sfumature di umidità, un ciclista pedala senza tenere le mani sul manubrio, il punto che collega la ruota al semiasse, non sembra luce solare, non sembra rumore
Dove: Milano, Parco Nord
Quando: Martedì, ore 9.40, Aprile
Note: Piove sui vetri, le macchine sollevano acqua, sfumature di umidità, un ciclista pedala senza tenere le mani sul manubrio, il punto che collega la ruota al semiasse, non sembra luce solare, non sembra rumore
lunedì 14 aprile 2008
Buon Giorno
Le tende vestono di bianco il vento
come latte al sole del mattino.
Il sacro è in una tazza,
in un biscotto,
la goccia in un bicchiere.
Frutta gialla in succo,
petali di cereale,
fermenti in latino
e miscele colombiane.
Ciò che mangio
proviene dalla Storia.
La tavola è una meraviglia
e 'Buongiorno!'
dicono gli occhi
allo sbocciare del tuo sorriso.
Altrove non esiste,
e ciò che ho è qui.
Metto in frigo le cose colorate
e vedo le ossa piccole della mano
illuminate.
come latte al sole del mattino.
Il sacro è in una tazza,
in un biscotto,
la goccia in un bicchiere.
Frutta gialla in succo,
petali di cereale,
fermenti in latino
e miscele colombiane.
Ciò che mangio
proviene dalla Storia.
La tavola è una meraviglia
e 'Buongiorno!'
dicono gli occhi
allo sbocciare del tuo sorriso.
Altrove non esiste,
e ciò che ho è qui.
Metto in frigo le cose colorate
e vedo le ossa piccole della mano
illuminate.
sabato 22 marzo 2008
Caro Presidente del mio Paese...
L'altro ieri ho sentito per radio la dichiarazione che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha rilasciato in Cile durante una conferenza stampa. Questa è la sua dichiarazione:
"Sentiamo che c'è una difficoltà di comprensione della politica: c'è il distacco, c'è anche un elemento di pregiudizio - sia chiaro - nei confronti della politica, abbondantemente inoculato anche da cose che si leggono qua e là e che rappresentano il Parlamento, diciamo, come una specie di corporazione di fannulloni avidi. Se questo è il Parlamento, forse ci sarà chi penserà - voglio sperare, non l'autore di quegli articoli - che il Parlamento tanto vale chiuderlo."
Cinque minuti fa ho spedito al Presidente della Repubblica la lettera che allego qui sotto:
Caro Presidente del mio Paese,
L’altra mattina ho sentito per radio la Sua dichiarazione dal Cile sulla disaffezione che gli italiani sembrano maturare nei confronti della politica e delle sue istituzioni. In quella dichiarazione Lei sosteneva che ci sono persone che disegnano i parlamentari come una “corporazione di fannulloni avidi” e qualcuno potrebbe anche pensare, per questo, che il Parlamento tanto varrebbe chiuderlo. Ora, evito il solito tono da imbalsamato rispetto con cui la gente si rivolge a Lei che tutto sembra tranne il comunicare con una persona in carne ossa e cuore e arrivo subito al dunque. Io trovo che Lei sia riuscito con questa dichiarazione a toccare la superficie di un problema molto grave perdendo l’occasione di dire qualcosa di storico. La Sua frase è un involucro attraente che non contiene nulla. E’ ovvio che pensare di chiudere il Parlamento sia qualunquismo, ma non è altrettanto evidente che il riportare un pour parler da bar (“corporazione di fannulloni avidi”) come fondamento di una reazione qualunquista (chiusura del Parlamento) sia anch’esso qualunquismo? E’ possibile che Lei, come mio Presidente, non entri nel merito delle cose? E’ possibile che si lasci ingabbiare da questo ruolo istituzionale del “meno dico e meglio è” e non esprima un solo giudizio sull’evidente ingiustizia che ogni giorno ci viene propinata come politica? E’ giusto secondo Lei che i Parlamentari italiani siano tra i politici più pagati d’Europa? E’ giusto secondo Lei che i Parlamentari italiani maturino in pochissimo tempo pensioni imbarazzanti? E’ giusto secondo Lei che i Parlamentari italiani e relativi parenti godano di privilegi che il cittadino nemmeno si sogna? Lei pensa che questo sia qualunquismo o un problema reale? E se pensa che sia un problema perché non ne parla con la giusta dose di incazzatura che mi aspetterei dal massimo rappresentante del mio Paese? Io trovo che sia semplicemente una vergogna. E Lei anziché entrare nel merito della questione cosa fa? Parla di “comprendere le ragioni di disaffezione e di disincanto per gettare un ponte di dialogo soprattutto con le nuove generazioni". Ma di cosa sta parlando? Prima di pensare alle nuove generazioni pensi alle persone che tra pochi giorni saranno chiamate ad onorare il rito della democrazia con il proprio voto e provano una senso di disgusto verso chi da decenni siede in Parlamento ed oggi, sui cartelloni pubblicitari, propone progetti che in tutti questi decenni non è stato in grado di realizzare. Obiettivamente, è serio tutto questo? E’ serio farsi rappresentare da una classe politica che ha permesso si verificasse una situazione come quella della spazzatura a Napoli, la sua città? E’ serio farsi rappresentare da chi, nel tempio della laicità di uno stato laico, il Parlamento, dice che si fa ispirare nelle sue scelte di voto da una religione? E’ serio farsi rappresentare da chi ad ogni referendum propone il mare come alternativa possibile? E’ tutto sotto gli occhi di tutti, Presidente. Anche i Suoi. Queste sono le curiose ragioni di disaffezione, non il risultato di qualche articolo sopra le righe. Sa cosa penso io? Penso che la rappresentatività sia un concetto molto semplice: per diventare rappresentativo della società italiana il Parlamento dovrebbe quantomeno essere un campionamento fedele della società stessa. Le pare che il nostro Parlamento lo sia? Non le sembra anormalo che nel mio e nel Suo Paese le donne non rappresentino il 50% dei parlamentari ma una timida proporzione da riserva indiana? E se è vero che la percentuale dei lavoratori precari o a tempo determinato è ormai enorme, dove sono in Parlamento? E se gli stipendi dei parlamentari fossero calibrati sulla mediana (badi bene, la mediana non la media) degli stipendi italiani, non sarebbe più onesto? Il vero beneficio al mio e al Suo Paese può venire solo da scelte che colpiscono al cuore questo sistema che prende in giro le stesse persone che lo finanziano: noi. In molti stati europei tutto questo è norma e non follia qualunquista. Si esprima pubblicamente su questo, Presidente. Parli di ciò che è reale, di ciò che lei sa bene, di ciò che questo Paese sente. Un’ultima cosa: quando era Presidente della Repubblica Sandro Pertini io ero piccolo però mi piaceva quando parlava in televisione e capivo quello che diceva perché le stesse cose le dicevano a casa i miei genitori. Si arrabbiava se c’era da arrabbiarsi e dava la sensazione di sentire quello che succedeva in Italia. Faccia anche lei così, Presidente. Si arrabbi, perché se non lo fa Lei oggi, domani lo farà qualcun’altro e sarà tornare al buio della violenza che non sente ragioni. Un saluto da chi la considera, prima di tutto, una persona che vive e sente questo Paese.
PS: se Lei o chi per Lei leggesse questa mail e volesse rispondere con modelli precompilati o con frasi rassicuranti e paterne, per favore, lasci perdere. Non mi risponda perché non ho bisogno di questo.
"Sentiamo che c'è una difficoltà di comprensione della politica: c'è il distacco, c'è anche un elemento di pregiudizio - sia chiaro - nei confronti della politica, abbondantemente inoculato anche da cose che si leggono qua e là e che rappresentano il Parlamento, diciamo, come una specie di corporazione di fannulloni avidi. Se questo è il Parlamento, forse ci sarà chi penserà - voglio sperare, non l'autore di quegli articoli - che il Parlamento tanto vale chiuderlo."
Cinque minuti fa ho spedito al Presidente della Repubblica la lettera che allego qui sotto:
Caro Presidente del mio Paese,
L’altra mattina ho sentito per radio la Sua dichiarazione dal Cile sulla disaffezione che gli italiani sembrano maturare nei confronti della politica e delle sue istituzioni. In quella dichiarazione Lei sosteneva che ci sono persone che disegnano i parlamentari come una “corporazione di fannulloni avidi” e qualcuno potrebbe anche pensare, per questo, che il Parlamento tanto varrebbe chiuderlo. Ora, evito il solito tono da imbalsamato rispetto con cui la gente si rivolge a Lei che tutto sembra tranne il comunicare con una persona in carne ossa e cuore e arrivo subito al dunque. Io trovo che Lei sia riuscito con questa dichiarazione a toccare la superficie di un problema molto grave perdendo l’occasione di dire qualcosa di storico. La Sua frase è un involucro attraente che non contiene nulla. E’ ovvio che pensare di chiudere il Parlamento sia qualunquismo, ma non è altrettanto evidente che il riportare un pour parler da bar (“corporazione di fannulloni avidi”) come fondamento di una reazione qualunquista (chiusura del Parlamento) sia anch’esso qualunquismo? E’ possibile che Lei, come mio Presidente, non entri nel merito delle cose? E’ possibile che si lasci ingabbiare da questo ruolo istituzionale del “meno dico e meglio è” e non esprima un solo giudizio sull’evidente ingiustizia che ogni giorno ci viene propinata come politica? E’ giusto secondo Lei che i Parlamentari italiani siano tra i politici più pagati d’Europa? E’ giusto secondo Lei che i Parlamentari italiani maturino in pochissimo tempo pensioni imbarazzanti? E’ giusto secondo Lei che i Parlamentari italiani e relativi parenti godano di privilegi che il cittadino nemmeno si sogna? Lei pensa che questo sia qualunquismo o un problema reale? E se pensa che sia un problema perché non ne parla con la giusta dose di incazzatura che mi aspetterei dal massimo rappresentante del mio Paese? Io trovo che sia semplicemente una vergogna. E Lei anziché entrare nel merito della questione cosa fa? Parla di “comprendere le ragioni di disaffezione e di disincanto per gettare un ponte di dialogo soprattutto con le nuove generazioni". Ma di cosa sta parlando? Prima di pensare alle nuove generazioni pensi alle persone che tra pochi giorni saranno chiamate ad onorare il rito della democrazia con il proprio voto e provano una senso di disgusto verso chi da decenni siede in Parlamento ed oggi, sui cartelloni pubblicitari, propone progetti che in tutti questi decenni non è stato in grado di realizzare. Obiettivamente, è serio tutto questo? E’ serio farsi rappresentare da una classe politica che ha permesso si verificasse una situazione come quella della spazzatura a Napoli, la sua città? E’ serio farsi rappresentare da chi, nel tempio della laicità di uno stato laico, il Parlamento, dice che si fa ispirare nelle sue scelte di voto da una religione? E’ serio farsi rappresentare da chi ad ogni referendum propone il mare come alternativa possibile? E’ tutto sotto gli occhi di tutti, Presidente. Anche i Suoi. Queste sono le curiose ragioni di disaffezione, non il risultato di qualche articolo sopra le righe. Sa cosa penso io? Penso che la rappresentatività sia un concetto molto semplice: per diventare rappresentativo della società italiana il Parlamento dovrebbe quantomeno essere un campionamento fedele della società stessa. Le pare che il nostro Parlamento lo sia? Non le sembra anormalo che nel mio e nel Suo Paese le donne non rappresentino il 50% dei parlamentari ma una timida proporzione da riserva indiana? E se è vero che la percentuale dei lavoratori precari o a tempo determinato è ormai enorme, dove sono in Parlamento? E se gli stipendi dei parlamentari fossero calibrati sulla mediana (badi bene, la mediana non la media) degli stipendi italiani, non sarebbe più onesto? Il vero beneficio al mio e al Suo Paese può venire solo da scelte che colpiscono al cuore questo sistema che prende in giro le stesse persone che lo finanziano: noi. In molti stati europei tutto questo è norma e non follia qualunquista. Si esprima pubblicamente su questo, Presidente. Parli di ciò che è reale, di ciò che lei sa bene, di ciò che questo Paese sente. Un’ultima cosa: quando era Presidente della Repubblica Sandro Pertini io ero piccolo però mi piaceva quando parlava in televisione e capivo quello che diceva perché le stesse cose le dicevano a casa i miei genitori. Si arrabbiava se c’era da arrabbiarsi e dava la sensazione di sentire quello che succedeva in Italia. Faccia anche lei così, Presidente. Si arrabbi, perché se non lo fa Lei oggi, domani lo farà qualcun’altro e sarà tornare al buio della violenza che non sente ragioni. Un saluto da chi la considera, prima di tutto, una persona che vive e sente questo Paese.
PS: se Lei o chi per Lei leggesse questa mail e volesse rispondere con modelli precompilati o con frasi rassicuranti e paterne, per favore, lasci perdere. Non mi risponda perché non ho bisogno di questo.
mercoledì 19 marzo 2008
David Bowie's chunk #1
And when I get excited
My little china girl says
Oh baby just you shut your mouth
She says... sh-sh-shhh
(David Bowie, China Girl, EMI 1983)
My little china girl says
Oh baby just you shut your mouth
She says... sh-sh-shhh
(David Bowie, China Girl, EMI 1983)
domenica 16 marzo 2008
La regola
Sembra che nasca da un gomitolo di nuvole,
per svanire nelle note di un attacco di basso.
Gli alberi lungo il crinale,
la strada che ho davanti.
Auto che seguono le auto.
Sta per arrivare
con tutti i suoi colori.
La pelle è il sesto senso.
Il pensiero può toccare solo
ciò che è già passato.
L'esplodere violento del giallo di forsythia.
L'offrirsi voluttuoso di magnolie appena schiuse.
E nell'aria l'erotismo del risveglio,
la pancia degli uccelli,
l'azzurro prepotente
che quasi mi fa male.
Ed è sentire mentre sento.
Perché sentire è lasciar che accada.
Il bello è la regola.
Fai attenzione.
per svanire nelle note di un attacco di basso.
Gli alberi lungo il crinale,
la strada che ho davanti.
Auto che seguono le auto.
Sta per arrivare
con tutti i suoi colori.
La pelle è il sesto senso.
Il pensiero può toccare solo
ciò che è già passato.
L'esplodere violento del giallo di forsythia.
L'offrirsi voluttuoso di magnolie appena schiuse.
E nell'aria l'erotismo del risveglio,
la pancia degli uccelli,
l'azzurro prepotente
che quasi mi fa male.
Ed è sentire mentre sento.
Perché sentire è lasciar che accada.
Il bello è la regola.
Fai attenzione.
martedì 11 marzo 2008
TV e l'insostenibile pesantezza del nulla
RAI 2: X Factor. Solito format. Emozionale, stile americano tutto energia, luci flashanti e pubblico che ulula. Poi arrivano loro, i protagonisti. I giovani che cantano! Che bello, il giovane che canta le canzoni famose. Mica le sue. E' come essere all'oratorio. Dai che cantiamo tutti insieme! E io mi sento seduto in fondo al pullman durante la gita delle medie. Che c'era sempre uno che andava a judo. Che bello, dai che cantiamo! Il montaggio è roba seria. C'è tutto: il backstage con i giovani seduti sullo schienale del divano che dicono frasi fuori contesto; la preview sulla vita del cantante che ha sempre ragioni eroiche per cantare ("è una donna metalmeccanico" oppure "sono del salento", bah); la ripresa sugli occhi e la posa di sfida degna di Mazinga Z con tanto di cuore pulsante in sottofondo. A un certo punto presentano un tipo dicendo che ha preso tanti calci in faccia (!) dal mercato discografico ed è stato penalizzato solo dal suo aspetto. Porca vacca chi sarà mai! Mi aspetto un alternativo di quelli cazzuti, un tripode senza occhi, un mostro con due palle così e chi ti entra? Un tipo un po' grasso col cappello di lana. "Ho perso pure venticinque chili". E io me lo vedo 'sto ragazzo che rinuncia alla pastiera di mamma perché deve sfondare, perché deve andare su RAI 2 a cantare metà canzone che pietrifica i maroni. Questa è gavetta. Questo è il sacro fuoco dell'arte. E poi si piange! Ma quanto se piagne! E quella che parla a sua madre. E quello che parla a suo padre. E quello che parla a sua figlia. E piange la mamma, la zia, la nonna anziana e pure quella seduta lì vicino che manco li conosce però...già che c'è...un pianterello...ma si dai che te frega. E gli sguardi dei giovani. In questo momento stanno inquadrando uno di un gruppo che sembra un bovino. Tutto corrucciato pare che il suo lessico sia composto solo dalle parole "cibo", "cacca", "donna", "sgrunt". Ma che bello cantare! E che bella la gioventù! Ma vogliamo parlare del presentatore? DJ Francesco cresimando? No non ne parliamo. Parliamo però dei giudici di gara. Una non la conosco ma sembra un incrocio tra Iva Zanicchi e mia zia. L'altra è la Ventura che s'impegna a dire cose sentite ma non ce la fa. E poi lui. La sorpresa della serata. Morgan. Moooorgaaaannn!!! Quello dei Bluvertigo? Quello che sa suonare bene tutto? Quello che scrive poesie e incide album solisti anche belli? Quello che sembrava fuori da tutto questo showbiz genere amateur in salsa di Furore? Si. C'è dentro anche lui. E si trova a suo agio in questo psicodramma dove non capisci se ti stanno prendendo in giro o si stanno prendendo in giro tra loro. Lo spettacolo non contiene nulla. Solo luci, colori, lacrime e stati d'animo a comando. Ora piangi. Ora ridi. Stop. Ancora. Basta così. Puoi andare. E un bell'applausooo. La sensazione è quella che avevo quando da bambino andavo in chiesa e c'erano giovani con evidenti scompensi ormonali - non avevano mai la barba - che suonavano la chitarra e cantavano beati durante la messa. Alla seconda canzone, io undicenne, pensavo in quanti modi si potesse usare quella chitarra in modo improprio, e del tutto illegale, per farli smettere. Oh! Che peccato. Involontariamente ho spento la tv. E vabbè, dai. Non sarà per un'altra volta.
domenica 9 marzo 2008
Federico
Fede si fa chiamare cinghiale.
Fede parla di sesso battendo forte la mano sul tavolo.
Fede conosce tante persone.
Poche persone conoscono Fede.
Io e Fede camminiamo la notte sui Navigli.
Io e Fede sappiamo cos'è un patator.
Io e Fede rubiamo pasticcini alle feste altrui.
Io e Fede mangiamo Sacher sul marciapiede.
Io e Fede nutriamo ciò che amiamo.
Fede è odiato dai cani.
Fede ha lo zaino dell'Invicta che pesa quanto un vitello.
Fede tiene il marsupio sulla spalla.
Fede in casa porta occhiali da bambino.
Fede, per un istante, ti guarda come un bambino.
Fede tornò dalla cucina con un pacchetto di stagnola per me.
"E' metà torta che mi ha fatto mia mamma".
Fede non dimentica.
Fede non è per tutti.
Fede è mio amico.
E io ne sono felice.
PS: ...e se solo cambi di una virgola ti dò un sacco di botte.
domenica 2 marzo 2008
194
venerdì 15 febbraio 2008
Il frutto
Dal frutto del mio albero
è nato il ramo
che sottile è germogliato
in un ramo più robusto.
Dal ramo più robusto
è nato il fusto
che nella terra
ha sentito il suo richiamo.
Non dalla luce.
Non dal colore.
Ma da ciò che non si vede
nasce il misterioso fiore.
Ora da qui, seduto sul divano,
vedo la montagna.
C'è neve sulle cime
e calore nella casa.
Il mistero è nelle radici,
la forza nel fusto,
la magia nelle foglie,
la poesia nel fiore,
la gioia nel frutto.
Come l'albero trasforma in zucchero la luce
tu dell'attimo regali il suo scoprire.
Tu sei il fiore da cui nasce il frutto del mio sentire.
è nato il ramo
che sottile è germogliato
in un ramo più robusto.
Dal ramo più robusto
è nato il fusto
che nella terra
ha sentito il suo richiamo.
Non dalla luce.
Non dal colore.
Ma da ciò che non si vede
nasce il misterioso fiore.
Ora da qui, seduto sul divano,
vedo la montagna.
C'è neve sulle cime
e calore nella casa.
Il mistero è nelle radici,
la forza nel fusto,
la magia nelle foglie,
la poesia nel fiore,
la gioia nel frutto.
Come l'albero trasforma in zucchero la luce
tu dell'attimo regali il suo scoprire.
Tu sei il fiore da cui nasce il frutto del mio sentire.
venerdì 1 febbraio 2008
Fiori di vetro
Nei giorni sempre uguali,
nella discussione evitata,
nell'abbraccio abituato,
nell'amore non amato,
la disperazione si traveste di quiete.
Ma i fiori di vetro
non hanno profumo
e un mostro si nasconde
in ciò che resta immobile.
nella discussione evitata,
nell'abbraccio abituato,
nell'amore non amato,
la disperazione si traveste di quiete.
Ma i fiori di vetro
non hanno profumo
e un mostro si nasconde
in ciò che resta immobile.
sabato 12 gennaio 2008
Persone bizzarre
Conosco persone bizzarre. Nulla di loro attira l'attenzione, ma sono strane. I maschi tendono a restare abbastanza anonimi, le femmine invece spesso si riconoscono nel loro stato di non-divertimento e gradiscono condividerlo formando gruppi molesti e pigolanti di mal comune mezzo gaudio. Intervenire nelle discussioni di questi gruppi di auto-aiuto esistenziale senza farne parte è sempre molto rischioso: ogni cosa tu dica sei sempre inadeguato. "Parli così perché non sei sposato", "Ti comporti così perché non hai i figli", "La fai facile tu che non hai responsabilità" e via di questo passo. Generalmente amano parlare dei loro quasi-mariti o mariti conclamati come farebbero delle tutrici di invertebrati. Tutte eccitate si scambiano avvincenti aneddoti sulla pulitura dei vetri delle finestre e sui pranzi con suoceri e nipotini come se avessero appena corso in macchina - e vinto - contro Vin Diesel. Ma il massimo lo raggiungono quando parlano dei preparativi del grande evento: il matrimonio. Il matrimonio è visto come fosse un merito. Il raggiungimento dell'obiettivo. L'auto-evidente esempio di maturità conquistata. E in effetti quando si sposano qualcosa cambia. Svanisce in loro la voglia di piacere. E' come se il vincolo ufficiale diventasse l'unica ragione dello stare insieme. Prende il posto dell'attrazione reciproca e si assiste, anche da un giorno all'altro, all'imbruttimento progressivo. Io li vedo sui treni, sulle metropolitane, al lavoro questi mariti maleodoranti e queste mogli decadenti. Ma perchè si riducono così? Nei loro occhi non c'è più traccia di divertimento. Perché è passata l'idea che per essere persone adulte si debba smettere di divertirsi? Perché si pensa che la noia sia un inevitabile destino ed il sopportarla una virtù da coltivare? Ti guardano coi loro occhi vacui e ti parlano - quando ti parlano - con tono di paziente comprensione. Ti fanno vedere le loro foto delle vacanze nei villaggi turistici, ti raccontano aneddoti noiosissimi di vita vissuta e dopo un po' cominci ad avere il dubbio che il marziano sia tu. Se poi c'è una cosa che davvero mi innervosisce è l'album del matrimonio. Stanno lì, i due sposi, immortalati in pose napoleoniche mentre spuntano da un cespuglio oppure informali e gaudenti mentre lei ride e lui l'abbraccia con la passione di un attore porno che quel giorno non c'ha proprio voglia. E poi i bambini che la sposa guarda in previsione materna mentre loro, nani da giardino vestiti di bianco, si mangiano voraci i fiori degli addobbi. E poi non ho mai capito perché lo sposo si fa venire sfoghi da contaminazione radioattiva sul collo. Ma è possibile che proprio quel giorno debba decidere di andare dal barbiere che userà immancabilmente soda caustica come dopobarba? Ma tutto questo non è imbarazzante? E' possibile che si trovi bello un album dove due persone mettono in ridicolo i propri sentimenti riducendoli a caricatura? E' questo che vogliono ricordare negli anni a venire? La risposta, più o meno conscia, è sempre la stessa: "si fa perché lo fanno tutti". Che persone bizzarre.
domenica 6 gennaio 2008
La manutenzione del dire
L'altro giorno ero in autostrada ed ascoltavo una frequenza Rai. Ad un certo punto annunciano il collegamento con un colonnello che presiede qualche ufficio per il controllo viabilità autostradale. Questo parte e parla per un quarto d'ora liquidando la ragione fondante del suo intervento in una frase ("Per fortuna ha smesso di nevicare in Piemonte") per poi proseguire con gli avvertimenti da consumato pilota ("Se nevica consiglio di mettere le catene"), da tecnico sopraffino ("Con le gomme sgonfie la macchina va peggio") e concludere con quelli da minaccioso patriarca ("Raccomando vivamente che prima della partenza la macchina sia ben equipaggiata". Un estintore? Un cd di Biagio Antonacci? Una fiocina? Una porchetta col limone in bocca? Cosa cavolo ci devo mettere in una macchina perché sia "ben equipaggiata"?! Non l'ha detto...). E' stato estenuante. Non la smetteva più di ripetere le stesse cose. Questo colonnello poteva ridurre il suo intervento a quindici secondi esatti ma ha riempito il silenzio di nulla per quindici minuti. Io volevo sapere qualcosa sulla viabilità e alla fine ero concentrato - e preoccupato - su quanto fosse "ben equipaggiata" la mia auto. Il problema è che questo lo si può riscontrare sempre se si fa un po' di attenzione. Si è letteralmente immersi in un oceano di parole: dibattiti, approfondimenti, telegiornali, pubblicità... E tante più parole vengono prodotte nell'unità di tempo tanto più risulta difficile trovare osservazioni originali. Ma non voglio parlare di questo. Voglio parlare invece di un effetto secondario che mi sembra ancora più grave: a forza di usarla la parola è diventata il fine ultimo di sè stessa. Oggi se pensi che qualcosa sia sbagliato, se pensi che qualcosa non funzioni non ti devi preoccupare: qualcuno parlerà in televisione a lungo di qualcosa d'altro - magari in termini allarmistici - e tu ti dimenticherai presto del tuo problema. Se proprio non riescono a farti dimenticare il tuo problema ti dimostreranno che nel mondo esistono altri problemi più importanti, più gravi, addirittura irrisolvibili. E tu stai ancora a pensare al tuo problema? Si è ridotto il concetto di stato democratico a luogo dove è possibile dire ciò che si vuole e non di luogo dove si fanno scelte di interesse comune basandosi sulla volontà della maggioranza dei cittadini. Basta il semplice dire per fare respirare a tutti aria di democrazia. Non conta molto quello che tutti i giorni hai davanti agli occhi, non ti fa più arrabbiare quello che vedi, ciò che conta oggi è il sapere che qualcuno in televisione o sui giornali sta parlando di qualcosa. Per capillarità, come una membrana cominci ad assorbire idee che arrivano chissà da dove e quasi ti vergogni se non ti appassionano i particolari dell'ultimo delitto in famiglia già sulla bocca di tutti. Piano piano ti crei un senso civico che non è più tuo ma è perfetto per sorbire efficientemente questa informazione che alimenta se stessa. Questo genera un effetto calmante in chi ascolta: ci si sente al sicuro e parte di una stessa comunità che ride alle stesse battute, usa le stesse parole e si convince di sentire le stesse cose. E' sufficiente vedere in televisione gente dal linguaggio convincente per sentirsi in qualche modo tutelati, per pensare che senza dubbio c'è qualcuno che sta lavorando per noi ed avrà sicuramente la situazione sotto controllo.
Io credo che il difficile delle cose non sia parlarne. La parte davvero difficile è la manutenzione. Perché manutenere significa avere cura ed avere cura significa sentirsi coinvolti, far parte di qualcosa e quindi esserne responsabili. E la manutenzione del dire è il fare. Tu puoi presentarti come la persona più convincente del mondo ma se il tuo passato è costellato di scelte non fatte, problemi lasciati ammuffire, paure non affrontate per pigrizia o vigliaccheria, tutto questo non farà che di te una persona poco seria. Sotto la lente rigorosa del fare le parole si sbriciolano, persone magnetiche e dal linguaggio efficace si trasformano in miserabili e persone su cui non avresti mai scommesso nulla, magari solo per colpa della superficie e dell'apparenza, divengono degne della tua fiducia. Io cerco di fare ciò che dico perché lo ritengo un modo serio di comportarsi e perché mi fa sentire a mio agio col me stesso che mi ospita. E soprattutto è il miglior antidoto contro l'abitudine al degrado, alla supponenza ed alla miseria che ogni giorno vedo nel mio Paese che attende la fine dormendo sonni da tranquillante davanti alla tv accesa.
Io credo che il difficile delle cose non sia parlarne. La parte davvero difficile è la manutenzione. Perché manutenere significa avere cura ed avere cura significa sentirsi coinvolti, far parte di qualcosa e quindi esserne responsabili. E la manutenzione del dire è il fare. Tu puoi presentarti come la persona più convincente del mondo ma se il tuo passato è costellato di scelte non fatte, problemi lasciati ammuffire, paure non affrontate per pigrizia o vigliaccheria, tutto questo non farà che di te una persona poco seria. Sotto la lente rigorosa del fare le parole si sbriciolano, persone magnetiche e dal linguaggio efficace si trasformano in miserabili e persone su cui non avresti mai scommesso nulla, magari solo per colpa della superficie e dell'apparenza, divengono degne della tua fiducia. Io cerco di fare ciò che dico perché lo ritengo un modo serio di comportarsi e perché mi fa sentire a mio agio col me stesso che mi ospita. E soprattutto è il miglior antidoto contro l'abitudine al degrado, alla supponenza ed alla miseria che ogni giorno vedo nel mio Paese che attende la fine dormendo sonni da tranquillante davanti alla tv accesa.
mercoledì 26 dicembre 2007
Il bambino con il cervello al posto del cuore
Tra i medici di turno
il caso destò scalpore,
quel giorno nacque il bambino
con il cervello al posto del cuore.
Il primario borbottava
ed ai suoi occhi non credeva,
il bambino era normale
ma guardava tutti e non piangeva.
Gli anni passarono
senza grandi turbamenti
ma verso i diciott'anni
si manifestarono strani comportamenti.
Delle persone giudicava
il modo di vestire,
la visione delle cose,
la voglia di scoprire.
Della musica studiava
la vita dell'autore
così da poter sembrare
un fine conoscitore.
Del matrimonio lo preoccupava
il progetto e l'organizzazione,
la forma dei rubinetti,
le tovaglie per la colazione.
Del lavoro non pensava
al piacere personale
come se in quelle otto ore
l'uomo diventasse un animale.
Di Dio si fece un'idea
davvero particolare,
lo immaginava in cielo o chiuso in chiesa
sempre pronto a giudicare.
La sua logica stringente
lo convinse a teorizzare
che a Dio interessi il rito
e non il ridere o il danzare.
Questi discorsi tra la gente
destavano clamore.
Che volete, dopotutto era un ragazzo
col cervello al posto del cuore.
Ma un giorno una ragazza
gli accarezzò la mano
e lui sentì il calore delicato
di tutto ciò che è umano.
Il senso del sentire,
dell'iride il colore,
la curva della nuca
e di una lacrima il sapore.
E fu di nuovo il cielo, la neve,
la pioggia e il mare,
le cose che restano uguali
perché tu possa cambiare.
E d'un tratto si svegliò
in una notte silenziosa
abbracciato a quella ragazza
bella più della rosa più preziosa.
Capì che era solo un sogno
e non doveva aver timore.
Chi può vivere un solo giorno
con il cervello al posto del cuore?
E alla luce di quell'alba
restò a guardarle il viso,
le baciò una spalla e lei
gli regalò un sorriso.
il caso destò scalpore,
quel giorno nacque il bambino
con il cervello al posto del cuore.
Il primario borbottava
ed ai suoi occhi non credeva,
il bambino era normale
ma guardava tutti e non piangeva.
Gli anni passarono
senza grandi turbamenti
ma verso i diciott'anni
si manifestarono strani comportamenti.
Delle persone giudicava
il modo di vestire,
la visione delle cose,
la voglia di scoprire.
Della musica studiava
la vita dell'autore
così da poter sembrare
un fine conoscitore.
Del matrimonio lo preoccupava
il progetto e l'organizzazione,
la forma dei rubinetti,
le tovaglie per la colazione.
Del lavoro non pensava
al piacere personale
come se in quelle otto ore
l'uomo diventasse un animale.
Di Dio si fece un'idea
davvero particolare,
lo immaginava in cielo o chiuso in chiesa
sempre pronto a giudicare.
La sua logica stringente
lo convinse a teorizzare
che a Dio interessi il rito
e non il ridere o il danzare.
Questi discorsi tra la gente
destavano clamore.
Che volete, dopotutto era un ragazzo
col cervello al posto del cuore.
Ma un giorno una ragazza
gli accarezzò la mano
e lui sentì il calore delicato
di tutto ciò che è umano.
Il senso del sentire,
dell'iride il colore,
la curva della nuca
e di una lacrima il sapore.
E fu di nuovo il cielo, la neve,
la pioggia e il mare,
le cose che restano uguali
perché tu possa cambiare.
E d'un tratto si svegliò
in una notte silenziosa
abbracciato a quella ragazza
bella più della rosa più preziosa.
Capì che era solo un sogno
e non doveva aver timore.
Chi può vivere un solo giorno
con il cervello al posto del cuore?
E alla luce di quell'alba
restò a guardarle il viso,
le baciò una spalla e lei
gli regalò un sorriso.
domenica 23 dicembre 2007
Personal Jesus
Tutto non è ogni cosa
e viaggiare non è arrivare.
Il male non è il contrario del bene
e la vita non inizia nascendo.
Quante cose insegnate
per evitare di imparare.
Quante cose spiegate
per evitare di capire.
E tutto è ciò che sembra
se lo vedi per ciò che è.
E' nella pioggia che cade sui campi
per tornare al cielo
profumata di terra.
E' nella musica che ti cerca
per arrivare a ciò che sei.
E' nell'abbraccio che lega
ciò che non è mai stato diviso.
E' nel bacio che si nutre
lasciandosi mangiare.
Da quanto tempo non torni a casa?
La ricerca del controllo.
L'inganno della serenità.
La giustificazione della noia.
Abituarsi è smarrire per sempre.
Un piccolo strappo nel cielo di carta.
Fuori la pioggia è sottile.
e viaggiare non è arrivare.
Il male non è il contrario del bene
e la vita non inizia nascendo.
Quante cose insegnate
per evitare di imparare.
Quante cose spiegate
per evitare di capire.
E tutto è ciò che sembra
se lo vedi per ciò che è.
E' nella pioggia che cade sui campi
per tornare al cielo
profumata di terra.
E' nella musica che ti cerca
per arrivare a ciò che sei.
E' nell'abbraccio che lega
ciò che non è mai stato diviso.
E' nel bacio che si nutre
lasciandosi mangiare.
Da quanto tempo non torni a casa?
La ricerca del controllo.
L'inganno della serenità.
La giustificazione della noia.
Abituarsi è smarrire per sempre.
Un piccolo strappo nel cielo di carta.
Fuori la pioggia è sottile.
venerdì 14 dicembre 2007
Supermarket
Mi piace spingere il carrello nei supermercati. E' più forte di me. Se non ho il carrello mi viene voglia di spingere il carrello di qualcun'altro. E poi trovo geniale il sedile per il bambino che appare dal nulla come per magia. E' talmente essenziale come idea che esiste da quando ero piccolo e non è mai stata modificata. Non sono mai cambiati nemmeno i colori dei seggiolini: sempre arancioni o rossi, mai verdi o gialli o azzurri. Poi mi piace guardare i banchi della gastronomia con tutti quei salumi riposti sugli scaffali di legno. Mi piacciono meno i settori di caccia e pesca e quelli di elettronica dove ci sono pareti di televisori tutti sintonizzati sullo stesso canale. Lì mi viene un po' d'ansia. Ma se devo essere sincero, c'è un luogo del supermercato che odio. Un luogo dove regredisco allo stato rettile, divento competitivo e immancabilmente perdo la battaglia. Questo luogo è... la cassa. Eppure mi piace mettere le cose sul nastro trasportatore - tranne le bottiglie, che mi ostino a mettere in verticale e poi mi prendo un accidente ad ogni scossone - e vederle scorrere. Ma non divaghiamo. La vera ragione della mia ansia da cassa è legata ad una fase molto precisa: il riempimento sacchetti. Allora, io ho un ciuffo di sacchetti in mano e aspetto in fondo alla cassa che arrivino tutte le cose che ho comprato. Prima di tutto cerco di aprire il sacchetto ma i due malefici lembi di plastica restano bene attaccati tra loro. Una volta mi è venuta la brillante idea di soffiarci sopra per separarli ma dopo un po' sembravo un matto che cercava di gonfiare un sacchetto dell'Esselunga. Ma il riempimento è per me davvero la fase critica. Quando cominciano ad arrivare le cose dallo scivolo della cassa io cerco di imbustarle alla massima velocità e questo porta a due conseguenze spiacevoli. La prima è che non riesco mai ad impostare una gerarchia e le cose più delicate mi finiscono immancabilmente sotto quelle più pesanti e le bottiglie e i detersivi restano fuori perché non hanno più spazio. La seconda però è la peggiore: la cinica cassiera quando vede che io aumento la velocità di imbustamento si adegua ed aumenta anche lei la velocità di passaggio dei prodotti sulla fotocellula. E che cavolo, già sono incasinato con ragionamenti di incastri contro natura tra sottaceti e dentifricio e questa fattucchiera in divisa mi spara fuori nell'unità di tempo tutta questa roba?! Il risultato finale è che il mio scivolo è popolato da prodotti di ogni genere, la coda di persone che attende il proprio turno segue ogni mio movimento con attenzione e quella sadica di una cassiera mi fa lo sguardo tipo "sono stata più veloce io" e mi dice "faccia un po' di spazio, prego". E dove lo faccio lo spazio se mi hai sparso la roba ovunque che sembra sia scoppiata una bomba con tutto 'sto casino?! E poi, a mie spese, ho imparato che il dramma è sempre in agguato: ci sono delle bastardissime confezioni di plastica che agli angoli sono taglienti come rasoi e quando le metti nel sacchetto lo aprono in due. Ovviamente te ne accorgi solo alla fine quando le cose cominciano ad uscire di lato... a volte anche fuori dal supermercato, sul marciapiede. Allora mi sono detto, ma è tanto difficile sostituire le cassiere con delle macchine: tu metti le cose nella macchina e questa si occupa della lettura del codice a barre, dell'imbustamento e del pagamento via bancomat. Metti dentro oggetti ed escono ordinate buste già piene. Che bellezza! Allora questa sera per scrivere questo post sono andato a fare la spesa e arrivato alla cassa ho pensato adesso sto il più attento possibile per notare ogni singolo particolare, ogni singolo gesto. E la ragazza alla cassa che ti fa? In tanti anni di onorata incapacità di imbustamento non mi era mai successo. Questa mi guarda, mi fa un sorrisone e mi dice: "vuoi che i sacchetti te li riempia io?". Nooooooooooooo, e non mi devi dire così proprio questa sera che volevo dimostrare il sadismo della cassiera!! Porca vacca, in un attimo mi ha fatto tre sacchetti perfetti, un piccolo capolavoro di ingegneria strutturistica. E stavano pure in piedi da soli mentre i miei si afflosciano e mi rotola fuori sempre una bottiglia. Vabbè va, diciamo che le cassiere servono ancora. Quantomeno a sorprendermi.
sabato 1 dicembre 2007
Il nido
Nella testa,
nel petto,
nello stomaco,
nel ventre.
Il cuore è una linfa brillante
che dona tenerezza a ciò che è delicato.
Abbiamo gustato il gusto del sentire
e abbiamo sentito il gusto del gustare.
Piccole conchiglie sorprese dalla notte e dal mare.
Ogni cosa accade perché non può che accadere.
L'osso più sporgente della schiena
e dei tendini la tensione.
La forma esatta della mano
e del bacino l'articolazione.
Il labirinto dell'orecchio
e la lunghezza delle ciglia.
E il sentimento che si nasconde
dentro le gocce salate
di questa infinita meraviglia.
Condividere è lasciare entrare.
E d'un tratto sorridevi.
Piccoli rametti a costruire un nido.
nel petto,
nello stomaco,
nel ventre.
Il cuore è una linfa brillante
che dona tenerezza a ciò che è delicato.
Abbiamo gustato il gusto del sentire
e abbiamo sentito il gusto del gustare.
Piccole conchiglie sorprese dalla notte e dal mare.
Ogni cosa accade perché non può che accadere.
L'osso più sporgente della schiena
e dei tendini la tensione.
La forma esatta della mano
e del bacino l'articolazione.
Il labirinto dell'orecchio
e la lunghezza delle ciglia.
E il sentimento che si nasconde
dentro le gocce salate
di questa infinita meraviglia.
Condividere è lasciare entrare.
E d'un tratto sorridevi.
Piccoli rametti a costruire un nido.
giovedì 29 novembre 2007
Appunti psicoacustici #1
Cosa: Sparks, Royksopp
Dove: Milano, Corso Buenos Aires, uscita metropolitana P.ta Venezia, marciapiede destro
Quando: Sabato, ore 17.04, Novembre
Note: Cielo azzurro scuro, nuvole accese di rosa intenso, freddo pungente sul dorso delle mani, piccole folle ai semafori si muovono insieme, ragazzi camminano abbracciati
Dove: Milano, Corso Buenos Aires, uscita metropolitana P.ta Venezia, marciapiede destro
Quando: Sabato, ore 17.04, Novembre
Note: Cielo azzurro scuro, nuvole accese di rosa intenso, freddo pungente sul dorso delle mani, piccole folle ai semafori si muovono insieme, ragazzi camminano abbracciati
sabato 24 novembre 2007
I ciechi
Nota: in questo post non verrà mai usata la parola 'non-vedente'. Provate a chiamare una persona di colore 'non-bianco'...
Mi assegnarono ad un'associazione ciechi di Brescia. Il mio anno di servizio civile poteva così cominciare nella fulgida gloria della mia generosità. Il giovane teorico della solidarietà arrivò all'associazione una mattina che prometteva pioggia. Appena entrato vide persone che strisciavano lungo i muri palpando ogni interruttore, stipite o crepa come lucertole curiose. Una donna aveva il rossetto fuori dal contorno delle labbra e baffi di eye liner fino all'attaccatura dei capelli. Un uomo usciva dal bagno con una chiazza di urina rinsecchita sul davanti. Nei corridoi in penombra i bastoni bianchi, come antenne d'insetti, toccavano tutto ticchettando come contatori geiger. E la penombra. Le stanze avevano le tapparelle abbassate e chi stava dentro non accendeva mai la luce. Il mondo luminoso del giovane teorico della solidarietà era troppo piccolo per contenere anche questo mondo. I primi contatti sociali, imbarazzanti. Il giovane teorico della solidarietà salutava dicendo 'arrivederci'. Iniziava i discorsi con 'visto che bella giornata?'. Concludeva i discorsi con un bel 'vedremo'. Dopo una settimana lo coglieva il terrore ogni volta che un cieco gli rivolgeva la parola. Pensava tre volte prima di parlare, cercando di eliminare ogni riferimento alla luce, all'occhio, al vedere, con il risultato di rispondere sempre fuori tempo massimo. Il suo lessico si era ridotto a monosillabi e misteriosi suoni gutturali. Praticamente, una scimmia antropomorfa. Dopo due settimane il giovane teorico della solidarietà aveva una sola certezza: i ciechi gli stavano proprio antipatici. E lui lì dentro non ci voleva stare. Non era il posto giusto dove far brillare la sua incompresa generosità. La sua mansione era quella di riavvolgere i nastri delle cassette. Per chi non lo sapesse, il sistema Braille è tremendamente inefficiente perchè, per dare la possibilità al tatto di svolgere il ruolo della vista, fa diventare il verbale di una riunione condominiale grande quanto l'Enciclopedia Britannica. Per questo all'associazione i libri venivano letti da attori e registrati su cassetta. I ciechi si portavano a casa scatole nere piene di cassette e poi, una volta ascoltate, le rispedivano. Io dovevo riceverle, controllarle, sostituirle, riavvolgerle, catalogarle ed archiviarle. Una sera il giovane teorico della solidarietà accompagnò a casa Paolo, un giovane barbuto e loquace che rifiutava di usare il bastone. Andava in giro con le braccia distese davanti a sè a formare un angolo di 90 gradi con il corpo. A vederlo sembrava un sonnambulo. E cadeva. Se non cadeva, sbatteva. Ogni giorno aveva un livido o un graffio nuovo. Una volta mi raccontò di essere andato a Milano in piazza Duomo ed essere rovinosamente caduto sulle scale del sagrato. La scena era surrreale: mistica da lontanto e blasfema da vicino. Lui, povero cieco agli occhi dei più, stava lungo disteso al cospetto delle Sante Porte, ma anziché chiedere il miracolo bestemmiava come un camionista siberiano perché si era fatto un male cane. Paolo indossava camicie da taglialegna - era il suo trucco per non far vedere le macchie - ed era diplomato al conservatorio. Nella sua casa senza quadri e senza lampadine, passammo tutta la sera a parlare di Keith Jarrett e bere Beck's. Poi mi fece provare il suo pianoforte. Io schiacciai i tasti. Lui suonò.
Il giorno dopo in associazione, i ciechi mi sembravano un po' meno ciechi e un po' più persone. Con tutto quello che ne consegue. Ad esempio notai che se uno è cieco non è per questo necessariamente simpatico. Proprio come tra i vedenti, ci sono persone interessanti e meno interessanti. Sensibili e meno sensibili. Gentili e... rompipalle allucinanti. Insomma, come diceva Paolo, la commiserazione è davvero una pessima consigliera e il farsi commiserare è davvero una pessima idea. L'attenzione cominciava a spostarsi dalle categorie alle relazioni. E il giovane teorico della solidarietà, trasformato in scimmia antropomorfa dal letale virus del politicamente corretto, d'un tratto mi lasciò in pace. I miei verbi, i miei aggettivi, i miei modi di salutare tornarono quelli del vedente. Avevo smesso di ragionare da non-cieco. Cominciai semplicemente a parlare con tutti di tutto.
Un giorno l'associazione riuscì a finanziare l'acquisto di un furgone. Era stato recuperato da uno sfasciacarrozze ed aveva un'intrigante particolarità: era un vecchio furgone della Polizia. Avevano solo cancellato la scritta ma, con il suo azzurro-tristezza e il fascione bianco centrale, faceva ancora la sua bella figura. Dovevano ancora sistemarlo ma... avere un furgone della Polizia in bella mostra nel cortile... senza nessuno intorno... con le chiavi a disposizione nell'ufficio della segreteria... Bastò uno sguardo. Durante una pausa pranzo, io ed altri tre obiettori chiedemmo ai ragazzi chi volesse farsi un giro sul furgone della Polizia. Fu un plebiscito. Li caricammo tutti e partimmo per una Brescia assolata ed eccitante. L'aspetto che avevamo era molto particolare: indossavamo tutti gli occhiali da sole e facevamo un gran casino lì dentro. Potevamo essere giovani poliziotti impazziti in borghese o ladri del furgone della Polizia e, per questo, ugualmente pazzi. Ad uno dei ragazzi venne l'idea della volgarità in sharing: appena vedevamo una ragazza per strada dovevamo descrivergliela velocemente e lui, sporgendosi dal finestrino, le esternava con dovizia di particolari tutte le sue più intime fantasie urlando come un ossesso. Per profondità del dettaglio e rapidità creativa era davvero un genio. L'unico problema era che tendeva ad essere un po' lungo e spesso si ritrovava a proporre incontri orgiastici a centraline telefoniche, alberelli e cartelloni pubblicitari. Nel mitico furgone si era ormai perso il controllo, quando ad un semaforo si fermò accanto a noi una macchina nera con alla guida Evaristo Beccalossi. Appena avvisati, tutti i ragazzi misero la testa fuori e cominciarono ad urlare "il Beccaaaaa!!!". Beccalossi vide questa distesa di occhi che guardavano ovunque tranne che dalla sua parte, sollevò un sopracciglio, poi una mano e poi sparì all'orizzonte lasciandosi alla spalle un indimenticabile "il Beccaaaaa!!!". Tornammo all'associazione che ancora non era arrivato nessuno. Ovviamente non poteva finire tutto così ed organizzammo nella stanza del pianoforte un'improbabile partita di calcio. La palla erano decine di fogli A4 tenuti insieme da nastro isolante e le squadre erano miste. Non ho mai preso tanti calci in vita mia. Appena arrivava il segnale di avvicinamento palla i ragazzi cominciavano a piantare dei calci volanti degni di karateka tarantolati. Tibie, malleoli, ginocchi, nulla veniva risparmiato. Alla fine, sudati da buttare e pieni di lividi tornammo al piano di sopra, mangiammo lasagne comprate in una rosticceria lì vicino e bevemmo dello spumante di infima categoria per festeggiare l'assenza di caduti. Sfiniti e appagati. Non avevo mai visto quei ragazzi ridere così.
Passarono i mesi e di cose ne accaddero tante. Avevo cominciato con un'idea astratta di solidarietà e avevo finito con un'idea molto pratica di utilità. Dopo tanti mesi avevo capito che non esiste una sola ragione al mondo per negare il divertimento ad una persona. E se ridi le cose vanno meglio. Arrivò anche l'ultimo giorno all'associazione e questo, inaspettatamente, fu per me il peggiore.
Mi assegnarono ad un'associazione ciechi di Brescia. Il mio anno di servizio civile poteva così cominciare nella fulgida gloria della mia generosità. Il giovane teorico della solidarietà arrivò all'associazione una mattina che prometteva pioggia. Appena entrato vide persone che strisciavano lungo i muri palpando ogni interruttore, stipite o crepa come lucertole curiose. Una donna aveva il rossetto fuori dal contorno delle labbra e baffi di eye liner fino all'attaccatura dei capelli. Un uomo usciva dal bagno con una chiazza di urina rinsecchita sul davanti. Nei corridoi in penombra i bastoni bianchi, come antenne d'insetti, toccavano tutto ticchettando come contatori geiger. E la penombra. Le stanze avevano le tapparelle abbassate e chi stava dentro non accendeva mai la luce. Il mondo luminoso del giovane teorico della solidarietà era troppo piccolo per contenere anche questo mondo. I primi contatti sociali, imbarazzanti. Il giovane teorico della solidarietà salutava dicendo 'arrivederci'. Iniziava i discorsi con 'visto che bella giornata?'. Concludeva i discorsi con un bel 'vedremo'. Dopo una settimana lo coglieva il terrore ogni volta che un cieco gli rivolgeva la parola. Pensava tre volte prima di parlare, cercando di eliminare ogni riferimento alla luce, all'occhio, al vedere, con il risultato di rispondere sempre fuori tempo massimo. Il suo lessico si era ridotto a monosillabi e misteriosi suoni gutturali. Praticamente, una scimmia antropomorfa. Dopo due settimane il giovane teorico della solidarietà aveva una sola certezza: i ciechi gli stavano proprio antipatici. E lui lì dentro non ci voleva stare. Non era il posto giusto dove far brillare la sua incompresa generosità. La sua mansione era quella di riavvolgere i nastri delle cassette. Per chi non lo sapesse, il sistema Braille è tremendamente inefficiente perchè, per dare la possibilità al tatto di svolgere il ruolo della vista, fa diventare il verbale di una riunione condominiale grande quanto l'Enciclopedia Britannica. Per questo all'associazione i libri venivano letti da attori e registrati su cassetta. I ciechi si portavano a casa scatole nere piene di cassette e poi, una volta ascoltate, le rispedivano. Io dovevo riceverle, controllarle, sostituirle, riavvolgerle, catalogarle ed archiviarle. Una sera il giovane teorico della solidarietà accompagnò a casa Paolo, un giovane barbuto e loquace che rifiutava di usare il bastone. Andava in giro con le braccia distese davanti a sè a formare un angolo di 90 gradi con il corpo. A vederlo sembrava un sonnambulo. E cadeva. Se non cadeva, sbatteva. Ogni giorno aveva un livido o un graffio nuovo. Una volta mi raccontò di essere andato a Milano in piazza Duomo ed essere rovinosamente caduto sulle scale del sagrato. La scena era surrreale: mistica da lontanto e blasfema da vicino. Lui, povero cieco agli occhi dei più, stava lungo disteso al cospetto delle Sante Porte, ma anziché chiedere il miracolo bestemmiava come un camionista siberiano perché si era fatto un male cane. Paolo indossava camicie da taglialegna - era il suo trucco per non far vedere le macchie - ed era diplomato al conservatorio. Nella sua casa senza quadri e senza lampadine, passammo tutta la sera a parlare di Keith Jarrett e bere Beck's. Poi mi fece provare il suo pianoforte. Io schiacciai i tasti. Lui suonò.
Il giorno dopo in associazione, i ciechi mi sembravano un po' meno ciechi e un po' più persone. Con tutto quello che ne consegue. Ad esempio notai che se uno è cieco non è per questo necessariamente simpatico. Proprio come tra i vedenti, ci sono persone interessanti e meno interessanti. Sensibili e meno sensibili. Gentili e... rompipalle allucinanti. Insomma, come diceva Paolo, la commiserazione è davvero una pessima consigliera e il farsi commiserare è davvero una pessima idea. L'attenzione cominciava a spostarsi dalle categorie alle relazioni. E il giovane teorico della solidarietà, trasformato in scimmia antropomorfa dal letale virus del politicamente corretto, d'un tratto mi lasciò in pace. I miei verbi, i miei aggettivi, i miei modi di salutare tornarono quelli del vedente. Avevo smesso di ragionare da non-cieco. Cominciai semplicemente a parlare con tutti di tutto.
Un giorno l'associazione riuscì a finanziare l'acquisto di un furgone. Era stato recuperato da uno sfasciacarrozze ed aveva un'intrigante particolarità: era un vecchio furgone della Polizia. Avevano solo cancellato la scritta ma, con il suo azzurro-tristezza e il fascione bianco centrale, faceva ancora la sua bella figura. Dovevano ancora sistemarlo ma... avere un furgone della Polizia in bella mostra nel cortile... senza nessuno intorno... con le chiavi a disposizione nell'ufficio della segreteria... Bastò uno sguardo. Durante una pausa pranzo, io ed altri tre obiettori chiedemmo ai ragazzi chi volesse farsi un giro sul furgone della Polizia. Fu un plebiscito. Li caricammo tutti e partimmo per una Brescia assolata ed eccitante. L'aspetto che avevamo era molto particolare: indossavamo tutti gli occhiali da sole e facevamo un gran casino lì dentro. Potevamo essere giovani poliziotti impazziti in borghese o ladri del furgone della Polizia e, per questo, ugualmente pazzi. Ad uno dei ragazzi venne l'idea della volgarità in sharing: appena vedevamo una ragazza per strada dovevamo descrivergliela velocemente e lui, sporgendosi dal finestrino, le esternava con dovizia di particolari tutte le sue più intime fantasie urlando come un ossesso. Per profondità del dettaglio e rapidità creativa era davvero un genio. L'unico problema era che tendeva ad essere un po' lungo e spesso si ritrovava a proporre incontri orgiastici a centraline telefoniche, alberelli e cartelloni pubblicitari. Nel mitico furgone si era ormai perso il controllo, quando ad un semaforo si fermò accanto a noi una macchina nera con alla guida Evaristo Beccalossi. Appena avvisati, tutti i ragazzi misero la testa fuori e cominciarono ad urlare "il Beccaaaaa!!!". Beccalossi vide questa distesa di occhi che guardavano ovunque tranne che dalla sua parte, sollevò un sopracciglio, poi una mano e poi sparì all'orizzonte lasciandosi alla spalle un indimenticabile "il Beccaaaaa!!!". Tornammo all'associazione che ancora non era arrivato nessuno. Ovviamente non poteva finire tutto così ed organizzammo nella stanza del pianoforte un'improbabile partita di calcio. La palla erano decine di fogli A4 tenuti insieme da nastro isolante e le squadre erano miste. Non ho mai preso tanti calci in vita mia. Appena arrivava il segnale di avvicinamento palla i ragazzi cominciavano a piantare dei calci volanti degni di karateka tarantolati. Tibie, malleoli, ginocchi, nulla veniva risparmiato. Alla fine, sudati da buttare e pieni di lividi tornammo al piano di sopra, mangiammo lasagne comprate in una rosticceria lì vicino e bevemmo dello spumante di infima categoria per festeggiare l'assenza di caduti. Sfiniti e appagati. Non avevo mai visto quei ragazzi ridere così.
Passarono i mesi e di cose ne accaddero tante. Avevo cominciato con un'idea astratta di solidarietà e avevo finito con un'idea molto pratica di utilità. Dopo tanti mesi avevo capito che non esiste una sola ragione al mondo per negare il divertimento ad una persona. E se ridi le cose vanno meglio. Arrivò anche l'ultimo giorno all'associazione e questo, inaspettatamente, fu per me il peggiore.
mercoledì 14 novembre 2007
Fade out
Vivere è il mio viaggio
e scelgo il posto vicino al finestrino.
Guardare, vedere,
sentire e custodire.
Evitare di soffrire è soffrire.
Evitare di partire è rinunciare.
Ma la paura è solo un mostro
che spaventa e non uccide.
E il domani,
il ciò che è stato,
il ciò che era e non sarà mai più
sono giochi del custode quando arriva l'imbrunire.
C'è ancora il tempo per godere
di tutta questa vita.
C'è ancora il tempo per amare
questo bello sguardo che mi guarda il cuore.
E io non voglio più fuggire lontano dal sentire.
Perché la vita dev'essere vissuta
prima di doverla restituire.
Scelgo il posto vicino al finestrino,
perché vivere è il mio viaggio.
Perché vivere è la ricompensa.
e scelgo il posto vicino al finestrino.
Guardare, vedere,
sentire e custodire.
Evitare di soffrire è soffrire.
Evitare di partire è rinunciare.
Ma la paura è solo un mostro
che spaventa e non uccide.
E il domani,
il ciò che è stato,
il ciò che era e non sarà mai più
sono giochi del custode quando arriva l'imbrunire.
C'è ancora il tempo per godere
di tutta questa vita.
C'è ancora il tempo per amare
questo bello sguardo che mi guarda il cuore.
E io non voglio più fuggire lontano dal sentire.
Perché la vita dev'essere vissuta
prima di doverla restituire.
Scelgo il posto vicino al finestrino,
perché vivere è il mio viaggio.
Perché vivere è la ricompensa.
domenica 4 novembre 2007
Il contatto
Calore che attraversa le membrane.
Mi ha toccato dove non sapevo di esistere.
Mi ha portato dove non sapevo di essere.
Ti pare poco un solo attimo di vita?
Ti pare poco il più piccolo tra i baci?
E' semplice se non lo giudichi.
E' delicato se resti ad ascoltare.
Le parole sono fatte di voce
che arriva dopo ciò che è già arrivato.
La chimica è il sentire.
La poesia l'assaporare.
E l'ala di farfalla è polvere di cielo
che regala il bello a ciò che ama.
In questo bel giorno che si muove e mi commuove,
questo è tutto ciò che voglio.
Questo è tutto ciò che ho.
Mi ha toccato dove non sapevo di esistere.
Mi ha portato dove non sapevo di essere.
Ti pare poco un solo attimo di vita?
Ti pare poco il più piccolo tra i baci?
E' semplice se non lo giudichi.
E' delicato se resti ad ascoltare.
Le parole sono fatte di voce
che arriva dopo ciò che è già arrivato.
La chimica è il sentire.
La poesia l'assaporare.
E l'ala di farfalla è polvere di cielo
che regala il bello a ciò che ama.
In questo bel giorno che si muove e mi commuove,
questo è tutto ciò che voglio.
Questo è tutto ciò che ho.
giovedì 1 novembre 2007
L'audacia
L'audacia è per pochi.
E' di chi mette il cuore bene in vista.
E' di chi la paura non ha reso prigioniero.
E' di chi sente e non vuol smettere di sentire.
L'audacia è la dolcezza dell'adesso
e di questa notte che sa di buono.
E' di chi mette il cuore bene in vista.
E' di chi la paura non ha reso prigioniero.
E' di chi sente e non vuol smettere di sentire.
L'audacia è la dolcezza dell'adesso
e di questa notte che sa di buono.
lunedì 29 ottobre 2007
Emily #1
Bello è, nascosti, sentirsi cercare!
Piu' bello essere trovati,
se e' questo che vogliamo
e della volpe e' degno il cane.
Bene sapere e non dire,
meglio sapere e dire,
se puoi trovare quell'orecchio raro
che ti comprenda.
(Emily Dickinson, 842)
Piu' bello essere trovati,
se e' questo che vogliamo
e della volpe e' degno il cane.
Bene sapere e non dire,
meglio sapere e dire,
se puoi trovare quell'orecchio raro
che ti comprenda.
(Emily Dickinson, 842)
domenica 28 ottobre 2007
Here comes the rain again
Un giorno me ne stavo seduto con le gambe a penzoloni nel vuoto, sul punto più alto dell'isola di Lampedusa. Sotto di me uno strapiombo di roccia che spariva nell'acqua turchese e davanti solo il mare con un tramonto di quelli che sai già che non dimenticherai mai. Ad un tratto ho cominciato a sentire un rumore delicato ma sempre più intenso. Era la pioggia del temporale in arrivo. E' strano perché in città i temporali o ci sono o non ci sono. In mare i temporali arrivano. L'ho aspettato. E con tutto il fascino delle situazioni che cambiano mentre le senti cambiare, mi sono ritrovato per qualche attimo nel privilegio di un triangolo di sole ad osservare il mare bagnato dalla pioggia. Tutto contrastava con tutto: il calore del sole sulla pelle ed il vento freddo del temporale, i gabbiani che cantavano al tramonto e lo scrosciare dell'acqua battente, il mare cristallino ed il mare grigio e torbido. Rimasi lì, fermo a guardare mentre tutto si stava muovendo e tutto stava cambiando. La metà con il sole era bella, potente e prepotente. La metà con la pioggia era cupa, profonda, intima. Parti della stessa cosa. Dopo qualche minuto ero bagnato fradicio eppure non riuscivo ad andarmene. E' stato quel giorno che ho cominciato ad amare la pioggia. Il sole è bello e mi mette di buon umore ma la pioggia mi piace tantissimo. Come suggerisce una meravigliosa fonte d'ispirazione la pioggia stimola più sensi del sole perché la si può annusare, udire ed anche assaggiare. Si può restare nel letto ad ascoltarla oppure ammirarne le delicate ghirlande brillanti che lascia sui vetri o i cerchi perfetti che disegna nelle pozzanghere. Il fatto è che dalla pioggia fuggiamo sempre. Ombrelli, tergicristalli, impermeabili. Si cerca sempre di nasconderla, di eliminarla. Forse anche perché la pioggia spinge a stare un po' di più con sé stessi. Obbliga a guardare dentro anziché fuori. E il suono del silenzio, a volte, può essere assordante.
sabato 27 ottobre 2007
Depeche Mode's chunk #2
Your own personal Jesus
Someone to hear your prayers
Someone who cares
Your own personal Jesus
Someone to hear your prayers
Someone who's there
(Depeche Mode, Personal Jesus, Mute Records 1989)
Someone to hear your prayers
Someone who cares
Your own personal Jesus
Someone to hear your prayers
Someone who's there
(Depeche Mode, Personal Jesus, Mute Records 1989)
mercoledì 24 ottobre 2007
Smashing Pumpkins' chunk #1
And you know you're never sure
But your sure you could be right
If you held yourself up to the light
And the embers never fade in your city by the lake
The place where you were born
Believe, believe in me, believe
In the resolute urgency of now
And if you believe there's not a chance tonight
Tonight, so bright
Tonight
(Smashing Pumpkins, Tonight, Tonight, Virgin Records 1995)
But your sure you could be right
If you held yourself up to the light
And the embers never fade in your city by the lake
The place where you were born
Believe, believe in me, believe
In the resolute urgency of now
And if you believe there's not a chance tonight
Tonight, so bright
Tonight
(Smashing Pumpkins, Tonight, Tonight, Virgin Records 1995)
martedì 23 ottobre 2007
Lorenzo
Celebrare. Celebrare tutto ciò che c'è di bello...
Lorenzo vive a Firenze.
Lorenzo non lo vedo mai.
Lorenzo c'è sempre.
Lorenzo lavora di giorno ed anche di notte ma quando lo chiamo non mi dice mai sto lavorando.
Lorenzo è saggio e per questo si prende in giro.
Lorenzo mi fa ridere quando sono giù.
Lorenzo mi fa ridere quando sono su.
Lorenzo ha i suoi problemi e io non lo verrò mai a sapere.
Lorenzo mi regala tutto e non mi chiede mai nulla.
Lorenzo è coerente perché vede la sua faccia nello specchio.
Lorenzo sa dare i consigli di un papà.
Lorenzo è una splendida persona.
Lorenzo è mio Amico.
Ed oggi è il suo compleanno.
Auguri di cuore vecchio mio.
Lorenzo vive a Firenze.
Lorenzo non lo vedo mai.
Lorenzo c'è sempre.
Lorenzo lavora di giorno ed anche di notte ma quando lo chiamo non mi dice mai sto lavorando.
Lorenzo è saggio e per questo si prende in giro.
Lorenzo mi fa ridere quando sono giù.
Lorenzo mi fa ridere quando sono su.
Lorenzo ha i suoi problemi e io non lo verrò mai a sapere.
Lorenzo mi regala tutto e non mi chiede mai nulla.
Lorenzo è coerente perché vede la sua faccia nello specchio.
Lorenzo sa dare i consigli di un papà.
Lorenzo è una splendida persona.
Lorenzo è mio Amico.
Ed oggi è il suo compleanno.
Auguri di cuore vecchio mio.
domenica 21 ottobre 2007
Joy
All I ever wanted
All I ever needed
Is here in my arms
(Depeche Mode, "Enjoy the Silence")
All I ever needed
Is here in my arms
(Depeche Mode, "Enjoy the Silence")
Ci sono giorni che mi entrano dentro più di altri.
Ci sono giorni in cui il cuore si lascia mangiare dalla meraviglia e dallo stupore,
da ciò che guardo e finalmente vedo.
Istanti di risveglio che danno un senso agli anni del torpore.
La strada più lunga per tornare a casa.
Ricordare non basta.
Celebrare è dotare il ricordo di riconoscenza.
E io celebro il viola struggente del cielo all'imbrunire
che resiste al mese più crudele e ad una città che ha smesso di ammirare.
Celebro i raggi elettrici delle strade, colonne vertebrali luminose
che la musica nel mio abitacolo giapponese rende scenografia di un film perfetto.
Celebro le persone, i visi e gli occhi dietro i vetri
che la stanchezza segna e disarma, almeno per un po'.
E celebro i miei supereroi che Vivono sotto questo bellissimo cielo,
che invincibili e delicati mi donano il regalo più bello: ciò che sentono;
che mi insegnano tutto ed ogni cosa ogni giorno di più,
che mi fanno scoprire quanta vita può essere contenuta in un attimo di sole che scalda la pelle
e quale infinita bellezza esista e resista in tutto ciò che è fragile.
I miei supereroi hanno anche i superpoteri,
con lo sguardo mi toccano il cuore.
Oggi sono passato di qui.
Oggi sono felice.
giovedì 18 ottobre 2007
WYSIWYF: What You See Is What You Feel
Sono un po' giù di morale. Esco dal lavoro e fuori mi accoglie una luce giallognola pre-invernale con accenno di foschia. Alla guida tutti sembrano arrabbiati anche se stanno tornando a casa. Io rispetto i limiti di velocità e c'è sempre un deficiente che ti si incolla dietro e sfanala. Ho tanta voglia di inchiodare e farlo entrare dal baule. Non ho voglia di ascoltare la radio ma l'accendo lo stesso. L'unica cosa che sento sono aggiornamenti sull'amichevole Italia-Sudafrica, argomento di cui onestamente non mi frega assolutamente niente. Trovo finalmente una stazione che trasmette un esempio di dilettevole elettropop So 80's: State of the nation degli Industry. Gradevole senza pensarci su troppo. E il dj che fa? Decide che si annoia e taglia il ritornello con l'ultima di Biagio Antonacci. Ora, io non ho niente contro il signor Antonacci Biagio è solo che mi infastidiscono le frequenze della sua voce e i testi delle sue canzoni. Cerco qualcosa d'altro ma trovo sintonizzate alla perfezione Radio Maria, Radio Mater e GR Parlamento. Sono ancora più giù. Disastro? Giornata da dimenticare? Una bella persona mi scrive un messaggio. E' una frase. Una e basta. E' inattesa. Densa. Piena di vita piena. E mi mette di buon umore.
...e, come nelle migliori non-coincidenze, gli Industry pochi minuti prima cantavano "Don't you worry about the situation, a message from the telephone". Synchronicity. Eh eh eh.
...e, come nelle migliori non-coincidenze, gli Industry pochi minuti prima cantavano "Don't you worry about the situation, a message from the telephone". Synchronicity. Eh eh eh.
lunedì 15 ottobre 2007
Crash
Serata strana.
Ho appena finito di vedere Crash.
Serata di non-coincidenze.
Crash è uno di quei film che non ti abbandona con i titoli di coda. Ti resta dentro anche dopo che hai tolto il dvd dal lettore e resti con la tv spenta a sentire che non è tutto come prima. Trovare un solo significato sarebbe inutile. Ogni persona è tante persone e i buoni ed i cattivi sono solo fotografie di un istante. Un attimo e tutto cambia. Un attimo e tutto resta come prima. Le cose importanti sono quelle delicate. Quelle che non fanno rumore. Quelle che nessuno può vendere e che nessuno può comprare. Non le trovi in vetrina né in prima serata. Ma ci sono. E sono ovunque. Il peggior nemico delle cose delicate non è la brutalità ma l'indifferenza. Si può essere assassini senza uccidere. Ladri senza rubare. L'indifferenza è la nuova disciplina. La insegnano ovunque. Fai quello che vuoi ma stai lontano da quella pericolosissima cosa che hai in mezzo al petto. E così cominci a non sentire che le persone che hai intorno sono tutto quello che hai. E tra queste ce ne sono alcune così preziose che possono cambiarti la vita. Sentire le cose delicate porta ad avere cura.
Non dare nulla per scontato.
Non soffocare quello che senti.
Mettici tutta la cura che puoi.
Ho appena finito di vedere Crash.
Serata di non-coincidenze.
Crash è uno di quei film che non ti abbandona con i titoli di coda. Ti resta dentro anche dopo che hai tolto il dvd dal lettore e resti con la tv spenta a sentire che non è tutto come prima. Trovare un solo significato sarebbe inutile. Ogni persona è tante persone e i buoni ed i cattivi sono solo fotografie di un istante. Un attimo e tutto cambia. Un attimo e tutto resta come prima. Le cose importanti sono quelle delicate. Quelle che non fanno rumore. Quelle che nessuno può vendere e che nessuno può comprare. Non le trovi in vetrina né in prima serata. Ma ci sono. E sono ovunque. Il peggior nemico delle cose delicate non è la brutalità ma l'indifferenza. Si può essere assassini senza uccidere. Ladri senza rubare. L'indifferenza è la nuova disciplina. La insegnano ovunque. Fai quello che vuoi ma stai lontano da quella pericolosissima cosa che hai in mezzo al petto. E così cominci a non sentire che le persone che hai intorno sono tutto quello che hai. E tra queste ce ne sono alcune così preziose che possono cambiarti la vita. Sentire le cose delicate porta ad avere cura.
Non dare nulla per scontato.
Non soffocare quello che senti.
Mettici tutta la cura che puoi.
domenica 7 ottobre 2007
Katherine's chunk #2
Ricetta: dolce alla Wingley.
Riempite di panna un piatto di vetro. Mettetelo sul pavimento e andate via, chiudendo la porta e lasciandomi nella stanza.
Riempite di panna un piatto di vetro. Mettetelo sul pavimento e andate via, chiudendo la porta e lasciandomi nella stanza.
Wing
(Katherine Mansfield, Diario. Dall'Oglio)
domenica 23 settembre 2007
La Mosca
In uno dei commenti al post 'Quello che le donne odiano degli uomini' Mente Rossa mi chiedeva di parlare della mosca. Al momento mi rifiutai ma un aneddoto me l'ha fatta tornare alla mente, quindi...
Quest'anno sono stato in vacanza in Olanda. Vicino ad una diga sul Mare del Nord, in un autogrill, con disinvoltura ho buttato giù un caffè aromatizzato alla nocciola ed una polpetta cilindrica fritta ripiena di pezzi di carne spappolata con formaggio liquido incandescente. Era chiamata La polpetta della nonna e dopo il primo morso ho augurato alla nonna un lungo - diciamo pure eterno - riposo lontano dai fornelli. Subito dopo ho fatto un giretto in bagno ed ecco che dentro al vespasiano, buona buona, trovo lei: la mosca.


Dunque, procediamo con ordine: noi maschietti quando facciamo la pipì tendiamo spesso a lasciare tracce del nostro passaggio. Nei casi meno gravi si tratta di schizzi indiretti, nei casi più gravi il vaso viene mancato clamorosamente. Tralasciando questo secondo caso che qualifica il responsabile come dotato di un sistema nervoso molto semplificato, mi soffermerò sul primo. E' evidente a tutti che diverse variabili intervengono nella generazione di schizzi indiretti: si va dall'altezza del soggetto fino alla geometria delle pareti del wc. Si può ipotizzare l'esistenza di un angolo ottimale d'impatto che minimizzi la riflessione e quindi gli schizzi, ma il vero problema è: determinato questo magico punto, come indurre il maschio urinante a colpirlo? Ed ecco l'idea geniale: disegnare in quel punto una mosca.
In effetti, una delle cose che il maschio sa far meglio è concentrarsi nel colpire un obiettivo. Passa la vita a cercare bersagli da centrare. Fionde, sassi, cerbottane, joystick, palle, giavellotti, pistole, missili sono il suo armamentario. Finestre, gatti, astronavi, birilli, canestri, porte, fagiani, persone i suoi target. Non conta il grado culturale, lo status sociale o l'orientamento politico: la sua visione, seppur in contesti differenti, è quella del cacciatore. E se non c'è l'obiettivo? Se lo inventa. Lasciato in compagnia di sè stesso, l'uomo vede la tazza smaltata come il campo di battaglia e qualsiasi ombra intacchi il bianco candore diventa il nemico da punire con il paglierino getto vendicatore. Ed ecco che la mosca disegnata ad hoc nel punto di minima riflessione diventa un'attrazione irresistibile per l'antico guerriero che attacca senza pietà, accanendosi allo spasimo fino alla meritata vittoria (o allo svuotamento della vescica che però lascia sempre un po' di amaro in bocca).
In fondo, siamo organismi semplici.
Tutto questo è molto interessante, se non fosse che mentre scattavo foto come un forsennato al water con il mio cellulare, un tizio usciva dal bagno dietro di me. Mi ha guardato inespressivo mentre io cercavo le angolazioni migliori chinato sulla tazza. Avrà pensato fossi il pioniere di un nuovo genere feticista, ma gli olandesi sono gente abituata a tutto: un'alzata di spalle e si è allontanato lanciandomi uno sguardo complice... Bah.
Quest'anno sono stato in vacanza in Olanda. Vicino ad una diga sul Mare del Nord, in un autogrill, con disinvoltura ho buttato giù un caffè aromatizzato alla nocciola ed una polpetta cilindrica fritta ripiena di pezzi di carne spappolata con formaggio liquido incandescente. Era chiamata La polpetta della nonna e dopo il primo morso ho augurato alla nonna un lungo - diciamo pure eterno - riposo lontano dai fornelli. Subito dopo ho fatto un giretto in bagno ed ecco che dentro al vespasiano, buona buona, trovo lei: la mosca.
Dunque, procediamo con ordine: noi maschietti quando facciamo la pipì tendiamo spesso a lasciare tracce del nostro passaggio. Nei casi meno gravi si tratta di schizzi indiretti, nei casi più gravi il vaso viene mancato clamorosamente. Tralasciando questo secondo caso che qualifica il responsabile come dotato di un sistema nervoso molto semplificato, mi soffermerò sul primo. E' evidente a tutti che diverse variabili intervengono nella generazione di schizzi indiretti: si va dall'altezza del soggetto fino alla geometria delle pareti del wc. Si può ipotizzare l'esistenza di un angolo ottimale d'impatto che minimizzi la riflessione e quindi gli schizzi, ma il vero problema è: determinato questo magico punto, come indurre il maschio urinante a colpirlo? Ed ecco l'idea geniale: disegnare in quel punto una mosca.
In effetti, una delle cose che il maschio sa far meglio è concentrarsi nel colpire un obiettivo. Passa la vita a cercare bersagli da centrare. Fionde, sassi, cerbottane, joystick, palle, giavellotti, pistole, missili sono il suo armamentario. Finestre, gatti, astronavi, birilli, canestri, porte, fagiani, persone i suoi target. Non conta il grado culturale, lo status sociale o l'orientamento politico: la sua visione, seppur in contesti differenti, è quella del cacciatore. E se non c'è l'obiettivo? Se lo inventa. Lasciato in compagnia di sè stesso, l'uomo vede la tazza smaltata come il campo di battaglia e qualsiasi ombra intacchi il bianco candore diventa il nemico da punire con il paglierino getto vendicatore. Ed ecco che la mosca disegnata ad hoc nel punto di minima riflessione diventa un'attrazione irresistibile per l'antico guerriero che attacca senza pietà, accanendosi allo spasimo fino alla meritata vittoria (o allo svuotamento della vescica che però lascia sempre un po' di amaro in bocca).
In fondo, siamo organismi semplici.
Tutto questo è molto interessante, se non fosse che mentre scattavo foto come un forsennato al water con il mio cellulare, un tizio usciva dal bagno dietro di me. Mi ha guardato inespressivo mentre io cercavo le angolazioni migliori chinato sulla tazza. Avrà pensato fossi il pioniere di un nuovo genere feticista, ma gli olandesi sono gente abituata a tutto: un'alzata di spalle e si è allontanato lanciandomi uno sguardo complice... Bah.
mercoledì 19 settembre 2007
Eurythmics' chunk #1
Some of them want to use you
Some of them want to get used by you
Some of them want to abuse you
Some of them want to be abused
(Eurythmics, Sweet Dreams (Are Made of This), RCA Records 1983)
Some of them want to get used by you
Some of them want to abuse you
Some of them want to be abused
(Eurythmics, Sweet Dreams (Are Made of This), RCA Records 1983)
mercoledì 12 settembre 2007
"O Lille o Morte!" - Terza ed ultima parte
Dai servizi segreti della capitale arriva tosto il dispaccio con la notizia che l'automatico orsoide Carlone potrebbe essere recluso in un casolare della temuta e selvaggia campagna belga. Rapidi come il baleno nell'àere bruna di cieli tempestosi, i Tre samurai, con impeccabile e silenzioso passo del giaguaro, si portano sull'obiettivo.
Fecchia manifesta i primi segni di umana e comprensibile tensione.

Barbagli lo rincuora promettendogli al ritorno una virile camicia Acca ed Emme color pervinca, collezione autunno-inverno, fianchi sagomati e doppio bottone al polsino. Fecchia gradisce e, deciso, afferma: quando il gioco si fa duro i duri indossano Acca ed Emme!
Ed ecco che i Nostri erculei beniamini, per riuscir a far breccia nel mostruoso casolare, adottano il loro migliore travestimento: il suonatore di marimba uzbéko. Perfetta la strategia mimetica, irriconoscibili agli occhi dei più. Quindi, con il mestiere e l'ardire di attori consumati, si fingono avventori affamati e chiedono cibo al nemico. L'ingenuo ragazzotto belga che li accoglie abbocca inconsapevole al raffinato trabocchetto. Senza esitare, li fa sedere all'umile desco.

Ed è così che ha inizio la serie dei poveri piatti da parca cucina dei semplici.
Il frugale antipasto:

La miserrima minestra di ceci e lupini:

Il minuto, e per questo commovente, dolcetto di ghiande e carrube:

I Tre Temerari sono nel pieno delle loro facoltà fisiche e mentali, giammai offuscate da quell'effeminato liquido paglierino chiamato 'bière'.

Decidono così di complimentarsi con il cuoco Orazio. Il forte e gentile Barbagli, senza esitare, esegue.

Ma attenzione! D'improvviso una pista insperata! Al suo ritorno, Barbagli, sotto il desco, trova un messaggio lasciato dall'automatico Carlone.
In codice cifrato su supporto di ardesia, l'astuto Carlone scrive:
S-c-e-m-o
c-h-i l-e-g-g-e.
F-o-r-z-a
j-u-v-e.
Barbagli e Fecchia si compiacciono della rapidità con cui il C.O.B ha appreso i fondamentali pilastri della cultura italica. Ma è il bambino Bruno Caorso che, impaziente, si lancia in una temeraria decodifica: permutando le lettere con una serie inversa di Fibonacci e disponendo a doppia evolvente di cerchio su triangolo di Tartaglia le sole consonanti successive alle prime tre lettere del sinonimo greco di ogni parola, l'imberbe ottiene un nuovo sconcertante risultato:
F-r-u-s-h-t
B-o-b-b-l-e
S-g-u-r-z
A-h-i
P-a-l-o-m-a.
Fecchia resta interdetto. Barbagli guarda Fecchia, poi guarda Caorso che guarda Fecchia e ancora Barbagli. Fecchia guarda Caorso ma non guarda Barbagli che smette di guardare Fecchia ma vorrebbe guardare Caorso. Caorso non guarda Barbagli e non guarda Fecchia. Così che, non si sa da dove, un poderoso sganassone si assesta sul cranio del bambino insolente.
Ma Fecchia, d'un tratto, ha il lampo del genio maschio ed urla: l'ultima parola è Paloma! E' Paloma che dobbiamo contattare!
Paloma è un'ex-prostituta trapanese esperta in giochi ad alto contenuto erotico quali la canasta ed il sudoku. Segue tutte le serie televisive trasmesse dal suo luminoso cinescopio Philco, ma solo via satellite per sapere prima degli altri come vanno a finire. Fecchia la conobbe qualche anno fa a Milano durante l'inaugurazione del primo negozio Acca ed Emme e, si vocifera, che il loro incontro fu torrido e passionale dentro un angusto camerino. Oggi lei lavora in terra d'Oltre Alpe ma nessuno sa dove. La sua caratteristica è quella di offrire preziose informazioni per via rigorosamente telefonica. Per evitar sospetti ed intercettazioni, i Nostri decidono - come appreso dal dinamico e frizzante ispettore Derrick - di contattarla da un apparecchio pubblico nella buia metropolitana di Lille.
Ma l'impudente balillo Caorso urla e pesta i piedi per telefonare lui medesimo alla fascinosa Paloma. Barbagli e Fecchia, indomiti ma dal cuore di burro, acconsentono per farlo felice. Caorso afferra la cornetta, compone il numero ed avido come un varano in una vasca di Nutella aggredisce Paloma urlando: Paloma! Christian di Nip&Tuck è gay o no?! Parla Palomaaaa!

Barbagli prontamente gli sottrae l'apparecchio e, mentre Fecchia tiene fermo l'indomabile imberbe, in posa marziale

ascolta la suadente voce di Paloma dire: se è Carlone che cercate, allo zoo lo troverete... e dì a Fecchia che in quel camerino mi ha fatto sentire donna.
Che zoo sia, dunque! Arrivati in loco, i Tre impavidi devono fare subito i conti con bestie di ogni fattezza, genere e dimensione. Mostri con una testa, quattro zampe e, talvolta, financo una coda.
Sulla destra hanno il Kiru kopio: mammifero antropomorfo rapidissimo nel fare le fotocopie.

Sulla sinistra, la Magladicica mesontogonica: mammifero notturno che mima barzellette oscene senza ricordare mai il finale.

E dietro, il Cremaster bombogundam: mammifero ipercinetico che si nutre di Big Babol ma non disdegna Calippo alla Coca Cola.

Ed ecco la sorpresa!!!
L'incredibile novella!!!
Ecco la vista inaspettata!!!
I Nostri scultorei beniamini non credono ai propri occhi!
D'improvviso, appare lui!

CARLONE... CAPOTRENO!
Al suono di un gentile ciuff ciuff, tutto torna chiaro. Carlone non è stato rapito dalle forze del male rosso. E' solo fuggito dal suo destino.
La prima parola di Barbagli: Incredibile!
La prima di Fecchia: Incredibile!
La prima del bambino Caorso: Coppetta con due palline, bacio e gusto puffo.
Potenti sul Caorso arrivano due sganassoni in stereofonia: uno per l'assenza di nesso ed un altro perchè nemmeno Cristina D'Avena mangia più il gusto puffo.
Ma si sa, è nei momenti difficili che nascono sentimenti nobili. Fecchia e Barbagli si chiedono se esista una sola ragione per rattristare il mite Carlone richiamandolo al suo dovere. Lui, l'orsoide buono, nato per la guerra e divenuto capotreno. Perché interrompere il sogno dell'irsuto mammifero che l'uomo ha voluto glaciale e gli eventi hanno reso gentile? Giammai!
Barbagli sentenzia: meglio un giorno da capotreno felice che cento da orsoide co.co.pro!
Fecchia lo abbraccia commosso.
E per entrambi, un pensiero vola alla madre.
E' tornato.
Vola ancora alla madre.
E' tornato di nuovo.
Ma quando il pensiero segue la traiettoria del cuore, l'uomo d'azione comprende che è giunto il tempo del congedo. Barbagli e Fecchia devono lasciare l'insidiosa Lille per tornare al Paese che più amano. Il Paese dei navigatori, dei pittori, degli inventori. Il Paese della politica nobile, dei musei meravigliosi e delle donne bellissime. Il paese del tricolore: l'Olanda.
Un ultimo virile saluto al bambino Caorso - au revoir, enfant terrible - e via!

Epilogo: oggi, Barbagli e Fecchia vivono felicemente in Olanda nella città di Gouda. Qui hanno brevettato un nuovo processo produttivo per fare i buchi nel formaggio che li ha resi ricchi e famosi. Barbagli ha inoltre dato vita ad un esercito privato per il controllo demografico, mediante uso di esplosivi, dell'insidiosa mucca Frisona. Qui lo potete vedere mentre passa in rassegna l'orgogliosa truppa.

Fecchia è stato nominato da Barbagli Sovrintendente Capo Supremo dell'efficientissimo esercito.

Fine
Note dell'autore: i fatti citati non sono frutto di fantasia ma sono realmente accaduti nell'arco di tre giorni trascorsi a Lille nell'Aprile 2007. Dichiaro inoltre, sotto la mia responsabilità, che al bambino Bruno Caorso non è stato torto un capello e Carlone l'Orso Burlone non è stato oggetto di alcuna tortura.
E un pensiero vola a Corrado Guzzanti.
E' tornato.
Fecchia manifesta i primi segni di umana e comprensibile tensione.
Barbagli lo rincuora promettendogli al ritorno una virile camicia Acca ed Emme color pervinca, collezione autunno-inverno, fianchi sagomati e doppio bottone al polsino. Fecchia gradisce e, deciso, afferma: quando il gioco si fa duro i duri indossano Acca ed Emme!
Ed ecco che i Nostri erculei beniamini, per riuscir a far breccia nel mostruoso casolare, adottano il loro migliore travestimento: il suonatore di marimba uzbéko. Perfetta la strategia mimetica, irriconoscibili agli occhi dei più. Quindi, con il mestiere e l'ardire di attori consumati, si fingono avventori affamati e chiedono cibo al nemico. L'ingenuo ragazzotto belga che li accoglie abbocca inconsapevole al raffinato trabocchetto. Senza esitare, li fa sedere all'umile desco.
Ed è così che ha inizio la serie dei poveri piatti da parca cucina dei semplici.
Il frugale antipasto:
La miserrima minestra di ceci e lupini:
Il minuto, e per questo commovente, dolcetto di ghiande e carrube:
I Tre Temerari sono nel pieno delle loro facoltà fisiche e mentali, giammai offuscate da quell'effeminato liquido paglierino chiamato 'bière'.
Decidono così di complimentarsi con il cuoco Orazio. Il forte e gentile Barbagli, senza esitare, esegue.
Ma attenzione! D'improvviso una pista insperata! Al suo ritorno, Barbagli, sotto il desco, trova un messaggio lasciato dall'automatico Carlone.
S-c-e-m-o
c-h-i l-e-g-g-e.
F-o-r-z-a
j-u-v-e.
Barbagli e Fecchia si compiacciono della rapidità con cui il C.O.B ha appreso i fondamentali pilastri della cultura italica. Ma è il bambino Bruno Caorso che, impaziente, si lancia in una temeraria decodifica: permutando le lettere con una serie inversa di Fibonacci e disponendo a doppia evolvente di cerchio su triangolo di Tartaglia le sole consonanti successive alle prime tre lettere del sinonimo greco di ogni parola, l'imberbe ottiene un nuovo sconcertante risultato:
F-r-u-s-h-t
B-o-b-b-l-e
S-g-u-r-z
A-h-i
P-a-l-o-m-a.
Fecchia resta interdetto. Barbagli guarda Fecchia, poi guarda Caorso che guarda Fecchia e ancora Barbagli. Fecchia guarda Caorso ma non guarda Barbagli che smette di guardare Fecchia ma vorrebbe guardare Caorso. Caorso non guarda Barbagli e non guarda Fecchia. Così che, non si sa da dove, un poderoso sganassone si assesta sul cranio del bambino insolente.
Ma Fecchia, d'un tratto, ha il lampo del genio maschio ed urla: l'ultima parola è Paloma! E' Paloma che dobbiamo contattare!
Paloma è un'ex-prostituta trapanese esperta in giochi ad alto contenuto erotico quali la canasta ed il sudoku. Segue tutte le serie televisive trasmesse dal suo luminoso cinescopio Philco, ma solo via satellite per sapere prima degli altri come vanno a finire. Fecchia la conobbe qualche anno fa a Milano durante l'inaugurazione del primo negozio Acca ed Emme e, si vocifera, che il loro incontro fu torrido e passionale dentro un angusto camerino. Oggi lei lavora in terra d'Oltre Alpe ma nessuno sa dove. La sua caratteristica è quella di offrire preziose informazioni per via rigorosamente telefonica. Per evitar sospetti ed intercettazioni, i Nostri decidono - come appreso dal dinamico e frizzante ispettore Derrick - di contattarla da un apparecchio pubblico nella buia metropolitana di Lille.
Ma l'impudente balillo Caorso urla e pesta i piedi per telefonare lui medesimo alla fascinosa Paloma. Barbagli e Fecchia, indomiti ma dal cuore di burro, acconsentono per farlo felice. Caorso afferra la cornetta, compone il numero ed avido come un varano in una vasca di Nutella aggredisce Paloma urlando: Paloma! Christian di Nip&Tuck è gay o no?! Parla Palomaaaa!
Barbagli prontamente gli sottrae l'apparecchio e, mentre Fecchia tiene fermo l'indomabile imberbe, in posa marziale
ascolta la suadente voce di Paloma dire: se è Carlone che cercate, allo zoo lo troverete... e dì a Fecchia che in quel camerino mi ha fatto sentire donna.
Che zoo sia, dunque! Arrivati in loco, i Tre impavidi devono fare subito i conti con bestie di ogni fattezza, genere e dimensione. Mostri con una testa, quattro zampe e, talvolta, financo una coda.
Sulla destra hanno il Kiru kopio: mammifero antropomorfo rapidissimo nel fare le fotocopie.
Sulla sinistra, la Magladicica mesontogonica: mammifero notturno che mima barzellette oscene senza ricordare mai il finale.
E dietro, il Cremaster bombogundam: mammifero ipercinetico che si nutre di Big Babol ma non disdegna Calippo alla Coca Cola.
Ed ecco la sorpresa!!!
L'incredibile novella!!!
Ecco la vista inaspettata!!!
I Nostri scultorei beniamini non credono ai propri occhi!
D'improvviso, appare lui!
CARLONE... CAPOTRENO!
Al suono di un gentile ciuff ciuff, tutto torna chiaro. Carlone non è stato rapito dalle forze del male rosso. E' solo fuggito dal suo destino.
La prima parola di Barbagli: Incredibile!
La prima di Fecchia: Incredibile!
La prima del bambino Caorso: Coppetta con due palline, bacio e gusto puffo.
Potenti sul Caorso arrivano due sganassoni in stereofonia: uno per l'assenza di nesso ed un altro perchè nemmeno Cristina D'Avena mangia più il gusto puffo.
Ma si sa, è nei momenti difficili che nascono sentimenti nobili. Fecchia e Barbagli si chiedono se esista una sola ragione per rattristare il mite Carlone richiamandolo al suo dovere. Lui, l'orsoide buono, nato per la guerra e divenuto capotreno. Perché interrompere il sogno dell'irsuto mammifero che l'uomo ha voluto glaciale e gli eventi hanno reso gentile? Giammai!
Barbagli sentenzia: meglio un giorno da capotreno felice che cento da orsoide co.co.pro!
Fecchia lo abbraccia commosso.
E per entrambi, un pensiero vola alla madre.
E' tornato.
Vola ancora alla madre.
E' tornato di nuovo.
Ma quando il pensiero segue la traiettoria del cuore, l'uomo d'azione comprende che è giunto il tempo del congedo. Barbagli e Fecchia devono lasciare l'insidiosa Lille per tornare al Paese che più amano. Il Paese dei navigatori, dei pittori, degli inventori. Il Paese della politica nobile, dei musei meravigliosi e delle donne bellissime. Il paese del tricolore: l'Olanda.
Un ultimo virile saluto al bambino Caorso - au revoir, enfant terrible - e via!
Epilogo: oggi, Barbagli e Fecchia vivono felicemente in Olanda nella città di Gouda. Qui hanno brevettato un nuovo processo produttivo per fare i buchi nel formaggio che li ha resi ricchi e famosi. Barbagli ha inoltre dato vita ad un esercito privato per il controllo demografico, mediante uso di esplosivi, dell'insidiosa mucca Frisona. Qui lo potete vedere mentre passa in rassegna l'orgogliosa truppa.
Fecchia è stato nominato da Barbagli Sovrintendente Capo Supremo dell'efficientissimo esercito.
Fine
Note dell'autore: i fatti citati non sono frutto di fantasia ma sono realmente accaduti nell'arco di tre giorni trascorsi a Lille nell'Aprile 2007. Dichiaro inoltre, sotto la mia responsabilità, che al bambino Bruno Caorso non è stato torto un capello e Carlone l'Orso Burlone non è stato oggetto di alcuna tortura.
E un pensiero vola a Corrado Guzzanti.
E' tornato.
domenica 2 settembre 2007
"O Lille o Morte!" - Seconda Parte
Il ricordo di Fecchia che arringa fiero le masse in raffinata tenuta Acca ed Emme dura un istante esatto, né di più, né di meno, ed è già tempo per i Nostri gladiatori di addentrarsi nella infida arena che prende il nome di Lille. Già, Lille. Che vuol dire Lille? Forse, un femmineo colore? No! Forse, una storpiata canzonetta di Venditti Antonello? Nemmeno! Lille, tradotto fedelmente dal primitivo idioma delle genti di Fiandra, vuol dire luogo ove se non hai paura significa che sei già morto quindi inizia a toccarti i maroni, vaccaboia. Barbagli, esperto di lingua e moschetto, comprese subito la pericolosità del compito affidato. Tacque però, per il bene primo della missione, della patria e dell'acconto per il volo pluto-marxista-sodomita già versato.
Momento di maschia commozione.
Finita.
Ma ecco che il bambino Bruno Caorso conduce con cipiglio risoluto gli Eroi verso il suo poderoso automezzo. Nel baule gli oggetti che contraddistinguono l'Uomo che sa vivere: una coperta, due bidoni di fertilizzante, una scarpa da ginnastica - la destra! - e mezzo panino secco. Alla guida il bambino Caorso è rapido e sportivetto e ad ogni sorpasso, il pestifero infante, apostrofa il sorpassato con amichevoli frasi idiomatiche quali: tua sorella suona il piano e lui la tromba. Fecchia ride alle garbate facezie. Barbagli resta cupo: il nemico potrebbe essere ovunque.
Solo giunti al quartier generale Barbagli si rilassa. Il luogo è sicuro e inattaccabile. I tre bronzi di Riace suggellano lo scampato pericolo urbano con un nerissimo caffè sorbito in impeccabile posa marziale, come a dire: mi riposo ma con vigore!

Ma si sa, il nero caffè, per l'Uomo di polso italico, chiama una sola cosa: il più classico, antico e praticato sport della romana penisola. Il Gioco del Maschio Dardo Acuminato.
La sfida è serrata ma non c'è storia: Barbagli con fanatismo futurista dà spettacolo. Senza fallo - nel senso che non sbaglia, perbacco! - propone in sequenza le migliori posizioni di questo ardito e faticoso sport:
- Posizione 39: la Retroversa, anche detta del Granchio barbuto;

- Posizione 51: la Comoda, anche detta del Gufo che ti guarda e non ti dice nulla;

- Posizione 78: la Napoletana, anche detta del Cobra a palloncino;

- Posizione 94: la Vaporella, anche detta del Gecko molesto;

Tutti centri pieni e gagliardi! Bene! Bravo Barbagli!

Fecchia sbotta sincero: che talento!
Il bambino Caorso di rimando: che culo!
E si prende un sacrosanto sganassone.
Ma cosa distingue l'Uomo dall'ometto? La 'U' maiuscola ed 'etto'? Giammai! E' l'inattaccabile senso del dovere. I Nostri sono qui per una missione e la missione porteranno a termine, costi quel che costi. E quale compito è stato assegnato da Roma agli Indomiti Nostri Unici e Soli? Forze rosse hanno tramato nell'ombra e sono riuscite nel criminale e cinico intento di sottrarre al bambino Bruno Caorso l'ultima meraviglia e vanto della Italica ricerca scientifica: l'automa prototipo C.O.B. (Carlone l'Orso Burlone). L'imberbe infernale Caorso aveva scambiato il raffinato automa Carlone per un simpatico peluche e solo con esso si addormentava sereno. E proprio durante il suo profondo sonno bambino è avvenuto il facile ratto. Dove sarà nascosto Carlone? A che tipo di torture lo staranno sottoponendo? E' tempo di agire!
Ma ecco che un attimo prima di prendere la via dell'ignoto, Fecchia, fine conoscitore della pittura primitiva, nota sui muri del quartier generale un simbolismo arcaico non nuovo all'occhio dello studioso preparato.

Senza indecisione alcuna, sentenzia: periodo proto-neanderthaliano. Postura semi-eretta!
Molto eretta! - chiosa con sulfurea ironia il bambino Caorso.
E si prende un altro sacrosanto sganassone.
Ma dove sarà Carlone l'Orso Burlone? E i nostri eroi riusciranno a ritrovare il raffinato automa tenerone? Ed è vero che le donne quando dicono no è sì? E il caffè bisogna berlo amaro? E le doppie punte sono un problema risolvibile? Questo e tanto altro ancora nella terza ed ultima vigorosa puntata di "O Lille o Morte!".
Momento di maschia commozione.
Finita.
Ma ecco che il bambino Bruno Caorso conduce con cipiglio risoluto gli Eroi verso il suo poderoso automezzo. Nel baule gli oggetti che contraddistinguono l'Uomo che sa vivere: una coperta, due bidoni di fertilizzante, una scarpa da ginnastica - la destra! - e mezzo panino secco. Alla guida il bambino Caorso è rapido e sportivetto e ad ogni sorpasso, il pestifero infante, apostrofa il sorpassato con amichevoli frasi idiomatiche quali: tua sorella suona il piano e lui la tromba. Fecchia ride alle garbate facezie. Barbagli resta cupo: il nemico potrebbe essere ovunque.
Solo giunti al quartier generale Barbagli si rilassa. Il luogo è sicuro e inattaccabile. I tre bronzi di Riace suggellano lo scampato pericolo urbano con un nerissimo caffè sorbito in impeccabile posa marziale, come a dire: mi riposo ma con vigore!
Ma si sa, il nero caffè, per l'Uomo di polso italico, chiama una sola cosa: il più classico, antico e praticato sport della romana penisola. Il Gioco del Maschio Dardo Acuminato.
La sfida è serrata ma non c'è storia: Barbagli con fanatismo futurista dà spettacolo. Senza fallo - nel senso che non sbaglia, perbacco! - propone in sequenza le migliori posizioni di questo ardito e faticoso sport:
- Posizione 39: la Retroversa, anche detta del Granchio barbuto;
- Posizione 51: la Comoda, anche detta del Gufo che ti guarda e non ti dice nulla;
- Posizione 78: la Napoletana, anche detta del Cobra a palloncino;
- Posizione 94: la Vaporella, anche detta del Gecko molesto;
Tutti centri pieni e gagliardi! Bene! Bravo Barbagli!
Fecchia sbotta sincero: che talento!
Il bambino Caorso di rimando: che culo!
E si prende un sacrosanto sganassone.
Ma cosa distingue l'Uomo dall'ometto? La 'U' maiuscola ed 'etto'? Giammai! E' l'inattaccabile senso del dovere. I Nostri sono qui per una missione e la missione porteranno a termine, costi quel che costi. E quale compito è stato assegnato da Roma agli Indomiti Nostri Unici e Soli? Forze rosse hanno tramato nell'ombra e sono riuscite nel criminale e cinico intento di sottrarre al bambino Bruno Caorso l'ultima meraviglia e vanto della Italica ricerca scientifica: l'automa prototipo C.O.B. (Carlone l'Orso Burlone). L'imberbe infernale Caorso aveva scambiato il raffinato automa Carlone per un simpatico peluche e solo con esso si addormentava sereno. E proprio durante il suo profondo sonno bambino è avvenuto il facile ratto. Dove sarà nascosto Carlone? A che tipo di torture lo staranno sottoponendo? E' tempo di agire!
Ma ecco che un attimo prima di prendere la via dell'ignoto, Fecchia, fine conoscitore della pittura primitiva, nota sui muri del quartier generale un simbolismo arcaico non nuovo all'occhio dello studioso preparato.
Senza indecisione alcuna, sentenzia: periodo proto-neanderthaliano. Postura semi-eretta!
Molto eretta! - chiosa con sulfurea ironia il bambino Caorso.
E si prende un altro sacrosanto sganassone.
Ma dove sarà Carlone l'Orso Burlone? E i nostri eroi riusciranno a ritrovare il raffinato automa tenerone? Ed è vero che le donne quando dicono no è sì? E il caffè bisogna berlo amaro? E le doppie punte sono un problema risolvibile? Questo e tanto altro ancora nella terza ed ultima vigorosa puntata di "O Lille o Morte!".
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